Un Virus Sociale

cina

La lotta di classe microbiologica in Cina

Il forno

Wuhan è nota volgarmente come uno dei “quattro forni” (四大火炉) della Cina per le sue estati di caldo umido oppressivo, assieme a Chongqing, Nanchino e alternativamente Nanchang o Changsha, tutte città dall’attività frenetica situate nella valle del fiume Yangtze. Wuhan è l’unica ad essere punteggiata di forni veri: il grosso agglomerato urbano è il cuore dell’industria dell’acciaio, cemento e altre industrie legate alle costruzioni, il paesaggio è dominato dai forni in lento raffreddamento di ciò che resta delle ferriere e acciaierie di stato, ora in crisi da sovrapproduzione e costrette a controverse riduzioni, privatizzazioni e ristrutturazioni, con il risultato di cinque anni di proteste e massicci scioperi generali. La città è praticamente la capitale cinesedell’industria delle costruzioni, il che le ha conferito un ruolo importante dopo la crisi economica globale, quando la crescita cinese è stata pompata con fondi incanalati in progetti infrastrutturali e edilizi. Wuhan non solo ha contribuito a gonfiare la bolla con un’eccedenza di materiali da costruzione e ingegneri, ma è diventata una boomtown. Secondo i nostri calcoli, tra il 2018 e il 2019 l’area a cantiere della città equivaleva alle dimensioni dell’intera isola di Hong Kong.

Oggi questo forno che ha spinto l’economia cinese dopo la crisi appare, così come l’industria del ferro e dell’acciaio, in raffreddamento. La metafora non è solo economica: la città un tempo in effervescenza è chiusa da un mese, le strade vuotate per decreto governativo. “Il vostro più grande contributo è: non fate assembramenti, non fate caos”, dice un titolo del Guangming Daily, il quotidiano del dipartimento propaganda del Partito Comunista Cinese. Oggi le ampie strade, con i grossi palazzi scintillanti di acciaio e vetro, sono vuoti, mentre l’inverno scema nel capodanno lunare e la città ristagna sotto le costrizioni di una profonda quarantena. In Cina, dove il coronavirus (ultimamente rinominato “SARS-CoV-2”, mentre la malattia è “COVID-19”) ha ucciso oltre duemila persone, più della precedente epidemia di SARS del 2003, il consiglio è: state isolati. Come durante la SARS, il paese vive internato. Dappertutto scuole chiuse e gente rinchiusa in casa. Il 25 gennaio, in occasione del capodanno lunare, si è fermata quasi tutta l’attività economica, una pausa che è stata allungata di un mese per arginare l’epidemia. I forni della Cina hanno smesso di bruciare, o perlomeno si sono ridotti ad una brace. Ma dato l’imperversare del virus come se fosse una pazzia collettiva, la città è oggi un forno in un altro senso.

L’epidemia è stata attribuita ad un complotto e/o ad una fuga accidentale di virus dall’istituto di virologia di Wuhan, ipotesi dubbie diffuse soprattutto da messaggi paranoici pubblicati su Facebook soprattutto da Hong Kong e Taiwan, sostenute però anche da media conservatori e interessi militari occidentali, e spiegati con l’abitudine dei cinesi di mangiare “strano” o “sporco” dato il legame dell’epidemia con pipistrelli e serpenti venduti nel “mercato umido” semi-illegale dove si traffica selvaggina e specie rare. Qui sono evidenti tutti i luoghi comuni conflittuali, tutte le stramberie orientaliste del giornalismo in materia cinese. Ma ciò tende anche a limitare la visuale ad una percezione culturale del virus, mentre molta meno attenzione viene dedicata alle più brutali dinamiche nascoste dietro la frenesia mediatica.

Una lettura meno complessa del fenomeno analizza le conseguenze economiche, pur esagerandone retoricamente le potenziali ripercussioni politiche. E qui troviamo i soliti noti, dai politici guerrafondai anticinesi all’alta borghesia liberal che finge scandalo: articoli della National Review e del New York Times parlano già di “crisi di legittimità” del partito comunista, anche se non si sente aria di rivolta. Il fondo della verità di queste predizioni sta nell’aspetto economico della quarantena, un aspetto che difficilmente sfugge a giornalisti che hanno più titoli di borsa che neuroni. Nonostante l’appello all’isolamento del governo, infatti, presto la gente potrebbe essere costretta a “tornare assieme” per attendere alle necessità della produzione. Secondo recenti stime, l’epidemia quest’anno avrebbe già causato un taglio del pil cinese pari al 5%, rispetto al già fiacco 6% dell’anno scorso che era il più basso degli ultimi trent’anni. Alcuni analisti pensano che la crescita Q1 potrebbe crollare al 4% o meno, e che questo potrebbe scatenare una recessione globale. La domanda prima impensabile è: cosa succede all’economia mondiale se il forno cinese comincia a raffreddarsi?

In Cina è difficile capire quali conseguenze avrà questo evento, ma la cosa ha già portato ad un raro esame di coscienza collettivo riguardo la società. L’epidemia ha toccato direttamente quasi 80.000 persone (secondo le stime più ottimiste), ma ha causato uno choc alla quotidianità capitalista di 1,4 miliardi di persone, intrappolate in un momento di autoriflessione precaria. Questo momento, pur pieno di paura, spinge tutti a chiedersi: Cosa accadrà a me? Alla mia famiglia e i miei amici? Abbiamo abbastanza da vivere? Mi pagheranno lo stipendio? Ce la farò a pagare l’affitto? Chi è responsabile di tutto ciò? Stranamente, l’effetto soggettivo somiglia molto a quello di uno sciopero generale; uno sciopero non spontaneo né organizzato, che soprattutto in virtù dell’iperatomizzazione mette in evidenza le contraddizioni del nostro soffocato presente politico così come gli scioperi generali del passato mettevano in evidenza le contraddizioni di allora. La quarantena allora appare uno sciopero vuotato del suo carattere collettivo, ma comunque capace di sferrare un colpo duro alla psiche e all’economia. Questo fatto da solo merita una riflessione.

