Moby Dick non è un Manga

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Anselm Jappe

Tra gli aspetti più importanti, se non scioccanti, della rivolta situazionista è la loro condanna dell’arte in quanto spettacolo e in quanto espressione dell’alienazione delle capacità umane. Per Debord l’arte, così come la religione e la politica, rappresentava un’espressione, di cui l’uomo aveva perso il controllo, delle capacità umane. Era giunto il momento di riportare tutto ciò nella vita di tutti i giorni. Non c’era disprezzo per l’arte. Al contrario, l’auto-dépassement, l’autosuperamento situazionistico in campo artistico (nel senso hegeliano di conservazione e abolizione allo stesso tempo) rappresentava il punto finale di un processo in cui l’arte poneva in questione la propria esistenza, soprattutto in Francia dove il climax era stato raggiunto con il dadaismo e il surrealismo. I situazionisti volevano completare l’opera di autodistruzione dell’arte nel nome di una superiore “arte di tutti i giorni” che avrebbe incorporato tutti gli aspetti positivi di ciò che l’arte era stata in passato.

Ma per realizzare questo progetto, annunciato per la prima volta negli anni ’50 e ’60, occorreva una rivoluzione sociale. Dopo il 1968 accadde invece che emerse una nuova forma di capitalismo, quello che Luc Boltanski e Eve Chiapello definiscono il “terzo spirito”, che prende molto dalla tradizione artistica e bohémien, e che incorpora la “critica dell’arte” in nuove forme del lavoro per poi presentarle all’individuo come espressioni della realizzazione di sé. Il risultato è stato un’enorme espansione dell’industria culturale che ha trasformato la cultura in una merce o in uno strumento per vendere merci. C’è stato sì un reintegro dell’arte e della cultura nella vita di tutti i giorni, ma solo in maniera perversa. Invece l’arte potrebbe, o dovrebbe, cercare di essere ciò che è sempre stata: una rappresentazione di una realtà ideale, il sogno di una vita piena, o, al contrario, la condanna di una vita insopportabile.

Il problema è che oggi sembra difficilissimo trovare opere d’arte che abbiano la capacità di scuotere le nostre abitudini mentali, come invece riuscivano a fare le avanguardie o alcuni artisti come Edward Hoppper. Inutile dire che la trasgressione e la sovversione sono diventati semplici punti di forza commerciali. L’arte dovrebbe darci uno choc esistenziale, spingerci ad interrogarci (anche con la bellezza: “scioccante” non necessariamente significa “brutto”), non confermare la nostra identità.

Questo significa che possiamo giudicare le opere d’arte sulla base della loro capacità di innescare un dialogo proficuo con chi guarda, ascolta o legge. Se facessimo così, io penso che probabilmente scopriremmo che Moby Dick non è allo stesso livello di un manga. E dobbiamo dirlo a gran voce, non nasconderci dietro il livellamento pseudodemocratico di ogni critica degli aspetti qualitativi, per cui il valore è indifferente sia alla qualità che al contenuto. La cultura dovrebbe combattere questo appiattimento delle differenze.

Estratto da un’intervista di Alastair Hemmens a Anselm Jappe. Fonte: cominsitu.

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