L’Amazzonia è in Fiamme, e poi?

©Mikhail Zlatkovsky-Russia

Slavoj Žižek

Dopo che i roghi delle foreste amazzoniche sono scomparsi dalle prime pagine, arriva la notizia di quasi quattromila incendi appiccati in Brasile nonostante il governo tempo fa abbia emesso un decreto che vieta gli incendi intenzionali nell’Amazzonia legale. Questi numeri non possono non far scattare un allarme: ci stiamo dirigendo davvero verso il suicidio collettivo?

Si dice che “distruggendo le foreste amazzoniche, i brasiliani stanno ammazzando il polmone del mondo…” E però, se vogliamo affrontare seriamente la minaccia rivolta al nostro ambiente, dobbiamo evitare proprio questo genere di estrapolazione rapida che attanaglia la nostra immaginazione. Venti, trent’anni fa, tutti in Europa parlavano del fenomeno della Waldsterben, la morte graduale dei boschi, la questione campeggiava sulle copertine dei settimanali popolari, c’erano calcoli che dimostravano che entro mezzo secolo l’Europa sarebbe rimasta senza boschi… e ora in Europa ci sono più boschi che nel ventesimo secolo, e ci stiamo accorgendo di altri pericoli, ad esempio di quello che accade nelle profondità oceaniche.

Certo dobbiamo prendere molto sul serio le minacce ecologiche, ma è importante anche essere pienamente coscienti della grande incertezza insita nelle analisi e delle proiezioni fatte in questo ambito: avremo la certezza di ciò che sta occorrendo solo quando sarà troppo tardi. Estrapolazioni facili servono solo a fornire argomenti ai negazionisti climatici, pertanto dobbiamo evitare a tutti i costi questo “terrorismo ecologico”, questa avventata attrazione morbosa per la catastrofe assoluta.

Il terrorismo ecologico ha molte probabilità di diventare la forma ideologica predominante del capitalismo globale, il nuovo oppio delle masse in sostituzione della religione ormai in declino. Finisce per assumere la funzione fondamentale della vecchia religione, quella di instaurare al potere un’autorità indiscutibile capace di imporre limiti. La lezione che questo ecologismo non si stanca di ripetere è quella dei nostri limiti: siamo solo una delle specie che popolano questo nostro pianeta terra, siamo inchiodati ad una biosfera che oltrepassa di molto il nostro orizzonte. Quando sfruttiamo le risorse naturali, stiamo prendendo in prestito dal futuro, e pertanto dobbiamo trattare il nostro pianeta con rispetto, come qualcosa in fondo Sacro, qualcosa che non deve essere svelato completamente, che deve e dovrà restare sempre un Mistero, un potere in cui confidare, non da dominare. Non possiamo acquisire il pieno dominio sulla nostra biosfera, ma abbiamo purtroppo il potere di sabotarla, di perturbarne l’equilibrio finché non diventa incontrollabile e ci spazzola via. È per questo che, per quanto gli ecologisti chiedano continuamente un cambiamento radicale nel nostro stile di vita, dietro questa richiesta si nasconde il suo esatto opposto: una profonda sfiducia nei confronti del cambiamento, dello sviluppo, del progresso. Ogni trasformazione radicale può avere la conseguenza non voluta di far esplodere una catastrofe.

A questo punto, tutto diventa ingannevole. Anche quando dichiariamo di essere disponibili ad assumerci la nostra responsabilità delle catastrofi ecologiche, la cosa può essere uno stratagemma ingannevole al fine di scordare effettivamente le vere dimensioni della minaccia. C’è qualcosa di subdolamente rassicurante in questa disponibilità ad assumersi la colpa delle minacce rivolte contro il nostro ambiente: ci piace sentirci in colpa perché, se siamo colpevoli, ciò significa che tutto dipende da noi, siamo noi che diamo le carte della catastrofe, e sempre noi possiamo salvare noi stessi, semplicemente cambiando la nostra vita. Ciò che è veramente difficile da accettare (almeno per noi occidentali) è il fatto di essere ridotti al ruolo meramente passivo di osservatori impotenti che possono solo guardare inermi il proprio destino che si compie. Per scacciare il pensiero, tendiamo ad immergerci, ossessivamente e freneticamente, in attività come riciclare la carta, comprare alimenti biologici, fare qualunque cosa semplicemente per avere la certezza che stiamo facendo qualcosa, stiamo dando il nostro contributo; come quel tifoso di calcio che tifa per la sua squadra davanti al televisore, grida e salta sulla poltrona, e inscena una credenza superstiziosa convinto che in qualche modo ciò potrà influire sul risultato della partita…

In realtà, il tipico feticista ribelle dell’ecologismo è quello che dice: “Lo so benissimo (che siamo tutti minacciati), ma nella pratica mi comporto come se non ci credessi (e quindi non sono disposto a fare niente di tangibile come cambiare il mio stile di vita).” Ma c’è anche il tipo contrario di ribelle che dice: “So benissimo che non posso fare nulla contro un processo che potrebbe annientarmi (come un’esplosione vulcanica), ma anche così accettare la cosa è troppo doloroso, non posso resistere all’impulso di fare qualcosa, pur sapendo che in fin dei conti non servirà a nulla…” Non è proprio per questa ragione che compriamo alimenti biologici? Qualcuno crede davvero che quelle mele “biologiche”, così care e così carine, siano effettivamente più salutari? Il fatto è che, quando le compriamo, non stiamo semplicemente acquistando e consumando un prodotto; stiamo anche facendo qualcosa che ha un significato, stiamo dimostrando il nostro impegno e la nostra coscienza globale, stiamo partecipando ad un grande progetto collettivo…

