Biografie

Ritratto di Enrico Sanna

Esistono al momento due biografie di Enrico Sanna, prodotte sotto l’effetto di due diversi stati d’animo. E probabilmente anche per effetto di diverse combinazioni astrali. La prima è, per così dire, la vulgata. È accessibile a tutti senza limiti di età e capacità di assimilare. La seconda contiene parole alte. È di accesso limitato. È probabile che qualcuno abbia bisogno di assistenza filosofica per entrare nelle sottigliezze. Non chiedetela a me.

Nota: L’immagine che vedete sotto il titolo è dell’autore del blog. Ovvero, di Enrico Sanna. Io trovo che sia molto rappresentativa della mia persona. Non dice tutto, certo che no. Ma quello che dice credo che colga l’essenzialità. Ad esempio, si capisce che sono persona di ampia cultura e di vaste letture. Sono, per dirla francamente, di quelli che non si negano alcun piacere della vita.

Biografia Essenziale – Adatta a Tutte le Età

Nato tanti anni fa, è preso subito dalla voglia di dimostrare di essere un genio precoce. All’età di sette anni sale sul muro di cinta della casa e percorre tutti i muri e i tetti del vicinato fino all’estremità opposta dell’isolato. Tornato indietro, si accorge di non aver mai preso in esame la fase della discesa. Attende inutilmente il passaggio di un elicottero fino al tramonto. Durante la prima crisi mistica della sua vita, arriva a credere di poter diventare uno stilita. Forse la mamma gli avrebbe passato i kinder con una canna per il resto della vita. Con l’oscurità decide di lanciarsi nell’ignoto. Va a cenare con appena cinquantaquattro escoriazioni. Ulteriori ecchimosi gli vengono donate dal papà.

A sedici anni, dopo la promozione, chiede al papà di comprargli il motorino. Il giorno dopo il papà lo porta all’ufficio di collocamento e poi da un suo amico che ha una fabbrichetta. Il proprietario della fabbrichetta gli dice di tornare il giorno dopo alle otto del mattino vestito con una tuta blu. Lui crede che si tratti di una fabbrica di motorini. Pensa che la tuta serva a proteggere dal vento quando va a tutta birra. Comincia ad avere dei dubbi quando vede arrivare il terzo camion carico di cassette di pomodori da scaricare.

Un giorno, un amico che dirige un giornale gli chiede se vuole collaborare. Lui risponde sì, entusiasta. Il direttore voleva dire che gli occorreva una persona per girare la manovella della linotype. Lui non capisce e scrive articoli a centinaia. Dopo qualche anno, ammette pubblicamente la sua dipendenza totale dal tac-tac-tac-huum-tac-tac-tac della Olivetti. È il periodo più oscuro della sua vita. Riesce ad uscire dal tunnel soltanto dopo aver comprato un computer. Il recupero è difficile, però. Per qualche anno ancora, continua a scaraventare il monitor a terra nel tentativo di far rientrare il carrello quando arriva a fine riga. Il suo direttore, che in realtà è un genio, inventa una staffa speciale in ghisa per tenere ferma la mano.

Laureatosi in lettere, trova subito un lavoro consono: aiuto cuoco in un albergo. I suoi ex colleghi dell’università lo invidiano. Lui capisce di essere in una posizione di vantaggio. La vita è stata più generosa con lui che con gli altri. Per far crepare i suoi ex colleghi, che insegnano in una scuola media frequentata da aspiranti assassini, li telefona alle quattro del mattino e descrive minuziosamente la preparazione dei canederli con burro e salvia. Spesso, si fa vedere con un mestolo di legno infilato nella tasca posteriore dei jeans e un mozzicone di sigaretta all’angolo della bocca.

Deciso a fare un notevole salto di qualità che dia un senso alla sua vita, va a raccogliere le mele in Sud Tirolo. La proprietaria dei meleti, che parla solo il dialetto tirolese stretto, crede di aver chiamato un idraulico. Lui si trasferisce in un paese minuscolo sulla weinstraße. Assieme ad un suo amico, forma l’uno virgola cinque per cento italiano del paese. Cerca di integrarsi. Vuole imparare il tedesco. Quando incontra qualcuno dice sempre morgen e abend. Per dispetto, gli abitanti del posto parlano con lui soltanto in italiano purissimo. “Or’ considera l’occaso che si dispiega dinanzi a’ nostri occhi. Siffatta beltà maestosa mai non vidi.”

Risulta che questi dei meleti hanno una ditta che fa lavori pesanti. Gli chiedono se vuole lavorare in un cantiere su in montagna. Lui dice di sì. La mattina dopo è in montagna, nove gradi sotto zero. Ha una tuta da lavoro. Sotto la tuta una felpa. Sotto la felpa una maglietta bianca. Dopo il trentacinquesimo sacchetto di cemento, gli sembra di essere all’equatore. La polvere di cemento forma un impasto di concezione innovativa con il suo sudore. È felice.

Rientrato a casa, il direttore del giornale gli chiede di scrivere un libro di storia locale. Lui rientra a casa, si siede davanti al computer e comincia a scrivere. Nel frattempo, gli viene in mente che forse potrebbe scrivere un romanzo. Rimane seduto davanti al computer per dieci anni. Scrive due saggi di storia locale, quattro romanzi, un libro di racconti e decine di articoli per il giornale. La primavera scorsa gli compare James Altucher che gli ordina di pubblicare su Amazon. Decide che è il momento di scendere in cucina solo dopo aver sentito l’odore del coniglio con le olive.

