Robert Wyatt e la Capacità di Mutare

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José Durán Rodríguez

Torna la protesta nel pop britannico! Tornano le canzoni che chiedono da che parte stai! Come titoli scandalistici potrebbero anche andare. In realtà non c’è molto, ed è bene relativizzare l’entusiasmo: il 14 ottobre è iniziata la prevendita dei biglietti, a 25 sterline l’uno, per il concerto “People Powered”, in appoggio al leader laburista Jeremy Corbyn e il suo programma fatto di giustizia sociale e ridistribuzione della ricchezza.

L’avvenimento avrà luogo il 16 dicembre e tra i nomi figurano gruppi come The Farm, i Temples, la cantante Kathryn Williams e una vecchia conoscenza tra i simpatizzanti dei laburisti nella musica pop: Paul Weller, leader dei Jam e degli Style Council.

Passato il lutto per la sconfitta degli scioperi nelle miniere, nel 1985 Weller e altri personaggi del pop britannico, tra cui il cantautore Billy Bragg, promossero Red Wedge, un’alleanza tra musica e laburismo che puntava a far sloggiare Margaret Thatcher dal numero 10 di Downing Street.

La campagna comprendeva discussioni, concerti e festival con la presenza di gruppi come Madness, The Smiths, Tom Robinson e i Communards, e fu ben lungi dal raggiungere l’obiettivo: l’undici giugno 1987 la Lady di Ferro fu rieletta per la terza volta. Weller, scottato dall’esperienza, alzò bandiera bianca, disse che il partito li aveva sfruttati e abbandonò questo modo di appoggiare la politica. Fino a ieri.

Ma la grande novità del concerto di sostegno a Corbyn è che ci sarà anche Robert Wyatt, allontanatosi dai riflettori e dalla musica nel 2010.

Chi è Robert Wyatt?

Autore di un ricco canzoniere elaborato attentamente in quarant’anni, padre di un genere dolce e struggente, autore di testi che spaziano da Timor Est alla Palestina, con puntate in ricordo di García Lorca e critiche al colonialismo statunitense, Robert Wyatt, nato nel 1945 a Bristol, Inghilterra, è tra i pochi musicisti anglosassoni che pongono Violeta Parra, Pablo Milanés o Víctor Jara allo stesso livello di Leonard Cohen o Bob Dylan.

“È tra gli inventori del rock progressivo, del jazz-rock e di un sottogenere della musica popolare definibile come Robert Wyatt,” dice a Diagonal lo scrittore Iban Zaldua, autore di Biodiscografías (Páginas de Espuma, 2015).

Abel Hernández, membro del gruppo Migala negli anni 1990, spiegando cosa significa essere cantautore nel ventunesimo secolo con lo pseudonimo di El Hijo, pone Wyatt tra chi, tra la fine degli anni 1960 e l’inizio del decennio successivo, “trasformò la canzone popolare d’autore riscoperta da Dylan in creazione personale di un nuovo linguaggio fatto di profondità interiore, di arte contemporanea e utopia.” Il gruppo comprende anche Caetano Veloso, Mikel Laboa, Brian Eno, Vainica Doble, Joni Mitchell, Sly Stone e Franco Battiato.

Giudica Wyatt un autore importante “per capire come questa musica sia riuscita ad evadere dalla prigione del pop, del puro oggetto di consumo dominato dal business e i suoi grandi canali, del popolare scambiato per paternalismo, tradizionalismo, pigrizia creativa, sciatteria…”

Con lo pseudonimo di Aries, Isabel Fernández ha firmato tre dischi in cui il confine tra la fantasia pop e la canzone d’autore è sfumato. Ammette che quando scrive vorrebbe accostarsi a quella bellezza e verità ideali, che per lei rappresentano la parte più importante della musica di Wyatt. “Ma sono distante anni luce da qualcosa anche lontanamente tanto pulito,” dice.

La Fernández pensa che musica come quella britannica ce ne sia poca, “così bella e piena d’animo, superlibera ed eccitante, con quelle atmosfere piene di emozione e fantasia.”

Tre nomi e una caduta

Tre persone e una data cambiarono per sempre la vita di Wyatt. Lo scrittore Robert Graves, che aveva una tenuta a Deiá (Maiorca), amico di famiglia, per diverse estati fa da cicerone dell’isola ad un adolescente Wyatt e alcuni suoi colleghi, come Kevin Ayers. Arte, sangría e notti interminabili assediano la vita rilassata che Graves offriva. Il figlioccio Ramón Farrán diventa il primo maestro di musica di Wyatt dandogli lezioni di batteria.

