Contro la Civiltà

gregge

John Lanchester

Tendiamo a considerare la scienza e la tecnologia quasi come se fossero fratelli, se non addirittura gemelli, come se facessero parte di un unico gruppo (“scienza, tecnologia, ingegneria, e matematica”). Quando si parla delle meraviglie del mondo moderno – come i supercomputer che sono nelle nostre tasche e comunicano con i satelliti – ecco che la scienza e la tecnologia sono davvero a portata di mano. Per gran parte della storia umana, però, la tecnologia non ha avuto niente a che fare con la scienza. Molte delle nostre invenzioni più significative sono dei semplici attrezzi, dietro i quali non si trova alcun metodo scientifico. Ruote e pozzi, pulegge e mulini e ruote dentate ed alberi delle navi, orologi e timoni e rotazione delle colture: tutte queste cose sono state fondamentali per lo sviluppo umano e per lo sviluppo economico, e nessuna di tutte queste cose ha avuto un collegamento storico con quello che noi oggi pensiamo come scienza. Alcune delle cose più importanti che oggi usiamo quotidianamente sono state inventate molto tempo prima che venisse adottato il metodo scientifico. Io adoro il mio computer portatile ed il mio Iphone ed il mio GPS, ma il pezzo di tecnologia che abbandonerei meno volentieri, l’unica che è riuscita a cambiare la mia vita fin dal primo giorno che l’ho usato, e dai cui dipendo subito non appena mi sveglio – e sulla quale mi sto basando proprio adesso, mentre batto sui tasti – risale al 13° secolo: sono i miei occhiali. Il sapone è servito a prevenire più morti di quanto abbia fatto la penicillina. E questa è tecnologia, non scienza.

In “Against the Grain: A Deep History of the Earliest States”, James C. Scott, un professore di scienze politiche a Yale, presenta quello che è il candidato ad essere il più importante pezzo di tecnologia in tutta la storia dell’uomo. Si tratta di una tecnologia così vecchia che è addirittura precedente all’Homo sapiens e va accreditata al nostro antenato Homo erectus. Questa tecnologia è il fuoco. E lo abbiamo usato in due modi decisivi e determinanti. Il primo è più ovvio è il cuocere i cibi. Come ha sostenuto Richard Wrangham, nel suo libro “Catching Fire”, la nostra capacità di cucinare ci ha consentito di estrarre più energia dal cibo che mangiamo, e anche di mangiare una gamma assai più vasta di cibi. Il nostro parente animale più prossimo, lo scimpanzé, possiede un colon tre volte più grande del nostro, in quanto la sua dieta a base di cibi crudi è più difficile da digerire. Il valore extra calorico che otteniamo dal cibo cotto ci ha permesso di sviluppare i nostri grandi cervelli, i quali assorbono circa un quinto di tutta l’energia che consumiamo, a differenza della maggior parte dei mammiferi, il cui cervello ne consuma solo un decimo. È questa la differenza che ci ha reso la specie dominante del pianeta.

La seconda ragione per cui nella nostra storia il fuoco è diventato centrale, e meno ovvio allo sguardo degli occhi contemporanei: l’abbiamo usato per adattare ai nostri scopi tutto il paesaggio che ci sta intorno. I cacciatori-raccoglitori, mentre si muovevano, avrebbero usato il fuoco per ripulire il terreno e prepararlo così ad una più rapida crescita, attirando nuove piante. Avrebbero anche usato il fuoco per spingere e far muovere gli animali. Hanno usato così tanto questa tecnologia che – ritiene Scott – dovremmo datare la fase corrispondente alla terra dominata dall’uomo, il cosiddetto Antropocene, a far tempo dal momento in cui i nostri antenati hanno cominciato a dominare questo nuovo attrezzo.

