Perdita dell’orientamento

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Di Erich Fromm

Le dottrine protestanti prepararono psicologicamente l’individuo al ruolo che avrebbe dovuto svolgere nel moderno sistema industriale. Questo sistema, nella sua pratica e secondo lo spirito che derivava da questa pratica, includendo in sé tutti gli aspetti della vita riuscì a modellare la personalità umana per intero e ad accentuare le contraddizioni di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente. Riuscì inoltre a dare sviluppo all’individuo (rendendolo più indifeso) e a renderlo più libero (creando però un nuovo genere di dipendenza).

Non parliamo qui degli effetti del capitalismo su tutta la struttura del carattere umano, visto che abbiamo analizzato solo un aspetto di questo problema generale, ovvero il carattere dialettico del processo di accrescimento della libertà. Al contrario, è nostro intento dimostrare come la struttura della società moderna influisca sull’uomo contemporaneamente in due modi: da un lato, lo rende più indipendente, più critico, gli dona più fiducia in se stesso, e dall’altro lo rende più solo, isolato e impaurito. Per capire la questione della libertà occorre ovviamente riuscire ad osservare entrambi gli aspetti del processo senza perderne di vista uno mentre si osserva l’altro. È difficile, perché siamo abituati a pensare in modo non dialettico e tendiamo a dubitare della possibilità che esistano due tendenze contraddittorie simultanee e originate dalla stessa causa. Chi ama la libertà, soprattutto, difficilmente è disposto a riconoscerne il lato negativo, ovvero l’onere imposto sull’uomo. Agli inizi dell’era moderna la lotta per la libertà lottava soprattutto contro il potere autoritario e limitante nelle sue forme antiquate. Il ragionamento ovvio era che più si eliminavano le restrizioni tradizionali e più si guadagnava in libertà. Ma questo ci allontana da un’altra questione: l’uomo si è liberato dei vecchi nemici ma si ritrova ora con un nemico di diversa natura. Si tratta di un nemico che non è necessariamente esterno, ma è costituito da fattori interiori che impediscono la realizzazione piena della libertà e della personalità. Pensiamo, ad esempio, che la libertà religiosa sia una vittoria definitiva dello spirito della libertà. Non capiamo che, pur avendo sconfitto quei poteri ecclesiastici e statali che vietano all’uomo di esprimere la propria religiosità secondo coscienza, l’individuo moderno ha in gran parte perso la capacità interiore di avere fede in qualcosa che non sia verificabile secondo i metodi delle scienze naturali. O, tanto per fare un altro esempio, crediamo che la libertà di parola sia l’ultima tappa della marcia vittoriosa della libertà. E però dimentichiamo che, anche quando questo diritto costituisce una vittoria importante nella battaglia contro le vecchie catene, l’uomo moderno si trova in una posizione tale per cui molto di quello che “lui” pensa e dice non è altro che ciò che tutti parimenti pensano e dicono; dimentichiamo che non ha acquisito la capacità di pensare in maniera originale, per conto suo, capacità che sola può dare significato alla sua pretesa che nessuno interferisca con il suo pensiero. Ci sentiamo orgogliosi del fatto che l’uomo, nel corso della sua vita, si sia liberato dei vincoli delle autorità esterne che gli dicevano cosa doveva o non doveva fare, ma scordiamo l’importanza di autorità anonime come l’opinione pubblica o il “sentire comune”, che sono molto potenti perché noi siamo profondamente disposti a adattarci alle richieste degli altri, e perché abbiamo un terrore non meno profondo di apparire diversi. In altre parole, siamo affascinati dalla crescente libertà da noi acquisita a spese dei poteri esterni, ma siamo ciechi di fronte alla realtà di imposizioni interiori come l’angoscia e la paura, che tendono a privare di significato le vittorie della libertà contro i suoi nemici personali. Perciò tendiamo a pensare che il problema della libertà si riduca esclusivamente al rafforzamento di quelle libertà che abbiamo conquistato nel corso della storia moderna, e crediamo che difendere i nostri diritti dai poteri contrari sia tutto ciò che occorra per mantenere le nostre conquiste. Dimentichiamo che, anche quando dobbiamo difendere con il massimo vigore ognuna delle libertà ottenute, il problema non è semplicemente quantitativo, ma anche qualitativo. Non solo dobbiamo preservare e accrescere le libertà tradizionali, ma dobbiamo anche cercare un nuovo genere di libertà, che ci permetta di realizzare pienamente il nostro io individuale, di avere fede nell’io e nella vita.

