Primo Livello Est

miniera_1908

Enrico Sanna

Estratto dal romanzo Molly Flint (380 pagine, su Amazon, versione kindle 3 euro, stampa 12 euro).

Il Primo Livello Est.

L’ingresso muscoso della galleria di carreggio sembrava conservare dentro di sé l’intenzione di mettere in scena una resurrezione grandiosa. Le travi di un’armatura venerabile, grosse e nervose come le gambe di un bovino, sembravano mimare una bocca perennemente spalancata, tracciavano sul vuoto lo spettacolo di uno stupore arrugginito. Al centro di quella bocca, i pugni sui lombi e i gomiti larghi a disegnare l’approssimazione di un rombo, il soprintendente Speke.

Uomini e muli andavano avanti e indietro tra le mascelle di legno. Speke seguiva le loro luci con curiosità infantile; osservava attentamente i lumi gialli e rossi che rimpicciolivano nella distanza; finché una schiuma del colore della pece non li copriva. Ad ogni passaggio della fauna sotterranea il soprintendente faceva mezzo giro su se stesso. Solitamente piroettava nello stesso senso, come la porta girevole di un grande albergo. Il soprintendente tecnico Wurst era in piedi, al fianco di Speke, e al fianco di Wurst c’era Rhone.

Una volta Wurst disse: “Ah!”

Per qualche tempo il soprintendente tecnico non disse altro. Anzi, sembrò dimenticarsi di aver appena detto qualcosa. Un carro pieno di terra rullò con flemma a iosa fuori da un pertugio da topi. Lo spingitore del carro era quasi orizzontale. La sua testa sembrava possedere la capacità di ritrarsi tra le scapole. Recitò un’imprecazione in maniera impacciata, come uno che sta imparando.

Speke sollevò il bastone e frullò l’aria. “Insomma, cosa significa?” disse, infastidito dalle approssimazioni del suo soprintendente tecnico.

Wurst e Rhone ruotarono all’istante la testa e fissarono la porzione di buio involontariamente indicata da Speke. Ancora per qualche attimo Speke continuò a frullare l’aria con il bastone.

“Ah!” disse Wurst, un’altra volta. “Volevo dire che… Chi diavolo ha posato questi binari? Anche un mulo ubriaco si rifiuterebbe di passarci.”

Da quando erano arrivati, Rhone aveva fatto della lisciatura dei favoriti una questione di principio. Passava e ripassava le dita tra la peluria cafona come a volerci trovare qualcosa. Si fermò solo per effetto delle parole del soprintendente Wurst. Contrasse i muscoli del viso e immediatamente fu preso da uno scoppio di ilarità. “Ah ah ah!” fece. “Un mulo ubriaco!” Terminò con un’espressione che era un classico borghese.

“Divertente, vecchio mio!”

Speke barcollò. L’atteggiamento di Rhone e la risatina metallica di Wurst avevano finito, anche se soltanto per un istante, per privarlo della sua necessaria rispettabilità. Si sentiva un uovo senza guscio. Spinse i pugni contro i fianchi con energia disperata, come se temesse di scomporsi in tanti pezzi. Quando parlò, le parole vennero fuori con la gravità di un tumulo funerario.

“Gli uomini di Molly Flint sanno quello che fanno,” disse, e accostò il mento allo sterno con una singolare energia drammatica, al punto che la voce fu una mera vibrazione del petto. “Posano binari sui quali passerebbero tutti i serpenti che il demonio può comandare.”

copertina_mfWurst rivolse uno sguardo legnoso al buco nero del Primo Livello Est e cominciò a tirare su con il naso in maniera irritante, come se le parole di Speke gli avessero improvvisamente reso l’aria insufficiente. Rhone cercò nervosamente di recuperare la flemma di un attimo prima e riprese a lisciare i favoriti. Sempre Rhone, inoltre, allungò un piede e cominciò a zappare febbrilmente la terra con il tacco degli stivali, evidentemente irritato dal fatto che un sasso, che aveva vissuto in quel punto fin dalla notte dei tempi, si ostinasse a non lasciarsi scalzare dal suo piede.

Wurst si sforzò di sbadigliare. Rhone fece lo stesso, forse per sfida.

Uomini andavano avanti e indietro attraverso un gran numero di fessure in quelle che sembravano le mura immense di una città di carbone. Alcuni uscivano da fessure prodigiosamente piccole e quasi invisibili. Altri semplicemente entravano e uscivano dalle mura della città di carbone come se queste non fossero altro che uno specchio incantato.

Un uomo stava spalando un’incredibile quantità di detriti dentro un minuscolo carro con l’aria di uno che fa l’unica cosa che può colmare d’orgoglio la sua esistenza magra.