Scott suggerisce che noi non attribuiamo sufficiente importanza alla tecnologia del fuoco, in quanto nel lungo periodo non diamo troppo credito all’ingegnosità dei nostri antenati – il 95% della storia umana – un periodo durante il quale la maggior parte degli esseri della nostra specie erano dei cacciatori-raccoglitori. «Dal momento che il fuoco umano in quanto architettura del paesaggio non viene registrato nei nostri resoconti come avrebbe dovuto, forse è per questo che i suoi effetti si sono diffusi per centinaia di millenni, usato da popoli “precivilizzati”, noti anche come “selvaggi”», scrive Writes. Per dimostrare il significato del fuoco, fa riferimento a quello che abbiamo trovato in alcune caverne in Sudafrica. I primi strati delle caverne, quelli più antichi contengono scheletri interi di carnivori e molti frammenti di ossa masticati provenienti dalle cose che allora mangiavamo, compresi noi stessi. Poi viene lo strato risalente a quando avevamo scoperto il fuoco, e i proprietari delle caverne cambiano: gli scheletri umani ora sono interi, e quelli dei carnivori sono frammenti di ossa. È il fuoco a costituire la differenza fra mangiare ed essere mangiati.

Gli esseri umani anatomicamente moderni sono stati in circolazione da circa duecentomila anni. Per la maggior parte del tempo, abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori. Poi, circa dodicimila anni fa arriva quello che viene generalmente considerato come il momento che separa il prima e il dopo rispetto alla nostra ascesa a dominatori del pianeta: la rivoluzione neolitica. Con questo abbiamo adottato quello che, secondo le parole di Scott, è tutto il “pacchetto” dell’innovazione agricola, in particolare l’addomesticamento degli animali come la mucca ed il maiale, ed il passaggio dalla caccia e dalla raccolta alla semina ed alla coltivazione dei semi. Fra le colture, le più importanti sono stati i cereali – grano, orzo, riso e mais – che rimangono tuttora la base della dieta umana. I cereali hanno consentito alla popolazione la crescita e la nascita delle città, e, quindi, lo sviluppo degli Stati e la nascita delle società complesse.

La storia che viene raccontata in “Against the Grain” rivede pesantemente questa narrazione ampiamente diffusa. La specialità di Scott non è la prima storia umana. Il suo libro si è concentrato su un punto di vista scettico rispetto alla formazione agricola dello Stato; la traiettoria dei suoi interessi può essere tracciata a partire dai titoli dei suoi libri, da “The Moral Economy of the Peasant” (“L’economia morale del contadino”) a “The Art of Not Being Governed” (“L’arte di non essere governati”).  Il suo libro più noto, “Seeing Like a State” (“Vedere le cose dal punto di vista dello Stato”), è diventato un punto di riferimento per gli scienziati politici, e costituisce una feroce critica della pianificazione centrale e del “modernismo spinto”, dell’idea secondo la quale i funzionari che sono al centro dello Stato ne saprebbero di più rispetto alle persone che governano. Scott sostiene che gli interessi di uno Stato e gli interessi di soggetti spesso non solo sono differenti, bensì opposti. Il progetto della collettivizzazione agricola di Stalin «ha funzionato abbastanza bene come mezzo attraverso cui lo Stato poteva determinare i modelli di coltivazione, fissare i salari rurali reali, appropriarsi di una larga parte di qualsiasi cosa venisse prodotta, e castrare politicamente la campagna»; ed ha anche ucciso milioni di contadini.

Il nuovo libro di Scott trasporta queste idee nel passato profondo, e si basa sulle ricerche esistenti per arrivare a sostenere che la nostra non è affatto una storia di progresso lineare, e che la linea temporale è assai più complicata, e che le sequenze causali della versione standard sono tutte sbagliate. Focalizza il suo resoconto sulla Mesopotamia – diciamo, grosso modo, su quello che è l’Iraq odierno – dal momento che è «il cuore di quelli che sono stati i primi Stati “incontaminati” del mondo»; il termine “incontaminato” qui significa che quegli Stati non recavano tracce di insediamenti precedenti, ed era la prima volta che esistevano simili organizzazioni sociali. Sono i primi Stati che hanno avuto dei documenti scritti, e sono diventati un modello per altri Stati nel Vicino Oriente ed in Egitto, cosa che li ha resi doppiamente rilevanti per tutta la storia successiva.

