E Stella Emerse

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Enrico Sanna

Brano preso da un mio romanzo inedito di prossima pubblicazione.

Stella emerse dal retrobottega semplicemente per incontrare i due occhi gemelli della cuoca dei Beaulieux. La cuoca arrivava ogni mattina. Entrava quando era ora di chiudere portando in una mano la lista della spesa e nell’incrocio degli sguardi una particolare forma di pignoleria capace di evolversi in un malocchio. Stella la odiava in segreto. Avrebbe voluto chiudere il negozio e farsi suora per poterla odiare senza impacci, alla maniera di uno spirito libero. Quando la vedeva entrare, i suoi nervi grugnivano il grugnito dei popoli prostrati che reclamano rivoluzioni. Quella cosa lì, odorosa di burro verdognolo, pretendeva di piantare sospetti su tutto quello che le veniva mostrato. Per ogni cosa arricciava le labbra. Accoglieva le offerte del mondo con una meraviglia di grinza sul suo mento grasso.

“Oh, carissima!” disse la bocca di Stella, gli occhi dissenzienti, la treccia dei capelli che reclamava il suo diritto di stare sulla spalla quanto le pareva.

Al di là della porta d’ingresso, astratte come due giannizzeri, due donne discutevano di sacre futilità, chiaramente ignoranti della tragedia di Stella appena di qua della porta.

“Veda, signora mia,” stava dicendo una di loro lisciando le fettucce del vispo corsetto, “se non l’avevo visto io in persona non ci credevo. Però sa cosa le dico? Che me lo ricordo benissimo. Anche se era notte me lo ricordo benissimo, me lo ricordo, signora mia. Si è infilato in mezzo a tutti quei rovi lì e poi ne è uscito dall’altra parte come se nulla fosse. E poi…” E qui ridusse la notizia ad un mormorio del vento. “E poi si è diretto alla vecchia canonica. Per fare cosa, secondo lei, signora mia?”

L’altra signora spalancò la bocca e ci mise davanti il palmo della mano. Un gesto così non era permesso se non per provato turbamento. Ora, non che lei non ci credesse, ché anzi ci credeva eccome, ma la sua era una convenzionale resa allo stupore davanti a tutto quello che veniva raccontato con un mormorio.

“Già, per fare cosa?” chiese.

“Oh, una gran brava persona, non c’è dubbio. Molto gentile. Saluta. Buongiorno e buonasera. Io non voglio dire. Ma è la gente che dice.”

Stella afferrò un grande coltello e tagliò in due un pezzo di burro che sarà stato due chili.

“Faccia meno, signorina,” miagolò la cuoca. “Tutto quel burro, per carità!”

“Ora, dove abita mia cugina c’è una colonia di negri… Non so se si dice colonia. Ho letto che facevano le magie con le ali di tacchino. Io non voglio dire ma queste sono cose dell’Africa, queste.”

L’altra strinse il fazzoletto attorno alla testa come se fosse un elmo protettivo contro la magia.

“Poi passa mezz’ora e non si vede più. Sarà andato a dormire, faccio io. E invece non ti viene fuori e fa tutti dei gesti così, e piglia e dice non so cosa! Una lingua così strana, ma così strana, cara mia.”

“Saranno mica piedi di gallina?”

“Eh?”

“Dicevo se hai detto avena,” disse Stella. Sbuffò, ma dietro la protezione di una torre di piatti.

“E di quella di grana buona,” urlò la cuoca innalzandosi sulla punta dei piedi. “Ché la signora poi lo so io cosa dice.”

Stella tornò abbracciata ad un sacchetto.

“Eh, tocca a me sentirla.”

Stella poggiò il sacchetto su una mensola che sporgeva dal bancone e aprì un cassetto. Tirò fuori un coltello e tagliò la cucitura con pazienza.

“E questo è mezzo crudo. E quello ha fatto i grumi…”

“Non mi dire.”

Stella aprì uno dei cassetti in cui teneva le granaglie e prese un misurino.

“Me la faccia vedere prima,” disse la cuoca. “Mi sembra un po’ troppo grossa. Un po’ grossina, vero? Non ne avrebbe dell’altra più fine? È per il signore. Fosse per la signora, magari… Ma lui… Ultimamente non gli va più bene nulla.”

“Pensa tu che storie.”

“Eh, lo so io che cosa succede poi.” La cuoca sospirò. “Lo so io, lo so.”