Ciò che è certo è che le speculazioni sulla caduta imminente del partito comunista sono un’ovvia sciocchezza, uno dei passatempi preferiti del New Yorker e dell’Economist. Continuano i normali occultamenti mediatici, con articoli d’opinione apertamente razzisti dei media tradizionali a cui fa da eco uno sciame di pezzi sul web in polemica contro le farse anticinesi e altre sfaccettature ideologiche. Tutto ciò, però, resta a livello di facciata – tutt’al più, delle politiche di contenimento si vedono solo le conseguenze economiche – non ci si chiede seriamente come queste malattie, più che diffondersi, si sono prodotte. Non è questo il momento di tirare fuori il Nick Carter marxista che rivela che all’origine del coronavirus c’è l’eterno capitalismo! La cosa non sarebbe più intelligente dei commentatori esteri che fiutano aria di cambio di regime. Certo il capitalismo è colpevole, ma qual è esattamente il rapporto tra la sfera socio-economica e quella biologica, e quali importanti lezioni si possono trarre da tutta questa esperienza?

In questo senso, l’epidemia offre due occasioni per riflettere. Primo, è l’occasione per interrogarci seriamente sugli effetti di fondo della produzione capitalista sul mondo non umano; insomma, non possiamo capire la “natura”, anche a livello microbiologico, senza tener conto di come la società organizza la produzione (perché le due cose non sono separate). Ciò ci ricorda anche che solo un comunismo degno di questo nome può rappresentare tutto il potenziale di un naturalismo pienamente politicizzato. Secondo, possiamo servirci di questo momentaneo isolamento per riflettere sull’attuale condizione della società cinese. Ci sono cose che risultano più chiare quando tutto si blocca improvvisamente, e questa frenata improvvisa può aiutare a vedere tensioni prima nascoste.

Come si producono le epidemie

Il virus alla base dell’attuale epidemia (SARS-CoV-2), come il precedente SARS-CoV del 2003, l’influenza aviaria e quella suina, nasce dal nesso tra economia e epidemiologia. Non è un caso se molti di questi virus prendono il nome da specie animali. La diffusione di queste malattie presso gli umani è quasi sempre il risultato della cosiddetta zoonosi, un termine tecnico che indica il passaggio di un’infezione dagli animali all’uomo. Questo salto dipende dalla prossimità o dal contatto costante, fattori che formano l’ambiente in cui la malattia è costretta ad evolversi. Quando cambia la modalità del contatto, cambiano anche le condizioni in cui si evolve la malattia. Sotto i quattro forni di prima, dunque, si trova il forno base rappresentato dal distretto industriale mondiale, ovvero la pentola a pressione dell’agricoltura e dell’urbanizzazione capitaliste. È questo a fornire l’ambiente ideale in cui nascono le sempre più devastanti epidemie, trasformate e quindi indotte al salto zoonotico per poi essere diffuse tra la popolazione umana. Aggiungiamo a ciò tutti quei processi ugualmente intensivi che accadono alla periferia dell’economia, dove persone sono spinte ad invadere agronomicamente sempre più l’ecosistema locale dove incontrano ceppi virali “naturali”. L’attuale coronavirus, con le sue origini “naturali” e l’impetuosa diffusione nel cuore massicciamente industrializzato e urbanizzato dell’economia mondiale, presenta entrambi gli aspetti delle nuove epidemie politico-economiche.

L’idea di base è stata sviluppata da biologi di sinistra come Robert G. Wallace, che nel suo libro del 2006 Big Farms Make Big Flu (Grandi allevamenti generano grandi epidemie di influenza, es) spiega esaustivamente il nesso tra l’agroindustria capitalista e l’eziologia di epidemie recenti, dalla SARS a ebola. Possiamo dividere grossolanamente queste epidemie in due categorie: la prima nasce nel cuore della produzione agroeconomica, la seconda nel suo hinterland. Tracciando la diffusione del H5N1, noto come influenza aviaria, Wallace riassume alcuni fattori geografici chiave su come queste epidemie nascono nel cuore produttivo:

Il paesaggio rurale di molti tra i paesi più poveri è oggi caratterizzato da industrie agricole prive di regole a stretto contatto con le periferie degradate. La trasmissione incontrollata in aree vulnerabili moltiplica le mutazioni genetiche così che il virus H5N1 può sviluppare caratteristiche adatte alla specie umana. Diffondendosi su tre continenti, il virus H5N1, in rapida evoluzione, entra in contatto con una grande varietà di ambienti socioecologici, con diverse combinazioni specifiche di ospiti prevalenti, metodi di allevamento avicolo e stato di salute degli animali.

La diffusione è ovviamente favorita dai circuiti globali delle merci e dalle migrazioni di lavoratori che compongono la geografia economica capitalista. Il risultato è “una sorta di selezione demica a spirale”, per cui il virus attraversa in breve tempo un numero crescente di percorsi evoluzionari, il che favorisce la diffusione delle varianti più forti.