La grande novità che emerge dalla recente ricerca archeologica, riguarda il lasso di tempo intercorso fra la “sedentarietà” (vivere in comunità sedentarie stabili) e l’adozione dell’agricoltura. La scuola precedente sosteneva che era stata l’invenzione dell’agricoltura a rendere possibile la sedentarietà. Le prove dimostrano che ciò non è vero: c’è stato un enorme gap – quattromila anni – a separare i «due addomesticamenti chiave» degli animali e dei cereali, dalla prima economia agraria basata su questi addomesticamenti. I nostri antenati hanno esaminato a lungo ed attentamente le possibilità dell’agricoltura, prima di decidere di adottare questo nuovo modo di vivere. Ed hanno potuto pensarci così a lungo perché vivevano in un’era notevolmente abbondante. Così, allo stesso modo, come viene suggerito dalla prima civiltà nella Cina della valle del fiume Giallo, anche la Mesopotamia era un territorio umido, come il suo nome (“in mezzo ai fiumi”) suggerisce. Nel Neolitico, la Mesopotamia era una zona umida del delta, laddove il mare arrivava per molte miglia nell’entroterra dell’attuale costa.

Si trattava di un paesaggio generoso per gli esseri umani, che offriva pesci e gli animali che predavano i pesci, terreno fertile grazie alle regolari inondazioni, uccelli migratori, e prede migratrici che viaggiavano lungo le rotte dei fiumi. Lì vennero stabilite le prime comunità stanziali perché il territorio offriva una rete altamente diversificata di fonti di cibo. Se un anno falliva una fonte di cibo, ce ne sarebbe stata un’altra. Perciò, l’archeologia mostra che il “pacchetto neolitico” di addomesticamento ed agricoltura non ha portato all’insediamento delle comunità, antenate delle nostre moderne città e paesi. Quelle comunità sono esistite per migliaia di anni, nelle generose condizioni dei territori umidi, prima che l’umanità si dedicasse all’agricoltura intensiva. La dipendenza da una coltura di cereali, densamente coltivata, era molto più rischiosa, e non c’è da stupirsi che abbiano aspettato qualche millennio prima di fare il cambiamento.

Allora, perché i nostri antenati sono passati da questa complessa rete di risorse alimentari alla produzione concentrata di una singola coltura? Questo non lo sappiamo, anche se Scott specula sul fatto che in questo possa essere stato coinvolta una qualche sollecitazione climatica. Ad ogni modo, due cose sono chiare. La prima è che, per migliaia di anni, la rivoluzione agricola è stata, per la maggior parte delle persone che l’hanno vissuta, un disastro. I reperti fossili dimostrano che per gli agricoltori la vita era più dura di quanto lo fosse per i cacciatori-raccoglitori. Le loro ossa forniscono le prove di uno stress alimentare: erano meno alti, più malati, il loro tasso di mortalità era più alto. Il fatto di vivere in prossimità di animali domestici aveva portato a contrarre malattie che hanno incrociato la specie, causando caos e distruzione nelle comunità densamente popolate. Scott non le chiama città, ma «campi multispecie di reinsediamento del tardo neolitico». Chi mai sceglierebbe di vivere in uno di essi? Jared Diamond ha definito la Rivoluzione Neolitica come «il peggior errore della storia umana». La cosa sorprendente circa un’affermazione del genere è che, fra gli storici dell’epoca, non è mai stata molto controbattuta.