Apparentemente attratto dalla lampada di un giovane mulattiere, un mulo passò nello spazio tra Rhone e Wurst. Muscoli e muscoli, a fasci, occuparono l’aria tra i due soprintendenti. Wurst allungò una mano e grattò il fianco del mulo con la punta delle dita.

“Magnifica bestia, Rhone,” disse Wurst.

Rhone, che si stava muovendo da un piede all’altro, si mise in posa come uno che è chiamato a proclamare una verità. “Magnifica davvero, Wurst,” disse, sulla punta dei piedi. Urlò come se il soprintendente tecnico fosse improvvisamente finito al di là di un fiume.

Un fiotto d’orgoglio reciproco fluttuò sopra, sotto e attraverso i finimenti dell’equino. Il mulattiere infilò i pollici sotto le ascelle e sorrise con vanità infinita. Le finiture tintinnarono con la malinconia di un cembalo a buon mercato.

Il mulattiere pensò orgogliosamente che sarebbe stata un’azione degna di grande solennità presentarsi di fronte alla triade sull’attenti con il mulo al suo fianco. Lo facevano alle parate del circo e alle rassegne militari, perciò doveva essere un fatto signorile, pensò. Il mulo obiettò che la galleria di carreggio non era il piazzale di una compagnia; che le finiture non erano adatte a quelle manovre; che l’operazione avrebbe richiesto il deragliamento del carro e l’abbattimento di una parete; che per un’infinità di ragioni anatomiche certe contorsioni erano precluse a quelli della sua razza. Il mulo considerava l’idea uno sconcio, una fisima infantile del suo tiratore, e sospettò che fosse legata in qualche modo alla presenza degli altri tre. Un pennacchio bianco si innalzava sopra le sue frogie.

“Magnifica bestia.”

Rhone agitò un braccio. “Come?”

“Perbacco, Rhone,” disse Wurst, quasi indignandosi, “non mi dirà che ancora non ha visto nulla del Primo Livello Est?”

Speke sollevò il bastone e indicò una macchia scura a poca distanza da loro. “Da quella parte c’è una galleria di ventilazione,” disse.

La galleria di ventilazione era il tentativo di realizzare un poligono nella roccia. Si apriva inaspettatamente come un pertugio scavato con uno starnuto. Seguiva la galleria di carreggio. Nonostante l’aspetto frugale, era considerata molto importante.

Lì dentro il buio era buio sul serio. L’oscurità sembrava indugiare come melassa prima di farsi da parte al passaggio di una lampada. Qua e là sembrava raccogliersi in nubi dense e stantie che difficilmente si lasciavano scoprire. In alcuni punti le pareti si erano contratte in uno spasimo. Tutto era nero senza una ragione particolare.

In fondo ad uno di questi calamai, Squanto svolgeva il suo compito di guardia ad una porta di quercia.

“Oh, ecco laggiù uno dei portinai!” esclamò Wurst affaristicamente, sfregando le mani. Poi, come se progettasse di venderlo alle paludi, disse: “Un negretto. E con una certa aria di simpatia attorno a sé.”

Un fiotto d’aria s’infilò nelle narici del soprintendente tecnico. Wurst starnutì con un tuono che sembrava originato dai lombi.

Gli occhi del portinaio luccicarono in fondo alla galleria. “Oh, ecco Speke. Ha le ali, il vecchio, come due porri sulla schiena. Si vede che gli sono venute da vecchio. Un soprintendente e due ali. Un soprintendente e due ali fa tre cavalieri.”

“Parla da solo, il poveretto,” commentò Rhone. “Si vede che soffre la solitudine.”

“Ora… il vecchio si è messo in testa di tirarsi i denti. Ma togliete tutti i denti e allora vedi che cosa succede. Dopo un po’ il naso cade sul mento e il mento cade sulle ossa della pancia. Bim bam bam! Allora gli occhi di Speke si mettono a ridere, e Speke fa una faccia come quella di un alce, e succhia il burro dal secchio con la bocca come le rane di montagna. Oh oh oh! Oh, guarda, stanno venendo qui. Guarda come camminano, quei due. Si vede che non li hanno ancora imparati come si cammina in una miniera. Ohi, Tildy, c’è tre ospiti. Fai il caffè, Tildy. Tildy?”

Un vento leggero scorreva dentro il budello di roccia. L’aria sapeva di umidità tiepida. I tre camminavano verso la porta di quercia facendo un passo ogni tanto. Wurst aveva intrecciato le dita dietro le spalle e stava raccontando a Speke una storia che aveva già raccontato altre volte, e Speke gli stava dicendo di averla già sentita. Andavano tutti e tre con la testa in avanti, infilando il naso nell’aria della miniera prima di metterci il corpo.

Squanto si rannicchiò tra lo stipite e la parete. Improvvisamente Rhone esclamò:

“Quel negretto… Quel negretto lì stava parlando da solo!”

Fonte: Enrico Sanna, Molly Flint

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