Ogni valutazione critica degli effetti del sistema industriale su questo genere di libertà intima non può prescindere dalla comprensione piena dell’enorme progresso che il capitalismo ha portato allo sviluppo della personalità umana. Qualunque giudizio critico sulla società moderna che non tenga conto di questo aspetto dell’insieme è radicato in un romanticismo irrazionale, e potrebbe generare il sospetto che la critica al capitalismo sia non tanto a beneficio del progresso, ma volta a favorire la distruzione delle conquiste più significative dell’uomo nel corso della storia moderna.

La liberazione spirituale dell’uomo, iniziata dal protestantesimo, continua con il capitalismo sul piano mentale, sociale e politico. La libertà economica era la base di questo sviluppo, e la classe media ne era il portabandiera. L’individuo non era più legato ad un ordine sociale fisso, fondato sulla tradizione, che gli concedeva solo un piccolo margine per migliorare la posizione personale ma senza andare oltre i limiti tradizionali. Ora che gli era permesso, poteva avere successo in tutti gli ambiti economici grazie alla pratica della dedizione, delle capacità intellettuali, del coraggio, della frugalità o della fortuna. Sua era la possibilità di successo, così come dell’insuccesso, di ritrovarsi tra i morti o i feriti nella crudele battaglia economica che vedeva ognuno contro tutti gli altri. Nel sistema feudale, i limiti allo sviluppo della vita erano determinati prima ancora della nascita. Nel sistema capitalista l’individuo, soprattutto se appartenente alla classe media, aveva la possibilità, nonostante le tante limitazioni, di arrivare al successo secondo i propri meriti e le proprie azioni. Aveva davanti a sé un obiettivo per il quale poteva lottare e che talvolta aveva la fortuna di realizzare. Imparò così a confidare in se stesso, ad assumersi la responsabilità delle sue decisioni, ad abbandonare tanto le superstizioni che infondono terrore quanto quelle che consolano. Si liberò sempre più delle limitazioni della natura, di cui dominò le forze come mai era capitato in epoche anteriori. Gli uomini hanno conquistato l’uguaglianza. Le differenze di casta e religione, che un tempo erano come barriere naturali che impedivano l’unificazione del genere umano, sono scomparse, e gli uomini hanno imparato a considerarsi reciprocamente esseri umani. Il mondo è andato liberandosi della sopraffazione. L’uomo ha cominciato ad osservarsi oggettivamente, spogliandosi sempre più delle illusioni. È cresciuta anche la libertà politica. Basandosi sulla propria forza economica, la nascente classe media è riuscita a conquistare il potere politico, e una volta acquisito questo potere ha dato nuovo impulso al progresso economico. Le grandi rivoluzioni inglese e francese e la lotta per l’indipendenza statunitense furono le pietre miliari di questa evoluzione. Il moderno stato democratico, fondato sul principio di uguaglianza di tutti gli uomini e sul diritto di tutti i cittadini di partecipare al governo eleggendo liberamente i loro rappresentanti, rappresenta lo sviluppo massimo della libertà nella sfera politica. Questo presuppone che ognuno sia capace di operare secondo i propri interessi senza dimenticare il benessere comune della nazione.

In pratica, il capitalismo non solo ha liberato l’uomo dai suoi vincoli tradizionali, ma ha contribuito fortemente anche alla crescita della libertà positiva, alla crescita di un io attivo, critico e responsabile.

Ma se questo è uno degli effetti del capitalismo sulla libertà e lo sviluppo, c’è anche l’effetto inverso di rendere l’individuo più solo e isolato, ispirandogli un senso di irrilevanza e impotenza.

Citiamo come primo fattore quello che si riferisce alle caratteristiche generali dell’economica capitalista: il principio dell’attività individuale. In contrasto con il sistema feudale del medioevo, che affidava ad ognuno un posto fisso entro una struttura sociale ordinata e perfettamente nitida, l’economia capitalista abbandona l’individuo a se stesso. Quello che fa e come lo fa, se ha successo o meno, sono affari suoi. La conseguenza ovvia è l’intensificarsi dell’individualismo, ritenuto elemento importante del contributo positivo della cultura moderna. Ma mentre favoriva la “libertà di”, questo principio ha contribuito anche a togliere tutti i vincoli che esistevano negli individui, che a loro volta si sono ritrovati separati e isolati gli uni dagli altri. E a porre le basi di questo sviluppo sono stati gli insegnamenti della riforma protestante. Nella Chiesa cattolica la relazione dell’individuo con Dio si fondava sull’appartenenza alla Chiesa stessa. Era questa a fare da legame tra l’uomo e Dio, e se da un lato restringeva l’individualità dell’uomo, dall’altro gli permetteva di trovarsi di fronte a Dio non da solo, ma come parte integrante di un gruppo. Il protestantesimo, al contrario, ha messo l’uomo solo di fronte a Dio. La fede, secondo come la intendeva Lutero, era un’esperienza completamente soggettiva; e Calvino attribuiva lo stesso carattere soggettivo alla convinzione della propria salvezza. Trovandosi da solo di fronte al potere divino, l’individuo non poteva non sentirsi schiacciato, spinto a cercare la propria salvezza nella sottomissione più totale. Dal punto di vista psicologico, questo individualismo spirituale non è molto diverso da quello economico. In entrambi i casi l’individuo è completamente solo, e in questo isolamento deve affrontare un potere a lui superiore, che sia Dio, la concorrenza o le forze economiche impersonali. Il carattere individualista della relazione con Dio formava la base psicologica del carattere individualista delle attività terrene.