A quindici anni Wyatt conosce il poeta e chitarrista Daevid Allen. Condividono la stessa passione per la musica, soprattutto il jazz. Allen è una sorta di guida per Wyatt, sette anni più giovane, e il suo gruppo di Canterbury. Con lui capisce che esistono diversi mondi e modi di vivere, oltre l’apprendimento scolastico.

La cineasta e pittrice Alfreda Benge, “Alfie”, fa coppia fissa con Wyatt fin dal 1972. Si incontrano al secondo concerto dei Matching Mole, il gruppo fondato da lui dopo l’addio ai Soft Machine e il tentato suicidio. Alfie lo avvicina al marxismo e al socialismo, gli offre un nuovo modo di intendere il proprio ruolo di artista. È sempre lei che illustra le copertine dei dischi e compone i testi di alcune canzoni. Soprattutto diventa l’aiuto imprescindibile quando, l’anno dopo il colpo di fulmine, si ritrova punto e a capo.

È il primo giugno 1973, ad una festa, che Robert Wyatt, completamente ubriaco, cade dalla finestra di un quarto piano fratturandosi la dodicesima vertebra. La caduta lo lascia sulla sedia a rotelle per il resto della vita. Ma apre anche le porte di una carriera musicale unica, che lo porta a plasmare i suoni che vivono nella sua testa, in forma di canzoni e dischi, usando metà del corpo: dalla cintola in su. Un compito difficile per un musicista che fino ad allora suonava la batteria.

“Volevo continuare a fare quello che facevo prima, ma in modo diverso,” spiegò al giornalista Marcus O’Dair, autore di Different every time, la biografia del musicista pubblicata nel 2014.

Gli inizi

I Wilde Flowers, che non incidono nulla, è il primo tentativo di formare un gruppo serio a cui partecipa Wyatt. Nato a metà degli anni 1960, il gruppo comprende Ayers e i fratelli Hopper. A quei tempi, la gioventù dedicava il proprio tempo libero ad attività musicali. Il gruppo rappresenta la nascita della scuola di Canterbury, un insieme di gruppi musicali originari di questa città, che condividono istanze e valori fatti di rock campestre variamente allucinato tendente alla divagazione.

Per tutta l’estate del 1966 è a Maiorca con Ayers e Allen, dove ha la base, nella casa materna di Wyatt (convertita in centro operativo di questi hippy, con le loro eccentricità e le loro birre), il gruppo dei Soft Machine. Il nome preso da un romanzo di William Burroughs, il gruppo è tutt’altra cosa: una pietra angolare della psichedelia britannica assieme ai primi Pink Floyd.

Ad ottobre dello stesso anno suonano alla festa d’inaugurazione della pubblicazione alternativa di Yoko Ono, International Times, con una performance all’aperto. Brani che durano più di un’ora e interpretazioni più simili ad un happening che ad un concerto. Le esecuzioni nel club londinese UFO, accompagnate dagli effetti visivi acidi di The Sensual Laboratory, finiscono solitamente all’alba.

Nel 1968 Jimi Hendrix chiede ai Soft Machine di accompagnare il suo gruppo Experience nel tour americano di presentazione del suo secondo disco, Axis: Bold as Love. 47 Concerti in 66 giorni durante i quali Ayers e Wyatt vivono sfrenatamente il lato più selvaggio del rock ’n’ roll e incidono il loro primo 33 giri.

Per Zaldua, l’aspetto sorprendente dei Soft Machine era il loro essere in anticipo sui tempi: “Ascolti il loro primo disco del 1968 e ti accorgi che già allora facevano quello che in seguito si sarebbe chiamato rock progressivo mentre i Pink Floyd facevano ancora psichedelia. Ascolti il secondo e terzo album e non puoi fare a meno di pensare che qui c’è tutto il jazz-rock che diverrà tanto di moda nel corso degli anni 1970.”

Fernández nota che “i Soft Machine hanno il suono e il sentire della musica degli anni 1960 aggiunti a tutta questa carica sperimentale: i cambi, le atmosfere, i salti, un po’ di jazz, un po’ di rumore, progressioni deliranti… non sono tanto ortodossi, ma certo molto divertenti e belli.”

I Soft Machine continuano ad incidere dischi, cambiando spesso formazione, fino al 1980. L’ultimo album a cui partecipa Wyatt è Fourth, del 1971. L’anno prima lancia da solista The End of an Ear, opera pochissimo convenzionale, segue l’inizio dell’avventura con i Matching Mole. E la caduta.

Il seguito

Trascorsi sei mesi in ospedale, Wyatt decide di continuare a fare musica nonostante i limiti imposti dalla sua nuova realtà. Davanti a lui si allarga uno spazio in cui non si vedono porte. Non potendo suonare la batteria, i suoi nuovi compagni diventano percussioni che sono quasi giocattoli, le tastiere, la tromba. Capisce che non ha più senso pensare ad un gruppo, con la sua disciplina, ora che ha più libertà e può fare la musica che vuole. Così si concentra su uno strumento molto particolare: la sua voce.