Ma questo è un argomento facile già abbastanza diffuso tra i media tradizionali: la “globalizzazione” favorisce la diffusione rapida di queste malattie; con un’aggiunta importante: la circolazione induce il virus a mutare più rapidamente. Ma la vera questione è a monte: prima della diffusione che aumenta le resistenze delle malattie, troviamo la logica di base del capitale che aiuta a prendere ceppi virali prima isolati o inoffensivi per metterli in un ambiente ipercompetitivo che favorisce quei tratti specifici che causano le epidemia, come i cicli virali rapidi, la capacità di fare salti zoonotici tra specie portatrici e la capacità di sviluppare rapidamente nuovi vettori. Questi ceppi si impongono proprio grazie alla loro virulenza. In termini assoluti, lo sviluppo di ceppi più virulenti dovrebbe avere l’effetto opposto, perché la morte rapida del portatore darebbe meno tempo al virus di diffondersi. Il comune raffreddore, ad esempio, ha una bassa intensità che ne facilita la diffusione massiccia. Ma in certi ambienti prevale la logica opposta: quando un virus incontra un gran numero di ospiti a stretto contatto tra loro, e soprattutto quando questi ospiti hanno un ciclo vitale già abbreviato, l’accresciuta virulenza diventa un vantaggio evolutivo.

Ancora, l’influenza aviaria si presenta come caso esemplare. Spiega Wallace che, visti gli studi, “non esistono ceppi patogeni [di influenza] fortemente endemici presso gli uccelli selvatici, fonte ultima di quasi tutti i sottotipi influenzali. Mentre le specie domestiche, stipate in allevamenti industriali, mostrano una chiara relazione con le epidemie, e per ovvie ragioni:

L’allevamento di specie singole geneticamente selezionate rimuove quegli ostacoli che possono inibire la diffusione [del virus]. Dimensioni e densità favoriscono il tasso di diffusione. L’affollamento deprime la risposta immunitaria. La resa elevata, tipica della produzione industriale, offre una fornitura costante di suscettibili, cosa che potenzia la virulenza.

Ognuna di queste caratteristiche, ovviamente, è un effetto della concorrenza industriale. La crescita rapida della “resa” in tale contesto ha effetti marcatamente biologici: “L’animale viene ucciso non appena raggiunge le dimensioni ottimali. L’infezione è costretto quindi a superare il più rapidamente possibile la soglia di trasmissione per ogni animale […] Più è rapida la produzione di virus e maggiore è il danno per l’animale.” Ironicamente, il tentativo di sopprimere l’epidemia con l’abbattimento di massa, come nel caso recente della peste suina africana che ha significato l’abbattimento di un quarto della produzione di carne suina mondiale, può avere l’effetto indesiderato di migliorare la selezione, fino ad arrivare a ceppi ipervirulenti. Epidemie di questo tipo già in passato si sono diffuse presso specie domestiche, spesso dopo una guerra o un evento climatico catastrofico, fatti che accrescono la pressione sugli animali domestici, ma è certo che l’intensità e la virulenza di queste malattie dipendono dalla diffusione della produzione capitalista.

Storia ed eziologia

I flagelli rappresentano tanto l’ombra dell’industrializzazione quanto il suo annuncio. I casi noti del vaiolo e di altre pandemie diffuse in Nord America sono un esempio troppo semplice, dato che la loro diffusione fu favorita dal lunghissimo isolamento geografico delle popolazioni affette; si trattava, inoltre, di malattie che avevano già acquisito una certa virulenza grazie alle reti commerciali precapitalisti tra Europa e Asia e grazie alle prime urbanizzazioni. I primi esempi di epidemie chiaramente capitaliste li troviamo invece in Inghilterra, dove ai contadini furono tolte le loro terre per destinarle ad allevamenti di specie singole. Nel corso del settecento, l’Inghilterra fu attraversata da tre pandemie: 1709-20, 1742-60 e 1768-86. All’origine, in tutti i casi, c’era bestiame importato dall’Europa infettato dalle tradizionali pandemie precapitaliste che seguivano le occasionali guerre. Ma in Inghilterra si era cominciato a concentrare il bestiame secondo tecniche nuove, e l’introduzione di ceppi infetti si diffuse tra la popolazione in maniera più aggressiva che in Europa. Non è un caso, quindi, se l’epidemia colpì soprattutto le centrali del latte di Londra, che offrivano l’ambiente ideale al rafforzamento del virus.

Alla fine, si riuscì a contenere le epidemie attraverso piccoli abbattimenti selettivi combinati con l’applicazione di moderne pratiche mediche e scientifiche; sostanzialmente, la tecnica usata oggi. Questo è un primo esempio di quello che in seguito diventerà un chiaro schema ricorrente che riproduce lo schema delle crisi economiche: collassi di intensità crescente spingono il sistema sull’orlo del precipizio, finché il problema non viene risolto con una combinazione di massicci sacrifici che ripuliscono il mercato/la popolazione e un rafforzamento degli avanzamenti tecnologici, in questo caso le moderne pratiche mediche e i nuovi vaccini, che spesso sono pochi e arrivano troppo tardi, ma che comunque servono a fare una ripulita dopo la devastazione.