L’altra conclusione che possiamo trarre dalle prove, dice Scott, è che esiste un legame diretto e decisivo fra la coltivazione di cereali e la nascita dei primi Stati. Non che i chicchi di cereali fossero gli unici prodotti alimentari dell’umanità; solo che erano gli unici che incoraggiassero la formazione degli Stati. «La storia non registra alcun Stato legato alla manioca, né al sagu, alla batata, alla banana, all’albero del pane o alla patata dolce», scrive. Cosa c’era di così speciale nel grano? La risposta ha senso per chiunque abbia familiarità con un modello 740: il grano, diversamente dalle altre colture, è facile da tassare. Alcune colture (patate, patate dolci, manioca) sono sepolte e quindi possono essere nascosti agli esattori delle tasse, e che, anche se vengono scoperte, hanno bisogno di essere scavate individualmente e faticosamente. Altre colture (soprattutto, legumi) maturano ad intervalli diversi, oppure forniscono raccolti che avvengono attraverso tutta una stagione di crescita, piuttosto che lungo una traiettoria che procede dall’acerbo al maturo – in altre parole, l’esattore delle tasse non può arrivare una volta e prendere tutto il dovuto. Solamente i cereali sono, secondo le parole di Scott, «visibili, divisibili, valutabili, conservabili, trasportabili, e “razionabili”». Ci sono altre colture che hanno alcuni di questi vantaggi, ma solo i cereali li posseggono tutti, e perciò il grano diventa «il principale amido alimentare, l’unità di tassazione in natura, e la base per l’egemonia di un calendario agrario». Ora il fisco può arrivare, valutare i campi, stabilire un livello di tassazione, e poi tornare ed essere sicuro che avrà la sua parte di raccolto.

È stata la capacità di tassare e di estrarre un surplus dalla produzione dell’agricoltura che, secondo la narrazione di Scott, ha portato alla nascita dello Stato, ed anche alla creazione di società complesse con gerarchie, divisione del lavoro, mansioni specialistiche (soldati, preti, servitori, amministratori), e ad un’élite che presiede a tutto questo. Dal momento che i nuovi Stati richiedevano un’enorme quantità di lavoro manuale per irrigare le coltivazioni di cereali, hanno richiesto anche delle forme di lavoro forzato, inclusa la schiavitù; e dal momento che il modo più semplice di procurarsi schiavi era quello di catturarli, gli Stati hanno avuto una nuova propensione ad intraprendere guerre. Alcune delle prime immagini della storia umana, provenienti dai primi Stati della Mesopotamia, consistono di schiavi che vengono fatti marciare mentre recano delle lunghe catene al loro collo. Se aggiungiamo questo alle frequenti epidemie e alle cattive condizioni generali di salute delle prime comunità insediate, non è difficile capire come ultimamente sia opinione generale che la Rivoluzione Neolitica sia stata un disastro per la maggioranza delle persone che l’hanno vissuta.

Guerra, schiavitù, dominio delle élite – tutto questo è stato reso più facile grazie ad una nuova tecnologia di controllo: la scrittura. «È praticamente impossibile concepire perfino i primi Stati senza che vi sia una tecnologia di conservazione sistematica dei registri numerici», sostiene Scott. Tutte le cose buone che associamo alla scrittura – il suo utilizzo a fini culturali, per l’intrattenimento, per la comunicazione e per la memoria collettiva – erano ancora distanti nel futuro. Per un mezzo migliaio di anni dopo la sua invenzione, in Mesopotamia, la scrittura è stata usata esclusivamente per la contabilità: «lo sforzo massiccio per rendere leggibile ai suoi governanti ed ai suoi funzionari del tempio, una società, la sua manodopera, e la sua produzione, attraverso un sistema di annotazione, per estrarre da essa grano e lavoro». Le prime tavolette consistono di «liste, liste, liste», dice Scott, e i soggetti di quelle registrazioni sono, in ordine di frequenza, «orzo (in quanto razioni e tasse), prigionieri di guerra, schiavi maschi e femmine». Walter Benjamin, il grande critico culturale ebreo tedesco, che si suicidò mentre cercava di scappare dall’Europa controllata dai nazisti, affermava che «non esiste alcuna documentazione della civiltà che non sia allo stesso tempo anche una documentazione della barbarie». Quello che intendeva dire, è che ogni cosa complicata e meravigliosa che l’umanità abbia mai fatto, se la guardi abbastanza a lungo, ha un’ombra, una storia di oppressione. In quanto semplice fatto storico, per quanto sembri giusto, è stato un lungo e traumatico viaggio che va dall’invenzione della scrittura fino alla discussione al tuo club del libro a proposito dell’ultimo lavoro di Jodi Picoult.

