La Raffineria

nolde

Herman Melville

A mezzanotte la raffineria era in piena azione. Ci eravamo sganciati dalla carcassa, avevamo messo vele, spirava un vento fresco, e l’oceano selvaggio era immerso in una tenebra fitta. Ma questa tenebra era lambita dalle fiamme furiose che forcheggiavano a tratti dalle cappe nere di fuliggine, e illuminavano ogni più alto cavo delle manovre, come col famoso fuoco greco. La nave infuocata si avventava come mandata senza pietà verso qualche azione vendicatrice. Così i brigantini carichi di pece e di zolfo dell’audace idriota Canaris, uscendo di notte dai porti con ampie lenzuola di fiamme per vele, calarono sulle fregate turche e le fasciarono di conflagrazioni.

Il portello rimosso dal tetto della fabbrica faceva ora da ampio focolare davanti ai forni. Vi stavano sopra le forme tartaree dei ramponieri pagani, che sulle baleniere sono sempre i fuochisti. Con lunghi pali dentati gettavano masse fischianti di grasso nelle caldaie bollenti, o attizzavano i fuochi di sotto, finché serpenti di fiamma guizzavano torcendosi dai portelli come per afferrarli ai piedi. Il fumo rotolava via in lugubri cumuli. A ogni beccheggio della nave rispondeva un beccheggio dell’olio bollente che pareva tutto avido di saltare loro in faccia. Di contro alla bocca della fornace, sul fianco dell’ampio focolare di legno, era l’argano, e questo serviva da sofà marinaro. Qui si attardava la guardia se non aveva altro da fare, fissando il calore rosso del fuoco, fino a sentirsi scottare gli occhi in testa.

I loro aspetti abbronzati, ora tutti sudici di fumo e di sudore, le loro barbe arruffate, e per contrasto il luccichio barbaresco dei denti, tutto ciò si svelava stranamente nelle colorazioni capricciose delle fornaci. Mentre si raccontavano a vicenda le loro avventure profane, le loro storie di terrore dette in parole d’allegria, mentre incivili risate forcheggiavano sulle loro teste come le fiamme dalla fornace, mentre in faccia a loro, avanti e indietro, i ramponieri gesticolavano selvaggiamente con le enormi forche dentate e i mestoli, e il vento ululava, e il mare faceva salti, e la nave gemeva e picchiava di prua, ma avventava sempre il suo rosso inferno in avanti contro il buio delle acque e della notte, masticando sdegnosa tra i denti il suo osso bianco e sputando malignamente attorno da ogni parte, il Pequod in corsa, carico di selvaggi e pieno di fuoco, bruciante un cadavere e tuffantesi in quel nero di tenebra, pareva la controparte materiale dell’anima del suo ossessionato comandante.

Fonte: Moby Dick

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