Dopotutto, a Stella andava bene così. Lei era equamente intollerante alla signora Beaulieux e alla sua cuoca. Le due si attraevano come deità in collisione. Se non fosse stato per questa felice casualità della provvidenza, Stella avrebbe fatto cose che neanche le nuvole in cielo sapevano cosa avrebbe fatto Stella.

“E cosa ha fatto?” disse l’altra donna, che ancora premeva la cuffia.

“Cosa ha fatto cosa?” rispose l’altra riprendendo a lisciare le fettucce del suo festoso corsetto.

“Il negro.”

“Oh, niente. È tornato dentro e non l’ho più…” Fu colpita da rivelazione. “E questo?”

E prese in mano un cartello che Stella aveva appeso sulla porta d’ingresso proprio quella mattina. Grandi lettere dall’aria spigliata annunciavano l’arrivo di un servizio da tè dalla Cina. Da un angolo in basso partiva un salice che andava su fino alla fine del cartello, e poi tornava giù e frustava gioiosamente e ad un tempo le lettere e il servizio da tè. In basso scorreva un torrentello di marca indubbiamente cinese.

Stella rientrò nel retrobottega, prese un sacco vuoto e rovesciò dentro l’avena.

“Questa è la migliore,” annunciò tornando al bancone. “È più fine dell’altra.”

“E si vede,” affermò la cuoca. “Me ne accorgo da come fa frunfrùn nel sacco.”

“Ma la cosa più strana di tutte è che la mattina il gallo non ha cantato,” disse la donna fuori dal negozio.

L’altra alzò gli occhi dal grande salice e andò a cercare tra le palpebre l’anima di chi aveva detto così. Ma non c’era anima. Solo, così le sembrò, due chiodi dipinti. Ma potevano essere anche funghi.

“Perché? Cosa vuole dire?”

“Vuole dire che era morto. Questo vuole dire.” Pensò. Scrutò la reazione dell’altra donna. Attese. “Si ricorda quella volta che mi è morto il gallo quando è andato a fuoco il fienile? E non ho mai capito di cosa è morto. E quando è morto il parroco, allora? Ricorda che il Torrente dell’Alce ha cominciato a sanguinare proprio quando quella ragazza ha trovato il macellaio morto? E ha detto che il sangue del torrente era uguale al sangue sulla camicia!”

L’altra donna strinse al petto la cineseria.

“Questi sono segni,” aggiunse la sadica.

L’altra, senza armi com’era, precipitò in una riflessione frenetica. Lei non aveva mai visto segni. Stava attraversando l’esistenza senza trovare nulla che valesse la pena raccattare. Neanche un ciottolo a forma di cranio. Non le era neanche capitato mai di scorgere una nuvola con la barba, o con la faccia di un santo.

“Non esageriamo,” fu tutta la protesta che riuscì a pigolare.

Subito dopo, si aprì la porta e uscì la cuoca dei Beaulieux proprio mentre la signora Maria stava entrando.

“Buongiorno, signora Maria,” salutò Stella rientrando dal retrobottega. Fece gomitolo della treccia, che scattò come una serpe, che lei aggomitolò di nuovo con rabbia.

“Buongiorno a te, Stella,” rispose la signora Maria.

Le due donne provarono un immediato interesse per il servizio da tè. La signora Maria starnutì.

“È l’odore della farina,” spiegò.

La donna sadica produsse un sorriso di solidarietà. “Succede anche a me, sa? Non sempre ma ci sono delle volte…” Sventolò l’annuncio della cineseria per respingere l’aria che sapeva di farina.

“Mi dai un pezzo di burro tanto così, Stella?” chiese la signora Maria, visto che le due donne sembravano lì per puro caso, ignare delle funzioni di un negozio.

Stella scomparve nel retrobottega per uscirne pochi secondi dopo con un pane di burro avvolto in un foglio giallo.

“Vuole infilarci un dito per sentire se è abbastanza fresco?”

“Come?”

Stella quasi sorrise. La treccia ciondolò tra le scapole.

“Scherzavo.”

Una grande mosca comparve in volo nel mezzo del nulla, volò di qua e di là per alcuni secondi, ronzò come un camorrista di quartiere, scomparve. Stella la cercò ma era proprio andata. La cosa la irritò. Le mosche scomparivano tutte così.

Stella si inginocchiò. Cercò il camorrista nelle fessure dei cassetti. Grattò con unghie che erano mandorle glassate. Nel villaggio, era l’unica ad avere le unghie come mandorle.

Fuori dalla bottega, ognuna delle due donne aveva deciso che l’altra era pazza.


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