A questo esempio, proveniente dalla patria del capitalismo, possiamo aggiungere gli effetti delle pratiche agricole capitaliste nella periferia. Se le prime pandemie del primo capitalismo inglese furono contenute, i risultati altrove furono molto più devastanti. L’esempio di maggior impatto è forse la peste bovina africana del decennio 1890. La data non è un caso: la peste bovina imperversò anche in Europa con un’intensità pari alla crescita dell’agricoltura su larga scala, ma fu fermata solo dal progresso scientifico. Ma la fine del diciannovesimo secolo rappresenta anche l’apogeo dell’imperialismo europeo, che ha come epilogo la colonizzazione dell’Africa. La peste bovina fu portata dall’Europa in Africa Orientale dagli italiani, che cercavano di stare al passo con le altre potenze imperiali colonizzando il Corno d’Africa con una serie di campagne militari. Le campagne furono perlopiù fallimentari, ma la malattia si diffuse presso gli allevamenti indigeni e arrivò fino in Sudafrica, dove distrusse le prime economie capitaliste della colonia, arrivando a sterminare anche le mandrie dell’infame nonché sedicente suprematista bianco Cecil Rhodes. L’effetto si fece sentire: uccidendo fino all’80-90% del bestiame, l’epidemia produsse una carestia di dimensioni senza precedenti tra le società prevalentemente pastorali dell’Africa subsahariana. Allo spopolamento seguì l’invasione della savana da parte dei cespugli spinosi, che crearono l’habitat adatto alla mosca tse-tse che causa la malattia del sonno e impedisce il pascolo. Il ripopolamento della regione dopo la carestia fu limitato, e questo permise un’ulteriore espansione del potere coloniale europeo nel continente.

Prima di tornare ai tanti esempi recenti, è bene dire che l’epidemia da coronavirus non ha nulla di peculiarmente cinese. Se così tante epidemie scoppiano in Cina, la ragione non è culturale, ma ha a che vedere con la geografia economica. La cosa è abbastanza chiara se paragoniamo la Cina con gli Stati Uniti o l’Europa quando questi ultimi rappresentavano il cuore della produzione e del lavoro industriale di massa. Il risultato è praticamente identico, con le stesse caratteristiche. Alle morie di bestiame nelle campagne si accompagnavano le scarse condizioni igieniche delle città che favorivano la diffusione della contaminazione. Qui si concentrarono le attenzioni dei primi liberal progressisti che intendevano riformare gli ambienti in cui vivevano i lavoratori. Nasce in questo clima il romanzo La Giungla di Upton Sinclair, inteso in origine a denunciare le condizioni di lavoro degli immigrati nell’industria conserviera, e poi ripreso dai ricchi liberal preoccupati per le violazioni delle norme igieniche e per le condizioni genericamente insalubri in cui si preparava ciò che loro mangiavano.

Lo scandalo dei liberal per la “scarsa igiene”, con tutto il razzismo che si porta appresso, è significativo dell’ideologia automatica di tantissimi riguardo le dimensioni politiche di qualcosa come il coronavirus o le epidemie di SARS. Ma i lavoratori possono poco riguardo le proprie condizioni di lavoro. Il fatto che le condizioni sanitarie del luogo di lavoro finiscano per contaminare il cibo prodotto è solo la punta dell’iceberg. Queste condizioni ambientali rappresentano la norma di chi lavora in queste industrie e dei proletari che vivono nelle loro vicinanze; tutto ciò impoverisce le condizioni sanitarie e prepara il terreno alla diffusione dei tanti mali associati al capitalismo. Prendiamo, per esempio, il caso dell’influenza spagnola, una delle epidemie più letali della storia. Fu uno dei primi casi di influenza H1N1 (ricollegabile ai casi più recenti di influenza suina e aviaria), e per molto tempo si è pensato che, data l’alta mortalità, fosse qualitativamente diversa rispetto ad altre varianti. Questo era in parte vero, vista la capacità dell’influenza di indurre il sistema immunitario ad una reazione eccessiva, ma recenti studi storico-epidemiologici hanno constatato che non era molto più virulenta di altri ceppi. L’alto tasso di mortalità fu probabilmente dovuto soprattutto alla diffusa malnutrizione, al sovraffollamento delle città e più in generale alle condizioni sanitarie delle zone colpite, tutte cose che favorirono non solo la diffusione dell’influenza ma anche la coltura di superinfezioni batteriche in aggiunta a quelle virali.

In altre parole, la mortalità della spagnola, considerata una caratteristica aberrante del virus, ricevette una spinta sostanziale dalle condizioni di vita della società. La diffusione rapida dell’influenza fu favorita dal commercio e dalla guerra a livello mondiale, cose connesse alle rapide mutazioni degli imperi sopravvissuti alla prima guerra mondiale. Anche qui troviamo la storia ormai familiare sulle prime origini del ceppo mortale: pur essendo le origini esatte piuttosto confuse, oggi si ritiene per certo che sia nato in un allevamento suino o avicolo probabilmente in Kansas. I tempi e i luoghi sono importanti dato che gli anni seguenti la guerra rappresentarono un punto di svolta per l’agricoltura statunitense, che vide la diffusione di metodi produttivi sempre più meccanizzati e di tipo industriale. La tendenza si intensificò negli anni venti, quando l’applicazione di massa di macchine come la mietitrebbia portarono ad una graduale monopolizzazione colturale e a disastri ecologici, un combinato che ritroviamo nella crisi della Dust Bowl con la successiva migrazione di massa. Ancora non erano nati gli allevamenti intensivi che avrebbero caratterizzato la produzione seguente, ma già erano diffuse quelle forme di concentrazione e produzione intensiva che avevano creato epidemie negli allevamenti europei. Se le epidemie degli allevamenti inglesi del diciottesimo secolo rappresentavano il primo caso di epidemia specificamente capitalista, e la peste bovina africana degli anni 1890 il primo olocausto epidemico imperialista, l’influenza spagnola può essere vista come la prima epidemia che colpì il proletariato.