Conseguentemente, dobbiamo ripensare a cosa intendiamo quando parliamo di antiche “epoche oscure”. La domanda posta da Scott è precisa: «“oscura” per chi e sotto quali aspetti? ». La documentazione storica mostra che le prime città ed i primi Stati erano soggetti ad improvvise implosioni. «Nei circa cinque millenni di sedentarismo sporadico prima degli Stati (sette millenni, se includiamo il sedentarismo pre-agricolo in Giappone ed in Ucraina)», scrive Scott, «gli archeologhi hanno registrato centinaia di locazioni nelle quali c’erano stati degli insediamenti, che poi erano stati abbandonati, e poi forse reinsediati, e poi di nuovo abbandonati». Questi eventi di solito vengono definiti come “collassi”, ma Scott ci invita a ispezionare da vicino anche quel termine. Quando gli Stati collassano, e smettono di essere costruiti stravaganti edifici, le élite non gestiscono più le cose, i documenti scritti non vengono più conservati, e la massa della popolazione va a vivere da qualche altra parte. In tal caso, tratta di un collasso, in termini di standard di vita, per la maggior parte delle persone? Secondo i calcoli di Scott, gli esseri umani vivevano principalmente al di fuori della sfera di competenza degli Stati fino a circa l’anno 1600 A. C. Fino a quella data, da cui partono gli ultimi due decimi dell’1% della vita politica dell’umanità. «poteva succedere che gran parte della popolazione mondiale non avesse mai visto quello che era il segno distintivo della presenza dello Stato: un esattore delle tasse».

La domanda circa che cosa significava vivere al di fuori della cultura stabile di uno Stato, è quindi importante ai fini della valutazione complessiva della storia umana. Se quella vita fosse, come la descriveva Thomas Hobbes, «cattiva, brutale e breve», questa è un’informazione vitale al fine di riuscire ad elaborate una narrazione di come siamo arrivati ad essere quelli che siamo. Sostanzialmente, la storia umana diverrebbe una semplice storia di progresso: la maggior parte di noi era disgraziata per la maggior parte del tempo, poi abbiamo sviluppato la civiltà, e tutto ha cominciato ad andare meglio. Ma nel caso che la maggior parte di noi non era disgraziata ed infelice per la maggior parte del tempo, ecco che allora l’arrivo della civiltà diventa un evento un po’ più ambiguo. In una colonna del libro mastro, avremmo lo sviluppo di una cultura materiale complessa che permette le glorie della scienza moderna e della medicina e le meraviglie dell’arte che abbiamo accumulato. Nell’altra colonna, avremmo le cose meno buone, come la peste, la guerra, la schiavitù, la stratificazione sociale, tutte cose governate da spietate élite che spadroneggiano, e Simon Cowell!

Per sapere cosa significa vivere come viveva la gente per la maggior parte della storia umana, dovresti trovare uno di quei posti dove sono ancora vive le pratiche tradizionali di caccia e raccolta. Dovresti passarci lì molto tempo, per essere sicuro che quella che stai vedendo sia realmente un’esperienza vissuta; e, idealmente, avresti bisogno di un metro di paragone, persone che siano simili ai tuoi cacciatori-raccoglitori, ma che vivono in maniera diversa, in modo che tu possa avere un “controllo” scientifico che ti permetta di escludere locali incidenti di circostanza. Fortunatamente per noi, l’antropologo James Suzman ha fatto esattamente questo: ha trascorso più di vent’anni visitando, studiando, e vivendo in mezzo ai boscimani del Kalahari, nel sud-ovest dell’Africa. Si tratta di una storia che racconta nel suo nuovo libro, “Affluence Without Abundance: The Disappearing World of the Bushmen” [“Benessere senza abbondanza: Il mondo che scompare dei Boscimani”].