Nasce così nel 1974 Rock Bottom, il primo disco dopo l’incidente. Un’opera immortale che ancora oggi, quarant’anni dopo, continua ad affascinare.

“È una delle opere musicali più magiche, fantasiose e preziose che mi sia mai capitato di ascoltare. Non potrei paragonarla a niente. Credo che nasca dall’espressione più pura per vivere al margine delle mode e delle correnti. Il tutto in un ambiente in cui si incrociano la psichedelia, la musica progressiva, il jazz e la sua voce unica e inconfondibile: fragile, tristissima e totalmente priva delle inflessioni del rock.” A giudicare così l’opera di Wyatt è José Atomizador, tenace agitatore del sottosuolo musicale madrileno di questi ultimi vent’anni, coinvolto in una moltitudine di progetti come A Room with a View negli anni 1990 o Extinción de los Insectos e, oggi, Atomizador. Sempre controcorrente, il suo è pop radicale nella forma e nella sostanza.

Ammette di essere stato influenzato profondamente dalla vita dell’autore britannico: “dalla caduta con la paralisi mentre componeva Rock Bottom alla rinascita a partire da questo episodio, tutto ciò non smette mai di colpirmi. Spiega come ha trovato la liberazione nella tragedia, e questo mi ispira tantissimo.” Spiega come Wyatt ha influito sulla sua opera: “La strumentazione minimalista usata in tanta della sua musica mi ha insegnato che si può arrivare al massimo dell’emozione con pochi mezzi e molta immaginazione. Il testo nella lingua inventata di Alifib, la mia canzone preferita, è una delle ragioni che mi inducono a cantare brani senza testo.”

Dopo un incidente nel programma televisivo Top of the Pops (la rete BBC non voleva che si esibisse sulla sedia a rotelle) e la pubblicazione del nuovo disco Ruth is Stranger than Richard, del 1975, Wyatt mantiene il silenzio per diversi anni.

In questo intervallo, lui e Alfie collaborano con artisti e musicisti, assistono a festival del cinema e conferenze di politica internazionale, leggono tantissimo di linguistica, Cuba, i processi di decolonizzazione, il ruolo della donna nella rivoluzione sandinista. Cercano anche, senza riuscirsi, di trovare lavoro. Nel 1979, in seguito all’ascesa al potere della Thatcher, Wyatt si iscrive al partito comunista britannico.

Le incisioni seguenti sono arrangiamenti di brani stranieri, una costante da allora, raccolti nel disco Nothing Can Stop Us. “Si tratta di ottime interpretazioni, commoventi come tutto ciò che lui ha fatto suo. Caimanera e Arauco contengono un fondo politico resistenziale molto potente, così come Biko e At Last I Am Free degli Chic, che nelle sue mani si trasforma in un inno rivoluzionario alla liberazione,” spiega José Atomizador, che poi aggiunge come Wyatt sia sempre stato “un artista incorruttibile, politicamente impegnato.”

“Wyatt,” spiega Zaldua, “è tra i pochi che sono riusciti a combinare, senza arrivare mai al ridicolo, sinistra marxista e pop, come Billy Bragg o McCarthy forse.”

Da solo non ce la fai

Durante l’incisione dell’album Shleep, nel 1977, Robert Wyatt incontra Paul Weller, che contribuisce con la chitarra a due canzoni, e collabora al concerto di dicembre dello stesso anno. Il disco, che segna il ritorno, il talento e la collaborazione (partecipano, tra gli altri, anche Brian Eno e Phil Manzanera, in un ambiente collaborativo molto comune nella carriera di Wyatt), inaugura l’ultima tappa, terminata con Cuckooland del 2003 e lo straordinario Comicopera del 2007.

Un disco scritto a più mani, For the Ghosts Within, di orientamento jazzistico e firmato nel 2010 assieme al sassofonista Gilad Atzmon e la violinista Ros Stephen, sembra l’addio definitivo di Wyatt, che però ancora nel 2015 presta voce e tromba a Stella Maris, del cantautore russo Boris Grebenshikov.

Zaldua conclude riassumendo la carriera di Wyatt e sottolineandone il significato: “È una delle vittime degli eccessi della vita rock come era intesa all’inizio degli anni 1970, con la sedia a rotelle che diventa un simbolo di come si possa andare avanti con dignità e tenacia e, soprattutto, senza cadere in quella trappola che ha trasformato tanti hippies in yuppies.”

Fonte: Diagonal, 20 novembre 2016. Traduzione dallo spagnolo di Enrico Sanna.

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