L’età dorata

Le somiglianze con l’attuale caso cinese sono forti. COVID-19 non può essere capito senza tenere conto del modo in cui lo sviluppo cinese degli ultimi decenni attraverso il sistema capitalista ha plasmato il sistema sanitario nazionale e le condizioni sanitarie in generale. Per quanto una novità, l’epidemia è simile ad altre crisi sanitarie precedenti, che tendono a prodursi quasi con la stessa regolarità delle crisi economiche, e che altrettanto regolarmente sono considerate dai media come eventi casuali, impredicibili e senza precedenti. In realtà, queste crisi sanitarie seguono il loro caotico schema ciclico, reso più probabile da una serie di contraddizioni strutturali insite nella natura del modo di produzione e nella vita dei proletari sotto il capitalismo. Proprio come l’influenza spagnola, il coronavirus ha attecchito e si è diffuso rapidamente sfruttando il peggioramento delle condizioni sanitarie di base della popolazione in generale. Ma proprio perché questo peggioramento è stato accompagnato da una crescita economica spettacolare, ha finito per essere oscurato dallo splendore delle città scintillanti e dalle enormi fabbriche. La realtà è che la spesa per beni pubblici come la sanità e l’istruzione in Cina resta molto bassa; gran parte della spesa pubblica va alle infrastrutture fisiche: ponti, strade e energia a basso costo per le industrie.

Spesso, la qualità dei prodotti nel mercato interno è pericolosamente bassa. Sono decenni che la Cina produce esportazioni di alta qualità e alto valore, secondo i migliori standard, come gli iPhone e i microprocessori. I beni destinati al mercato interno, al contrario, sono di qualità infima, il che causa scandali frequenti e profonda sfiducia. Molti casi ricordano innegabilmente La Giungla di Sinclair e altre storie dell’età dorata degli Stati Uniti. L’ultimo grande scandalo è quello del latte alla melammina del 2008, che portò alla morte di una dozzina di neonati e decine di migliaia di ricoveri (anche se probabilmente ad essere colpiti furono centinaia di migliaia). Da allora, sono tanti gli scandali che regolarmente colpiscono la popolazione: nel 2011 si scoprì che nei ristoranti si usava l’olio riciclato dai filtri antigrasso, nel 2018 vaccini difettosi uccisero diversi bambini, e un anno più tardi furono decine i ricoverati per aver preso vaccini HPV adulterati. Altre storie, meno salienti, fanno da sfondo della quotidianità cinese: la minestra liofilizzata tagliata con sapone per tenere bassi i costi, imprenditori che vendono maiali morti per cause misteriose in villaggi vicini, e tante altre storie raccapriccianti che si raccontano in giro.

Prima di essere integrata un pezzo alla volta nel sistema capitalista globale, la Cina offriva una serie di servizi gratuiti, come quello sanitario, tramite il sistema danwei incentrato sulle aziende (soprattutto nelle città) o in cliniche (soprattutto ma non esclusivamente rurali) in cui operavano numerosi “medici scalzi”. Il successo del socialismo in campo sanitario, ma anche nel campo dell’istruzione, fu tale che anche i critici più feroci dovettero riconoscerlo. La febbre delle lumache, o bilharziosi, che imperversava sul paese da secoli, fu sostanzialmente cancellata in gran parte del suo epicentro, salvo poi tornare quando si cominciò a smantellare la sanità socialista. La mortalità infantile precipitò e, nonostante la carestia che accompagnò il Grande Balzo in Avanti, l’aspettativa di vita tra il 1950 e i primi anni ottanta passò da 45 a 68 anni. La pratica dell’immunizzazione e altre pratiche sanitarie di base si diffusero, mentre le informazioni essenziali sulla nutrizione e la salute pubblica, così come l’accesso a medicinali di base, erano gratis e a disposizione di tutti. I medici scalzi, dal canto loro, contribuirono a diffondere conoscenze fondamentali, per quanto limitate, ad una grossa porzione della popolazione, contribuendo così a edificare un robusto sistema sanitario dal basso in condizioni di estrema povertà materiale. Vale la pena ricordare che tutto ciò avvenne in un momento in cui la Cina aveva un reddito pro capite inferiore a quello medio dell’Africa subsahariana di oggi.

Da allora l’abbandono, unito alle privatizzazioni, ha sostanzialmente peggiorato il sistema proprio nel momento in cui la rapida urbanizzazione e la produzione industriale senza regole di casalinghi e alimentari accresce la necessità di una diffusa assistenza sanitaria, per non parlare delle normative sugli alimenti, le medicine e la sicurezza, tutte cose oggi più necessarie di prima. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, la spesa sanitaria pubblica cinese è di 323 dollari a persona. Una cifra bassa per i paesi “a reddito medio-alto”, circa la metà di Brasile, Bielorussia o Bulgaria. Le norme, scarse o inesistenti, generano numerosi scandali come quelli citati. Gli effetti sono sentiti soprattutto dalle centinaia di milioni di lavoratori migranti, per i quali l’assistenza sanitaria di base decade quando lasciano il villaggio natale (dove, secondo il sistema hukou, hanno la residenza permanente a prescindere dal domicilio, il che significa che altrove non possono accedere alle risorse pubbliche).

