E Voleremo come gli Uccelli

quartieri spagnoli

Leone Tolstoi

Ricevo ogni settimana non meno di dieci lettere da giovani o anche da persone non giovani, uomini e donne, con una domanda incredibilmente unica: “Qual’è il senso della vita? Perché vivere?” Queste domande sono a volte stupefacenti per la loro ingenuità ed assurdità; gli scriventi, dopo aver letto alcuni scritti più recenti perlopiù letterari, e non avendoci trovato una spiegazione del senso della vita, al contrario avendo trovato in essi la negazione di ogni senso, sembrano completamente convinti che tale senso non c’è, e che sia molto simpatico non riconoscere nessun senso alla vita e mostrare così una cultura moderna superiore.

In questi giorni ho ricevuto un libro intitolato: “Sul senso della vita”. In questo libro l’autore cerca il senso della vita in Sologub, Andreiev e Sestov. Egli non dimentica di servirsi per tutto ciò, anche delle opere di Cècov e di altri altrettanto competenti nella questione. Come se non esistesse né Bramanesimo, né Buddha, né Salomone, né Marco Aurelio, né Socrate, né Platone, né Cristo, né Rousseau, né Kant, né Schopenhauer ecc. Come se tutta l’umanità prima di Sologub, Andreiev, Sestov e Leone Tolstoi, fosse vissuta senza aver alcuna idea intorno al senso della vita, e questo stia per esser chiarito alla gente dai Sestov, dagli Andriev, dai Sologub, dai Tolstoi. La stessa cosa accade nelle lettere da me ricevute. Esse mi chiedono in che consiste il senso della vita, ma già si intravede la risposta trovata: questo senso non c’è e non può esserci. Ad esempio mi si chiede – in una lettera autentica – a chi si deve credere: al Cristo del Vangelo o a Sanin del romanzo di Ortsybasev? Evidentemente la simpatia dell’autore della lettera sta tutta dalla parte di Sanin. In tali lettere, l’autore perlopiù vuol far mostra di sé e suggerisce lui stesso la risposta alla domanda che ha posto sul senso della vita. La risposta è sempre la stessa: non c’è senso nella vita per le persone istruite, non c’è e non può esserci, ma c’è l’evoluzione che si compie secondo le leggi scoperte dalla scienza, le quali nel nostro tempo hanno completamente sostituito le idee antiquate ed arretrate sull’anima, su Dio e altre simili superstizioni, sul destino dell’uomo e su i suoi obblighi morali. E tutto ciò viene espresso con una illimitata baldanza ed autocompiacimento. “Tutto ciò è antiquato, caduto in disuso. E noi abbiamo bisogno di una nuova definizione del senso della vita, quella nuova dovrebbe concordare col darvinismo, con la filosofia di Nietzsche e con una nuovissima comprensione della vita. Occorre che ci inventiamo una nuova spiegazione della vita tale che riconosca come fondamento di tutto le leggi della materia, in evoluzione in un tempo ed uno spazio illimitato.” Un po’ come se la gente volesse creare una nuova geometria, dove la somma degli angoli di un triangolo non equivale più a due angoli retti, ma tre o qualcosa di simile. Tale gente appunto cerca di inventare una tale novella geometria.

Ed ecco i migliori, fra la gioventù, poveri infelici, tentennando fra l’autocompiacimento per la loro conoscenza di tutte le chiacchiere dei Darwin, Hegel, Marx, Engels, dei vari Maeterlink, Knut Hamsun, Veinenger, Nietzsche ecc. che da loro sono stimati grandi saggi, ed una confusa consapevolezza dell’assenza di senso e comprensione della vita in queste dottrine, tuttavia cercano, s’intende vanamente, la spiegazione del senso della vita e arrivano sempre più alla disperazione – e non può esser altrimenti – cosicché quelli fra loro più passionali e con meno equilibrio finiscono per suicidarsi. Secondo il libro di Krose “Der Selbstmord in 19º jahrhundert” il numero dei suicidi nella sola Europa – senza i dati della Russia e altri paesi europei meno sviluppati – sono stati nel 19º secolo un milione e trecentomila e questo numero va aumentando ed aumenta continuamente. Ed è evidente che non può essere altrimenti.

Per la gente del nostro tempo è difficile non solo capire le cause della sua situazione sciagurata, ma anche prender coscienza della sua stessa sciagura, e di conseguenza di quella principale sciagura del nostro tempo che si chiama progresso e si manifesta con l’ansia febbrile, con la fretta e la tensione, in attività dirette a fare cose completamente inutili oppure chiaramente dannose, con la continua ubriacatura di idee sempre nuove, che assorbono tutta l’attenzione, e soprattutto con un illimitato compiacimento. Dirigibili, sommergibili, corazzate, case di cinquanta piani, parlamenti, teatri, telegrafi senza filo, congressi per la pace, eserciti di milioni di uomini, flotte, professori di ogni tipo di scuole, miliardi di libri, di giornali, di ragionamenti, di discorsi, di ricerche. Preso in questa febbrile vanità, fretta, ansia, in questa tensione di superattività diretta sempre a cose completamente inutili, persino evidentemente dannose, la gente permane in una tale, costante ammirazione di se stessa che non solo non vede, non vuole né può vedere la propria pazzia, ma se ne vanta e si aspetta da tale sua attività ogni sorta di grandi beni e in attesa di questo grande bene, si ubriaca sempre più di idee ogni giorno nuove, aventi come unico scopo di dimenticare se stessi, e si impantana sempre più in contraddizioni politiche, economiche, scientifiche, estetiche ed etiche senza via di uscita ed irrisolvibili.

Noi abbiamo così sistemato – o per meglio dire distrutto – la nostra vita che abbiamo necessità di una infinità di cose, le più strane e che non servono a nessuno e non c’è più posto per quell’unica cosa che è necessaria e non può non esser necessaria ad ogni uomo.

La Religione! Oh!, questo è completamente inutile nella nostra età illuminata, quando noi sappiamo l’origine dell’uomo e dell’universo, quando noi raccontiamo stupidaggini ed oscenità da un angolo all’altro della terra, quando fra poco voleremo come gli uccelli del cielo!

 

Fonte: La Pazzia

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