Pip

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Herman Melville

Ma siamo tutti in mano agli dèi, e Pip saltò ancora. Fu in circostanze molto simili alla prima, ma questa volta non prese la lenza col petto, e perciò, quando la balena cominciò a correre, Pip venne lasciato indietro in acqua, come il baule di un viaggiatore che ha fretta. Ahimè, Stubb non fu che troppo di parola. Era una giornata splendida, generosa, azzurra. Il mare scintillante, calmo e fresco, si stendeva piatto tutt’intorno fino all’orizzonte, come il foglio di un battiloro martellato al massimo.

La testa d’ebano di Pip che appariva e spariva in quel mare pareva un fascio di chiodi di garofano. Nessun coltello si alzò quando egli scivolò così rapidamente a poppa. Stubb inesorabile gli voltava la schiena, e la balena aveva le ali. In tre minuti un miglio intero di oceano sconfinato si aperse tra Pip e Stubb. Su dal mezzo del mare, il povero Pip rivolse la testa nera, crespa e ricciuta, al sole, altro naufrago solitario, anche se il più alto e il più lucente.

Ora, col tempo sereno, nuotare nell’oceano aperto per un buon nuotatore è come viaggiare a terra su una carrozza molleggiata. Ma è insopportabile la solitudine tremenda. L’intenso concentrarsi dell’io in mezzo a tale immensità spietata, mio Dio, chi può esprimerlo? Osservate i marinai, quando in una bonaccia assoluta si bagnano in alto mare, osservate come si tengono stretti alla nave e non fanno che nuotare lungo le fiancate.

Ma Stubb aveva davvero abbandonato al suo destino il povero negretto? No, o almeno, non voleva questo. Perché nella sua scia c’erano due lance, e senza dubbio egli pensava che naturalmente avrebbero incrociato Pip subito dopo e l’avrebbero pescato su; benché, in realtà, tanti riguardi per i rematori messisi nei guai a causa di paura, non sempre i cacciatori li dimostrano in casi simili, e casi simili succedono non di rado. Quasi invariabilmente nella caccia alla balena un cosiddetto codardo è bollato senza pietà con la stessa repulsione caratteristica delle marine da guerra e degli eserciti.

Ma capitò che quelle lance, prima di avvistare Pip, trovandosi all’improvviso delle balene nei paraggi e su un lato, virarono e si gettarono all’inseguimento. E la lancia di Stubb era ormai così lontana, e lui e i suoi uomini così attenti alla balena, che il giro d’orizzonte cominciò a crescere paurosamente attorno a Pip.

Per il più puro dei casi, alla fine fu la stessa nave a recuperarlo; ma da allora il negretto si aggirò per la coperta come un idiota, o almeno tale dicevano che fosse. Il mare aveva beffardamente tenuto a galla il suo corpo finito, ma affondato l’infinito del suo animo. Non affondato del tutto, comunque. Portato via, piuttosto, a profondità meravigliose, dove strane forme dell’intatto mondo originario gli scivolavano di continuo dinanzi agli occhi passivi, e l’avara sirena, la Saggezza, mostrava i tesori che aveva ammassati, e tra gioiosi esseri eterni, senza cuore, sempre giovani, Pip aveva visto gli insetti corallini infiniti o onnipresenti come Dio, che dal firmamento delle acque innalzavano sfere colossali. Aveva visto il piede di Dio sopra il pedale del telaio, e gli aveva parlato; e perciò i compagni lo chiamavano pazzo. Così la demenza dell’uomo è la sanità del cielo, e allontanandosi da ogni ragione mortale, l’uomo perviene alla fine a quel pensiero celeste che per la ragione è assurdo e delirante; e sia bene o male, si sente allora inflessibile e indifferente come il suo Dio.

Per il resto, non condannate Stubb troppo severamente. La cosa è comune in quella caccia; e nel seguito di questo racconto si vedrà quale simile abbandono capitò a me stesso.

Fonte: Moby Dick

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