Biografia con Parole Alte

Sono nato anni fa in una pianura. La pianura aveva le dimensioni che gli davi quando salivi su una sedia e ci riflettevi sopra. Su e giù non vedevi mai nulla. Noi sapevamo per certo che c’era qualcosa perché qualche volta andavamo in treno da quelle parti. Allora vedevamo che c’erano altri popoli. La ferrovia andava soltanto in quelle due direzioni: su e giù.

Le ferrovie sono davvero così crudeli. Chi ha inventato la ferrovia aveva questo sdegno automatico per il paesaggio. Se guardi un quadro impressionista con un treno, una pratica raffigurazione di questo sdegno è la prima cosa che noti.

Il resto del mondo che conoscevamo era più complicato.

Da questa parte c’era una collina, che per una ragione estetica era praticamente un cono. Dove finiva la collina c’era un paese su una collina e dietro il paese altre colline e altri paesi. Numerose colline. Numerosi paesi. Noi sapevamo molte cose delle colline. Era facile andarci con la bicicletta. Alcuni di noi avevano parenti che vivevano da quelle parti. Tutti noi avevamo la bicicletta.

Da quell’altra parte c’erano le montagne. Noi non sapevamo nulla delle montagne. Non ho mai conosciuto nessuno che ne avesse più di qualche nozione superficiale. Non sapevamo nulla dei popoli che vivevano da quella parte. Occasionalmente, qualcuno di noi veniva portato da quelle parti. Dico così affinché sia chiaro che nessuno di noi ci andava volontariamente. Al rientro, ascoltavamo attentamente il suo racconto. Immaginavamo entità diafane che vivevano in un mondo perennemente blu, o verde. Questo era tutto.

Della scuola ho un ricordo in via di rimozione. Non ricordo quanti bambini ci fossero il primo giorno. Ero molto emozionato dall’esistenza di soffitti incredibilmente alti e di una particolare verniciatura verde, o blu, che ricopriva le pareti fin dove il maestro poteva arrivare con una spalla. Le mura da mezzo metro, monastiche, quelle no, non sono mai state in grado di lasciare alcuna impressione durevole. In casa mia ne avevamo uguali, per dire. Ma soffitti e vernici… Oddio che ricordi.

Oh, credo che tutto quello che ho scritto finora sia attraversato longitudinalmente da un curioso fantasma silenzioso che ha i soffitti curiosamente alti e le pareti verniciate di verde. O di blu. Pensate ad un tubercolosario svizzero immensamente malinconico. Non eccelso, malinconico. Questa roba, così inutile se si pensa che sarebbe dovuto servire all’edificazione di un animo nuovo, alto, eccelso, sublime, così banale da un punto di vista umanamente costruttivo, è il più grande contributo involontario che la scuola pubblica abbia dato alla letteratura. È esattamente il contrario della funzione scolastica. E ora non esiste più. Ora non esiste più. Il declino culturale di questo paese è una mera questione di trasformazioni edilizie.

A sedici anni entrai a lavorare per la prima volta. Considerazioni pratiche mi avevano spinto al gesto. In un momento che non ricordo, ma che non doveva precedere di molto i miei sedici anni, ero arrivato alla conclusione che c’erano due soli modi per soddisfare i desideri che la simpatia di qualcun altro non è in grado di soddisfare, e uno di questi richiedeva una millanteria sulla necessità della quale non avevo mai riflettuto. Per questo andai a fare l’operaio.

Ovviamente arrivarono altri lavori. Anche dopo la laurea, che era una laurea in lettere. Aiuto cuoco, impiegato in un ufficio pubblico, tuttofare, giornalista, manovale in un cantiere edile, insegnante di lettere, bracciante agricolo.

Fare l’impiegato in un ufficio pubblico fu un’esperienza mistica. Secondo una storia che ho sentito, a creare gli uffici pubblici fu una persona che ogni giorno andava a misurare i lati di un cubo di sua proprietà. Tutta la vita. Tutti i giorni della sua vita. Prima un lato, poi l’altro, poi l’altro ancora, e così via. Quando morì, il cubo era esattamente come la prima volta che l’aveva misurato. Per fortuna. Perché altrimenti non avrebbe saputo cosa fare. Non aveva mai sviluppato un piano.

Ma torniamo all’ufficio. I primi tempi stavamo seduti in una stanza. Ogni giorno entrava qualcuno e diceva che presto avrebbero deciso cosa dovevamo fare. Era chiaro che stavano cercando di capirlo. Succedeva tre o quattro volte al giorno, ma senza una regolarità specifica. Finalmente evocarono una personalità del ramo. Un esperto. Entrò, acchiappò il suo mento con la mano e disse: “Mmh.” Quando fai questa esperienza sistematicamente, arrivi alla fine della vita senza sapere cosa hai fatto. Arrivi nella valle di Giosafat e non ti viene in mente nulla.

Quando arrivò il momento, cominciai a scrivere. A quel punto, però…

Ma vi devo dire tutto?