I Boscimani hanno attratto per molto tempo l’interesse di antropologhi e scienziati. Circa 150.000 anni fa – 150.000 anni dopo che erano emersi i primi esseri umani anatomicamente moderni – c’era un gruppo di Homo sapiens che viveva nell’Africa meridionale. I Boscimani, o Khoisan, sono ancora lì: l’evoluzione più antica sull’albero genealogico umano. (Il termine “Boscimano”, che una volta veniva considerato dispregiativo ora viene usato dal loro stesso popolo e dallo ONG, «che ora viene chiamato ad evocare un insieme di stereotipi positivi, anche se romantici», annota Suzman, anche se alcuni Khoisan preferiscono usare il termine “San”). Le prove genetiche suggeriscono che, per gran parte di quei 150.000 anni, essi sono stati la più grande popolazione di esseri umani biologicamente moderni. La loro lingua utilizza dei clic palatali, come un “tsk”, che viene fatto spingendo indietro lingua a partire dai denti anteriori mentre si succhia delicatamente l’aria, ed il “clic” che viene fatto premendo la lingua contro l’arcata della bocca, spingendola poi improvvisamente verso il basso. Tutti ciò fa aumentare l’affascinante possibilità che il linguaggio dei clic sia la più antica varietà linguistica sopravvissuta.

Suzman ha visitato per la prima volta i Boscimani nel 1992, ed è andato a vivere con loro due anni più tardi, come parte della sua ricerca per il dottorato. Il gruppo che conosce meglio sono gli Ju/’hoansi (il segno fonetico ‘ rappresenta un tsk), dei quali sopravvivono ancora fra gli otto e i diecimila, occupando le zone di confine fra la Namibia ed il Botswana. I Ju/’hoansi rappresentano circa il 10% della popolazione totale dei Boscimani dell’Africa australe, e si dividono in un gruppo nord, che mantiene un significativo controllo sulle loro terre tradizionali – e che quindi hanno ancora la possibilità di praticare la caccia e la raccolta – ed un gruppo sud, che sono stati privati delle loro terre e sono stati “reinsediati” in modi di vita moderni.

La ricerca di Suzman sui Boscimani, sposa in maniera notevole le idee di “Against the Grain” di Scott. Per i Boscimani, l’incontro con la modernità è stato disastroso: il ritratto che fa Suzman degli Ju/’hoansi spossessati, alienati, sofferenti, nei loro miserabili campi di reindesiamento rende chiaro tutto questo. Ciascuno dei due libri conferma, l’uno rispetto all’altro, la narrazione di quella nuova sinistra tecnologia chiamata scrittura. Il mentore boscimano di Suzman! A/ae, «aveva notato che ogni volta che cominciava a lavorare in qualsiasi nuova fattoria, il suo nome sarebbe stato inserito in un registro degli occupati, un documento che nel corso dei decenni aveva assunto un grande potere mistico fra i Ju/’hoansi delle fattorie. I segreti posseduti da quei registri avevano evidentemente il potere di dare o togliere la paga, di assegnare le razioni, e determinare i diritti di un individuo a stare in una particolare fattoria».

Ne risulta che cacciare e raccogliere è un buon modo di vivere. Uno studio del 1966 ha rilevato che, per fornire un’adeguata riserva di cibo, in media questo impegna un Ju/’hoansi  solo per circa 17 ore la settimana; altre 19 ore vengono spese per attività e compiti domestici. L’apporto calorico medio dei cacciatori-raccoglitori era circa di 2.300 al giorno, vicino alla quantità raccomandata. in quell’epoca, negli Stati Uniti, queste cifre erano attinenti ad un’analoga settimana lavorativa di 40 ore di lavoro e di 36 ore di lavoro domestici. I Ju/’hoansi non accumulano eccedenze; consumano tutto il cibo di cui hanno bisogno, quindi si fermano. Mostrano quello che Suzman chiama «una fiducia incrollabile» nel fatto che il loro ambiente soddisferà i loro bisogni.

La rete di fonti di cibo che viene utilizzata dai cacciatori-raccoglitori Ju/’hoansi, è proprio esattamente quella che Scott attribuisce alla popolazione neolitica, una dieta complessa, con una vasta gamma di proteine animali, inclusi porcospini, kudu, gnu, ed elefanti, e 125 specie di vegetali commestibili, con diversi cicli stagionali, nicchie ecologiche, e risposte alle fluttuazioni metereologiche. I cacciatori-raccoglitori hanno bisogno non solo di un almanacco annuale non scritto di conoscenza dietetica, ma anche di quello che Scott definisce come una «libreria di almanacchi». Come egli suggerisce, la diminuzione nella complessità dovuta al passaggio dalla caccia-raccolta all’agricoltura domestica è altrettanto grande della diminuzione dovuta al passaggio dall’agricoltura domestica alla routine lavorativa di assemblaggio su una linea di produzione.