Se la natura individualista del sistema economico è fuori questione e si può dubitare solo dei suoi effetti sulla crescita della solitudine individuale, la tesi che andiamo a discutere contraddice alcuni dei concetti convenzionali più diffusi riguardo il capitalismo. Secondo questi concetti, l’uomo nella società moderna ha finito per essere il fine di ogni attività: tutto quello che fa lo fa per se stesso; interesse personale e egoismo sono il fondamento onnipotente dell’attività umana. Da ciò che abbiamo detto all’inizio di questo capitolo si capisce che, per certi versi, siamo d’accordo con queste affermazioni. In questi ultimi quattro secoli, l’uomo ha fatto moltissimo per se stesso, per soddisfare i suoi bisogni. Va detto però che gran parte di quello che appare opera sua non gli appartiene; appartiene all’“operaio”, all’“industriale”, eccetera, non al concreto essere umano, con tutte le sue potenzialità emotive, intellettuali e di senso. Oltre all’affermazione dell’individuo che realizza il capitalismo, c’è anche la negazione di se stesso e l’ascetismo, tratto che deriva direttamente dallo spirito protestante.

Per illustrare questa tesi dobbiamo citare prima un fatto già descritto nel capitolo precedente. Nel sistema medievale, il capitale era servo dell’uomo; nel sistema moderno è l’uomo ad essere servo del capitale. Nel mondo medievale, le attività economiche erano un mezzo per arrivare ad un fine, e il fine era la vita stessa o, come la intendeva la Chiesa cattolica, la salvezza spirituale dell’uomo. Le attività economiche sono necessarie; anche i ricchi possono servire il fine di Dio, ma ogni attività esteriore acquisisce significato e dignità nella misura in cui adempie ai fini della vita. L’attività economica e la sete di ricchezza fini a se stessi sarebbero apparsi irrazionali alla mente medievale tanto quanto lo è la loro assenza agli occhi dei moderni.

Nel capitalismo, l’attività economica, il successo, la ricchezza materiale diventano fini in sé. Contribuire alla crescita del sistema economico, all’accumulazione del capitale, come fine ultimo e non per cercare la felicità o la salvezza eterna, diventa il destino dell’uomo. L’uomo diventa un ingranaggio dell’enorme macchina economica, un ingranaggio importante se possiede molto capitale, insignificante se non ne ha, ma pur sempre un ingranaggio destinato a servire fini esterni a lui. Questa disposizione a sottomettere il proprio io a fini esterni all’individuo ha le sue basi nel protestantesimo, per quanto lo spirito di Lutero e Calvino disapprovasse fortemente la supremazia delle attività economiche. Sono stati però i loro insegnamenti teologici a porre le basi di un processo che ha spezzato il sostentamento spirituale dell’uomo, il suo sentimento di dignità ed orgoglio, per dirigerne l’attività a fini esterni all’individuo.

Come già visto nel capitolo precedente, uno dei punti principali degli insegnamenti di Lutero era l’insistenza sulla malvagità della natura umana, la futilità della sua volontà e dei suoi sforzi. Analogamente, Calvino pose l’accento sulla perversione dell’uomo e fece ruotare il suo sistema attorno al principio secondo il quale l’uomo deve umiliare il più possibile il proprio orgoglio; ma affermò anche che il principio dell’esistenza umana è nella gloria di Dio, non nella propria. Così Calvino e Lutero prepararono psicologicamente l’individuo al ruolo che doveva svolgere nella società moderna: sentirsi insignificante, disposto a subordinare tutta la propria vita a fini che non gli appartengono. Quando l’uomo dichiarò la sua disponibilità a ridursi a semplice strumento per la gloria di un Dio che non rappresentava né la giustizia né l’amore, era già abbastanza preparato a diventare un semplice servo della macchina economica e, con il tempo, il servo di un Führer.

Fonte: Miedo a la Libertad. Traduzione di Enrico Sanna.

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