Alla fine degli anni novanta, il sistema sanitario pubblico avrebbe dovuto essere sostituito da uno più privato (anche se gestito tramite lo stato) per cui un insieme di contribuzioni a carico del datore e del lavoratore avrebbe dovuto fornire assistenza medica, pensione e alloggio tramite un sistema assicurativo. Ma questa assicurazione sociale soffre di una sistematica carenza di contribuzioni, tanto che i contributi che il datore sarebbe “obbligato” a dare vengono semplicemente ignorati, costringendo la stragrande maggioranza dei lavoratori a pagare di tasca propria. Secondo stime recenti, solo il 22% dei lavoratori migranti ha un’assicurazione sanitaria di base. La scarsità di contributi non è però conseguenza dell’arroganza di boss corrotti, ma deriva in gran parte dal fatto che i margini di profitto non lasciano spazio ai benefici sociali. Abbiamo calcolato che, se in un distretto industriale come Dongguan si sborsassero i soldi necessari, i profitti si dimezzerebbero e molte aziende fallirebbero. Per colmare l’enorme lacuna, il governo cinese ha istituito un sistema medico complementare che copre pensionati e lavoratori autonomi con, mediamente, appena qualche centinaio di yuan a persona ogni anno.

Questo travagliato sistema medico produce terribili tensioni sociali. Molti medici e paramedici vengono uccisi, e decine feriti da pazienti arrabbiati o, più spesso, da famigliari di pazienti affidati alle loro cure e poi morti. L’attacco più recente risale alla vigilia di Natale, quando un medico di Pechino è stato pugnalato a morte dal figlio di uno dei suoi pazienti, che aveva attribuito la morte della madre alle scarse cure ricevute in ospedale. Secondo un sondaggio, l’85% dei medici ha subito violenze sul luogo di lavoro; nel 2015 era il 13%. I medici cinesi hanno il quadruplo degli assistiti degli omologhi statunitensi, e ricevono meno di 15.000 dollari l’anno. La paga è inferiore al reddito medio cinese, che è di 16.760 dollari l’anno. Per confronto, negli Stati Uniti il salario medio di un medico, circa 300.000 dollari, è quasi cinque volte il reddito medio di 60.200 dollari. Prima di subire la chiusura e l’arresto dei gestori nel 2016, il blog di denuncia di Lu Yuyu e Li Tingyu registrava scioperi e proteste da parte del personale medico ogni mese. Nel 2015, l’ultimo anno di cui si hanno dati accurati, ci furono 43 eventi simili. Il blog riportava anche decine di “incidenti [proteste] collegati ai trattamenti sanitari” ogni mese ad opera di famigliari di pazienti. 368 solo nel 2015.

Considerati i tagli massicci alla sanità, non sorprende che il COVID-19 abbia attecchito così facilmente. Se aggiungiamo a ciò il fatto che in Cina compare una malattia trasmissibile ogni anno o due, ci sono le premesse perché queste epidemie continuino. Come nel caso della spagnola, le condizioni sanitarie precarie della popolazione proletaria aiutano il virus ad attecchire e diffondersi rapidamente. Ancora una volta, però, il problema non è solo la diffusione. Dobbiamo capire anche come si produce il virus.

La natura non c’entra

Nel caso dell’ultima epidemia, la vicenda è più complessa rispetto ai casi dell’influenza suina e aviaria, chiaramente associati al nucleo del sistema agroindustriale. Non sono chiare, ad esempio, le origini esatte del virus. È possibile che si sia originato tra i suini, che sono tra le tante specie domestiche e selvatiche che passano dal mercato umido di Wuhan, l’evidente epicentro dell’epidemia, nel qual caso le cause potrebbero essere molto più simili ai casi citati di quanto non appaia. Le fonti più probabili del virus, invece, sarebbero i pipistrelli, o i serpenti, entrambe specie selvatiche. Anche in questo caso esiste una relazione, poiché il calo nell’offerta e i sospetti sulla sicurezza della carne suina causati dalla peste suina hanno portato a compensare il calo del mercato con un maggiore ricorso alla selvaggina sul mercato umido. Ma tolto il nesso diretto con gli allevamenti, possiamo dire che i processi economici hanno una reale responsabilità riguardo questa epidemia?

La risposta è sì, ma per ragioni non ovvie. Sempre Wallace evidenzia due modi principali in cui il capitalismo aiuta a generare e scatenare epidemie via via più mortali. Nel primo caso, visto prima, il virus nasce negli allevamenti industriali, che sono interamente sottomessi alla logica capitalista. Nel secondo caso le origini sono indirette, tramite l’espansione e la rendita capitalista nei territori di confine, dove virus sconosciuti vengono sostanzialmente raccolti dalle popolazioni che vivono nei boschi e distribuiti tramite i circuiti capitalisti globali. Le due tesi non sono del tutto separate, ovviamente, ma sembra che l’ultima spieghi meglio l’emergere dell’attuale epidemia. In questo caso, l’aumento della domanda di animali per il consumo, usi medici o (nel caso dei cammelli affetti da MERS) per usi dal valore culturale, porta alla nascita di filiere globali di beni “selvatici”. In altri casi, le catene di valore agro-ecologiche preesistenti si allungano fino a penetrare sfere “selvagge”, modificando equilibri ecologici e il rapporto tra l’uomo e tutto il resto.

Wallace spiega che sono certe dinamiche a rafforzare i virus già esistenti in “natura”. L’allargamento della produzione industriale “potrebbe spingere la capitalizzazione delle specie selvatiche fino al cuore del mondo primario, diffondendo così un enorme varietà di patogeni potenzialmente protopandemici.” Ovvero, man mano che l’accumulazione capitalista sottomette nuovi territori, gli animali vengono spinti in zone meno accessibili in cui entrano in contatto con ceppi fino ad allora isolati. Allo stesso tempo, queste specie animali diventano oggetto di mercificazione, così che “anche le specie più selvagge finiscono nelle catene di valore capitalista.” Diminuisce così la distanza tra l’uomo e questi animali e il loro ambiente, e questo può portare ad un maggiore contatto (e contagio) con le specie selvatiche.” Per il virus crescono le risorse e le possibilità di mutare fino ad infettare l’uomo, aumentando così le probabilità di una propagazione. D’altro canto, la geografia industriale non è né interamente urbana né interamente rurale; parimenti, l’agricoltura industriale si serve sia di coltivazioni su larga scala che di piccoli produttori indipendenti: “in un piccolo allevamento [industriale] che produce per conto terzi ai margini della foresta, un capo può essere infettato e finire negli impianti di lavorazione nella zona industriale di qualche grossa città.”