Qui, la novità consiste nel fatto che la vita della maggior parte dei nostri progenitori era migliore di quanto pensiamo. Aduliamo noi stessi, credendo che la loro esistenza fosse così spaventosa e che quella nostra, moderna, sia a confronto così grande. Eppure, tuttavia, ci troviamo dove siamo, e viviamo nel modo in cui viviamo, ed è possibile domandarsi se qualcuna di queste illuminanti conoscenze a proposito dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori possa esserci utile. Suzman si chiede la stessa cosa. Discute il famoso saggio di John Maynard Keynes, del 1930, “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Keynes ipotizzava che se il mondo avesse continuato a diventare più ricco noi avremmo naturalmente goduto di uno standard di vita elevato mentre avremmo fatto molto meno lavoro. Keynes pensava che «il problema economico» di avere abbastanza per vivere sarebbe stato risolto, e che «la lotta per la sussistenza» sarebbe finita:

«quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudo-morali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione Denaro il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali».

Il mondo è diventato davvero più ricco, ma è difficile vedere un qualsiasi cambiamento nella morale e nei valori. Il denaro ed il sistema di valori intorno alla sua acquisizione rimangono del tutto intatti. L’avidità è ancora valida.

La ricerca sui cacciatori-raccoglitori, che vivono giorno per giorno e non accumulano eccedenze, dimostra che l’umanità può vivere più o meno come suggerisce Keynes. Solo che stiamo scegliendo di non farlo. Suzman suggerisce che una chiave per quell’abilità perduta, o a cui abbiamo rinunciato, risiede nel feroce egualitarismo dei cacciatori-raccoglitori. Ad esempio, la cosa più preziosa che può fare un cacciatore, è tornare con la carne. A differenza delle piante raccolte, i cui proventi sono «non soggetti ad alcuna rigida convenzione relativa alla loro condivisione», la carne cacciata viene distribuita accuratamente secondo il protocollo, e le persone che mangiano la carne che viene data loro devono essere scortesi con essa. Questo rituale viene chiamato «insultare la carne», ed è stato progettato per essere sicuri che il cacciatore non si monti la testa e non cominci a pensare di essere migliore di chiunque altro. «Quando un giovane uccide molta carne», ha detto un Boscimane all’antropologo Richard B. Lee, «comincia a pensare a sé stesso come se fosse un capo o un grande uomo, e pensa del resto di noi come a dei servi o a degli inferiori… Noi non possiamo accettare questo». Gli insulti sono progettati per «raffreddare il suo cuore e renderlo gentile». Per questi cacciatori-raccoglitori, scrive Suzman, «la somma dei singoli interessi personali e la gelosia che su di essi vigila ha costituito una feroce società egualitaria, dove lo scambio proficuo, la gerarchia, e la significativa disuguaglianza materiale non venivano tollerati».

Questo impulso egualitario, suggerisce Suzman, è fondamentale perché il cacciatore-raccoglitore possa vivere quel genere di vita, alle proprie condizioni, una vita prosperosa, ma senza abbondanza, senza eccessi e senza che vi sia acquisizione competitiva. L’ingrediente segreto sembra essere l’imbrigliamento positivo dell’impulso umano generale all’invidia. «Se per noi la precondizione che ci farà abbracciare un mondo post-lavoro, è questo tipo di egualitarismo, allora  ho il sospetto che sarà difficile da raggiungere». Certo, ci sono un bel po’ di cose che noi possiamo imparare dal più antico ramo esistente dell’umanità. ma questo non significa che siamo sul punto di mettere in pratica questa conoscenza. Un utilizzo socialmente positivo dell’invidia, oggi, potrebbe essere una tecnologia altrettanto utile del fuoco.

Fonte: francosenia.blogspot.com

 

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