L’ideologia ecologica predominante ci tratta come colpevoli a priori, in debito con madre natura, sotto la pressione costante dell’agenzia ecologica del super-ego che ci interroga in quanto individui: “Cosa hai fatto oggi per ripagare il tuo debito con la natura? Hai messo tutti i giornali nel cassonetto giusto? E tutte le bottiglie di birra e le lattine di Coca? Hai usato la tua auto quando avresti potuto usare la bicicletta o qualche trasporto pubblico? Non è che hai usato l’aria condizionata quando bastava aprire le finestre?” È facile indovinare cosa è in gioco ideologicamente in questo genere di individualismo: mi annullo nel mio esame di coscienza invece di porre domande generali e pertinenti riguardo la nostra civiltà industriale nel suo insieme.

L’ecologismo si presta facilmente a mistificazioni ideologiche. Diventa un pretesto per l’oscurantismo New Age (elogio dei “paradigmi” premoderni e così via), o per il neocolonialismo (quelli che nel Primo Mondo dicono che lo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo come il Brasile e la Cina sta minacciando tutti quanti), o un punto d’onore per i “capitalisti verdi” (compra ecologico, ricicla… come se essere ecologici giustificasse lo sfruttamento capitalista). Tutte queste tensioni sono emerse nelle reazioni ai recenti incendi in Amazzonia. Esistono cinque modi principali per nascondere le vere dimensioni della minaccia ecologica: (1) semplice ignoranza: si tratta di un fenomeno marginale, non vale la pena preoccuparsi, la vita va avanti, la natura si difende da sola; (2) la scienza e la tecnologia possono salvarci; (3) lasciamo che sia il mercato a trovare la soluzione (più tasse per chi inquina e tutto il resto); (4) il super-ego che preme sulla responsabilità personale al posto dei provvedimenti sistemici di grande portata: ognuno di noi deve fare quello che può (riciclare, consumare meno eccetera); (5) forse il peggiore è la promozione di un ideale ritorno all’equilibrio naturale, a una vita più modesta e tradizionale che annulli l’arroganza dell’uomo, per tornare ad essere figli rispettosi di nostra Madre Natura. Tutto questo paradigma secondo cui Madre Natura è scossa dalla nostra arroganza è sbagliato. Il fatto che le nostre principali fonti di energia (petrolio, carbone) siano i resti di antiche catastrofi occorse prima della comparsa dell’uomo ricorda che Madre Natura è una megera fredda e crudele…

Chiaramente, tutto ciò non significa affatto che dobbiamo rilassarci e avere fiducia nel nostro futuro: il fatto di non capire ciò che effettivamente sta occorrendo rende la situazione ancor più pericolosa. E poi, come è sempre più chiaro, le migrazioni (e i muri innalzati per fermarle) sono sempre più collegate ai disturbi ecologici come il riscaldamento globale, così che l’apocalisse ecologica e l’apocalisse dei rifugiati coincidono sempre più con quello che Philip Alston, relatore speciale dell’Onu, ha definito “apartheid climatico”. Detto con parole sue: “rischiamo di ritrovarci davanti uno scenario di ‘apartheid climatico’ in cui i ricchi pagano per sfuggire al surriscaldamento, alla fame e alle guerre, mentre gli altri sono abbandonati alla sofferenza.” I meno responsabili delle emissioni globali sono anche quelli che hanno meno possibilità di proteggersi.

Ecco quindi la domanda di Lenin: che fare? Siamo nei guai grossi, non c’è una soluzione “democratica” semplice. L’idea che le persone (non solo i governi e le imprese) debbano prendere una decisione sembra saggia, ma esige che si risponda ad una questione importante: anche quando il suo significato non viene distorto da interessi corporativi, cosa ci autorizza a dare un giudizio su una questione tanto delicata? Non solo, ma i rimedi radicali sostenuti da certi ecologisti possono essi stessi provocare nuove catastrofi. Prendiamo l’idea della Gestione della Radiazione Solare (SRM), il rilascio continuato e massiccio di aerosol nell’atmosfera al fine di riflettere o assorbire la luce solare e così raffreddare il pianeta. Si tratta comunque di un progetto ad alto rischio: potrebbe distruggere i raccolti, alterare il ciclo dell’acqua in modo irreparabile, per non parlare di tanti altri fattori che non conosciamo neanche; non riusciamo a capire come funziona il fragile equilibrio del nostro pianeta, e quali effetti imprevisti potrebbe avere questo genere di geoingegneria.

Quello che possiamo fare, però, è perlomeno stabilire le nostre priorità e ammettere il carattere assurdo dei nostri giochi di guerra politica, quando lo stesso pianeta per cui si combattono le guerre è sotto minaccia. Il gioco ridicolo dell’Europa che accusa il Brasile e del Brasile che accusa l’Europa deve finire. Le minacce ecologiche fanno capire che l’era degli stati nazione sovrani sta giungendo alla fine. Serve una forte agenzia globale che abbia il potere di coordinare le misure necessarie. Sbaglio o la necessità di agire in questo modo punta verso quello che un tempo chiamavamo “Comunismo”?

Originale pubblicato il 4 settembre 2019 su Blog da Boitempo con il titolo A Amazônia está em chamas – e daí?. Traduzione portoghese di Artur Renzo. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

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