Il fatto è che la sfera “naturale” è già sottoposta al capitalismo globale, che è riuscito a modificare le condizioni climatiche di base e devastare così tanti ecosistemi precapitalisti che anche ciò che resta non funziona più come in passato. E qui sta un altro fattore causale, perché secondo Wallace tutta questa devastazione ecologica riduce “quella complessità ambientale con cui la natura interrompe le catene di trasmissione.” La verità dunque è che è sbagliato immaginare queste zone come la “periferia” naturale di un sistema capitalista. Il capitalismo è già globale e totalizzante. Non ha più una frontiera, un luogo in cui confina con un altrove non capitalista, e pertanto non esiste alcuna grande catena di sviluppo per cui paesi “arretrati” seguono quelli che stanno in testa nella catena di valore, né esiste un vero e proprio mondo selvaggio che può essere preservato in condizioni in un certo senso pure, intatte. Il capitale ha un hinterland subordinato interamente sottomesso alle catene di valore globali. Il sistema sociale che ne risulta, compresi i presunti “tribalismi” e i rinati fondamentalismi religiosi antimoderni, è un prodotto interamente di oggi, quasi sempre di fatto connesso ai mercati globali, e spesso in maniera molto diretta. Lo stesso si può dire dei conseguenti sistemi bioecologici, dal momento che le zone “selvagge” sono in realtà immanenti all’economia globale, in senso astratto in quanto dipendono dal clima e dai relativi ecosistemi, e in senso diretto in quanto connessi alle catene di valore globali.

È questo che produce le condizioni necessarie alla trasformazione dei ceppi virali “selvaggi” in pandemie globali. Ma COVID-19 non è il peggio. Un esempio ideale del principio di base, e del pericolo globale, è rappresentato da ebola. Il virus dell’ebola è un chiaro esempio di ceppo virale esistente diffusosi presso la popolazione umana. Prove recenti riporterebbero le sue origini a varie specie di pipistrelli originari dell’Africa Centrale e Occidentale, che fanno da vettori ma non sono affetti dal virus. Lo stesso non si può dire dei mammiferi selvatici, come i primati e i cefalofi, che periodicamente contraggono la malattia e subiscono rapide epidemie ad elevata mortalità. Ebola ha un ciclo vitale particolarmente aggressivo fuori dalle specie serbatoio. Il contatto con questi ospiti può infettare l’uomo con risultati devastanti. Ci sono state diverse ondate epidemiche con un tasso di mortalità molto alto, quasi sempre oltre il 50%. La seconda più grande epidemia, continuata a periodi alterni tra il 2013 e il 2016, ha causato 11.000 morti. Il tasso di mortalità dei pazienti ricoverati era del 57-59%, molto più alto per chi non aveva accesso alle cure mediche. Negli ultimi anni sono stati sviluppati diversi vaccini da varie società private, ma la lentezza del meccanismo di approvazione unita alla proprietà intellettuale e alla diffusa mancanza di infrastrutture mediche hanno fatto pochissimo per fermare l’ultima epidemia, che ha avuto l’epicentro nella Repubblica Democratica del Congo e che è quella di maggior durata.

Spesso le malattie sono descritte come calamità naturali, tutt’al più sono attribuite a pratiche culturali “malsane” dei poveri che vivono fuori dalla civiltà. Ma i tempi delle ultime grosse epidemie (2013-16 in Africa Occidentale e 2018-oggi in Cina) non sono un caso. Entrambe sono scoppiate proprio mentre l’espansione delle industrie primarie sloggiava le popolazioni delle foreste e ne distruggeva l’ecosistema. È evidente non solo nei casi più recenti. Spiega Wallace che “tutte le epidemie di ebola sono connesse ad un cambio d’uso delle terre dietro la spinta del capitale, a partire dal primo caso avvenuto a Nzara, in Sudan, nel 1976, quando una fabbrica nata con finanziamenti britannici cominciò a filare e tessere cotone prodotto localmente.” Similmente, l’epidemia del 2013 in Guinea si diffuse quando il nuovo governo cominciò ad aprire il paese ai mercati globali svendendo grosse estensioni di territorio a conglomerati agroindustriali internazionali. L’industria dell’olio di palma, nota per aver contribuito alla deforestazione e alla distruzione ecologica in tutto il mondo, sembra avere particolari responsabilità, dato che le sue monocolture distruggono la ricchezza ecologica che serve ad interrompere le catene di trasmissione delle malattie e allo stesso tempo attirano quei pipistrelli che fungono da serbatoio naturale del virus.

E poi la svendita di grosse porzioni di territorio ad aziende agroforestali porta alla cacciata delle popolazioni locali che vivono nelle foreste nonché alla distruzione di quelle forme di produzione e raccolta che dipendono dall’ecosistema. Spesso alle popolazioni rurali non resta che spingersi ancora più in fondo nella foresta ogni volta che vengono distrutte le relazioni tradizionali con il loro ecosistema. Il risultato è che la sopravvivenza dipende sempre più dalla caccia di selvaggina o dall’abbattimento di piante per la vendita sul mercato globale. Queste popolazioni sono quindi soggette alle ire delle organizzazioni ambientaliste globali, che condannano queste persone accusandole di essere “bracconieri” e “boscaioli abusivi”, responsabili della stessa deforestazione e distruzione ecologica che le ha spinte a praticare tali commerci. Spesso si arriva a conclusioni tragiche, come in Guatemala, dove forze paramilitari anticomuniste, ciò che rimane della guerra civile, sono diventate forze di sicurezza “verdi” con il compito di “proteggere” la foresta dal taglio abusivo di alberi, bracconaggio e narcotraffico, uniche attività rimase alla popolazione del luogo, che era stata spinta a praticare queste attività proprio a causa della violenta repressione subita durante la guerra ad opera di quelle stesse forze paramilitari. Da allora lo schema si ripete in tutto il mondo, con l’approvazione delle reti sociali nei paesi ad alto reddito che plaudono all’esecuzione (spesso diffusa in video) di “bracconieri” da parte di forze di sicurezza “verdi”.

Il contenimento come esercizio di governo

COVID-19 ha catturato l’attenzione del mondo con forza inaudita. Anche ebola, l’aviaria e la SARS generarono grande frenesia mediatica. Ma qualcosa in questa nuova epidemia ha generato una risposta di diverso genere. In parte, questo è quasi certamente vero data l’entità spettacolare della risposta del governo cinese, il cui risultato lo vediamo nelle immagini ugualmente spettacolari di metropoli vuote in contrasto netto con l’immagine solita di una Cina sovraffollata e inquinata. La reazione del governo cinese ha generato voci di un imminente collasso politico o economico, alimentato anche dai prodromi di una guerra commerciale con gli Stati Uniti. A tutto ciò si unisce la diffusione rapida del virus che, nonostante la bassa mortalità, ha il carattere di una minaccia immediatamente globale.

Ad un livello meno superficiale, però, ciò che colpisce maggiormente della reazione dello stato è il modo in cui è avvenuta, ovvero tramite i media, come se fosse una melodrammatica prova generale in vista di una battaglia controinsurrezionale. Questo fa capire quali sono le capacità repressive dello stato cinese, ma ne evidenzia anche la profonda incapacità, come rivela il fatto di doversi affidare pesantemente ad un insieme fatto di propaganda totale condotta su ogni media e di mobilitazione spontanea da parte della popolazione locale senza obblighi materiali. La propaganda cinese e quella occidentale evidenziano le qualità repressive della quarantena; se lo stato cinese vede in ciò l’efficacia della propria azione, la propaganda occidentale ci vede l’ennesimo caso di esagerazione totalitaria da parte del distopico governo cinese. La verità taciuta è che la repressione è un segno dell’incapacità del governo cinese, esso stesso in fase di edificazione.

Possiamo così vedere la natura dello stato cinese, vedere come sviluppa tecniche nuove e innovative che servono al controllo sociale e alla gestione della crisi, tecniche applicabili in condizioni in cui il potere dello stato è debole o inesistente. Queste condizioni offrono un’immagine ancora più interessante (anche se speculativa) di come la classe di governo potrebbe reagire quando la diffusione della crisi e l’insurrezione vera causeranno simili collassi anche negli stati più forti. La diffusione del virus è stata per molti aspetti favorita dal debole legame tra i vari livelli del governo: autorità locali che, contro gli interessi del governo centrale, reprimevano i medici che “facevano la talpa”, inefficienza degli ospedali nel comunicare i casi, assistenza sanitaria carente e molto altro. Molti governi locali sono tornati alla normalità, pur se a passo diverso, fuori dal controllo dello stato centrale (tranne la provincia di Hubei, l’epicentro). In questo momento, non si sa esattamente quali porti e località hanno ripreso l’attività. Questa quarantena, per così dire, improvvisata, ha però significato la rottura delle reti logistiche a lunga distanza tra città e città: apparentemente, ogni governo locale può impedire il transito di treni e camion entro i suoi confini. Questa incapacità di base ha costretto il governo cinese a trattare il virus come se fosse un’insurrezione, in una sorta di guerra simulata contro un nemico invisibile.

La macchina dello stato è andata a pieno regime il 22 gennaio, quando le autorità hanno elevato il grado di risposta all’emergenza in tutta la provincia di Hubei, avvertendo la popolazione che avrebbero potuto esserci strutture di confinamento, ma anche che avrebbero potuto “prendere in prestito” personale, veicoli e strutture da utilizzare per il contenimento della malattia, nonché di imporre posti di blocco e controlli al traffico (dando così il consenso ad un fenomeno che sapeva che sarebbe occorso comunque). Il che significa che il dispiego delle risorse dello stato è iniziato come un richiamo alla solidarietà nei confronti della popolazione locale. Da un lato, un disastro del genere porterebbe al collasso la capacità d’intervento dello stato (come negli Stati Uniti con gli uragani). Dall’altro, però, facendo così non si fa che ripetere uno schema di potere dello stato cinese per cui lo stato centrale, mancando di un’efficiente struttura di comando e imposizione che arrivi fino alle zone più remote, è costretto a ricorrere ad un insieme fatto di appelli, ampiamente pubblicizzati, alle autorità e alla popolazione locale affinché facciano qualcosa, e punizioni post-facto inflitte contro i soccorsi ritardatari e spacciate per repressione della corruzione.

Fonte: Chuang.org, febbraio 2020. Titolo originale: Social Contagion: Microbiological Class War in China. Traduzione parziale a cura di Enrico Sanna.

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