Per Anatole France

bambini

Theodor W. Adorno

Anche virtù come quella dell’apertura e della disponibilità, la capacità di riconoscere e di godere il bello ovunque si trovi, anche negli aspetti meno vistosi e appariscenti della vita quotidiana, cominciamo a manifestare e a mettere in mostra un aspetto problematico.

Una volta, all’epoca della ricchezza e della sovrabbondanza soggettiva, nell’indifferenza estetica verso la scelta specifica dell’oggetto si esprimeva e si faceva valere, insieme alla capacità di estrarre un senso da tutto ciò che era oggetto di esperienza, anche la relazione col mondo oggettivo, che si presentava al soggetto, anche nei suoi frammenti più minuti, come qualcosa di antagonistico, ma, nello stesso tempo, di vicino e di significativo. Nella fase in cui il soggetto capitola di fronte alla strapotenza estraniata delle cose, la sua disposizione ad avvertire dovunque qualcosa di bello e di positivo attesta una dimissione della facoltà critica e quindi anche della fantasia interpretativa che è inseparabile da essa. Chi trova tutto bello è ora in pericolo di non trovare bello nulla.

L’universale della bellezza non può comunicarsi al soggetto che attraverso l’ossessione del particolare. Il bello è inaccessibile a uno sguardo a cui non sia strettamente associata l’indifferenza, per non dire addirittura il disprezzo, per tutto ciò che non rientra nell’oggetto contemplato. Ed è solo la cecità, l’ingiusta preclusione dello sguardo alla pretesa sollevata da tutto ciò che esiste, a rendere giustizia all’esistente. In quanto viene accolto nella sua unilateralità, per ciò che esso è, la sua parzialità è compresa come la sua essenza e in tal modo riconciliata.

Lo sguardo che si perde nella bellezza di un solo oggetto è lo sguardo sabbatico. Esso conserva o ricupera nell’oggetto qualcosa della quiete e della serenità del giorno della sua creazione. Che se, invece, l’unilateralità è soppressa dalla coscienza dell’universale importata dall’esterno, se il particolare viene messo sottosopra, sostituito e confrontato con altro, la giusta visione panoramica del tutto sposa e fa propria l’ingiustizia universale che è insita nell’intercambiabilità e nella sostituibilità stessa. Questa giustizia esegue la sentenza del mito sulla creatura. È vero che nessuna idea è esonerata da questa connessione, che nessuna di esse può persistere ciecamente nella sua chiusura particolare. Ma tutto dipende dal modo in cui si compie il trapasso.

La iattura viene dal pensiero come violenza, dall’abbreviazione indebita del percorso, che deve passare attraverso l’impenetrabile, attraverso la durezza del particolare, per essere in grado di raggiungere l’universale, la cui sostanza è custodita nell’impenetrabilità stessa, e non nella corrispondenza o nella conformità astratta di più oggetti diversi. Si potrebbe quasi dire che la verità stessa dipende dalla durata, dalla pazienza e dalla tenacia con cui si sosta o si indugia presso il singolo oggetto: ciò che passa oltre senza essersi prima interamente perduto in esso, ciò che procede al giudizio senza essersi reso prima colpevole dell’ingiustizia dell’intuizione, finisce col perdersi nel vuoto.

Lo spirito liberale, che rende indiscriminatamente a tutti quanti ciò che è loro dovuto, si risolve, in definitiva, in distruzione, come la volontà della maggioranza che fa torto alla minoranza e calpesta così la democrazia secondo i cui principi essa agisce. Così dalla bontà rivolta indiscriminatamente verso tutto e verso tutti minaccia perpetuamente di scaturire la freddezza e l’ostilità verso ciascuno e verso ogni cosa in particolare, che poi, a sua volta, si trasmette al tutto. L’ingiustizia è il medio della vera giustizia. La bontà illimitata si rende complice di tutto il cattivo esistente, attenuando o contribuendo a celare la sua differenza dalle orme del bene e riducendola così al minimo comune denominatore di quella universalità che si risolve ineluttabilmente nella saggezza mefistofelica e borghese per cui “tutto ciò che esiste è degno di perire”. Il tentativo di recuperare il bello anche in ciò che è ottuso o indifferente appare tanto più nobile e generoso della volontà ostinata di critica e di specificazione quanto più, in realtà, si rivela corrivo agli ordinamenti della vita.

A tutto questo si risponde facendo valere il carattere sacro del vivente, che si manifesterebbe anche e proprio in ciò che è più brutto e deformato. Ma il riflesso di questa santità della vita non è mai diretto e immediato, ma sempre e solo fratto e spezzato: ciò che si pretende che sia bello solo perché vive è proprio perciò già il brutto. Il concetto della vita nella sua astrazione, a cui i nostri avversari fanno appello, è inseparabile da tutto ciò che è oppressivo e privo di riguardi, e anzi, a ben vedere, micidiale e distruttivo. Il culto della vita in quanto tale si risolve inevitabilmente in quello di queste potenze. Ciò che prende il nome di manifestazione vitale, dalla fecondità rigogliosa della natura ai giochi turbolenti dei bambini fino alla bravura e all’abilità di coloro che sono riusciti a combinare qualcosa di buono e all’indole della donna, che viene portata alle stelle perché l’appetito vi si manifesta in modo così schietto, tutto ciò, preso alla lettera, partecipa della tendenza a privare della luce e della possibilità di esistere l’altro, il diverso, il possibile nel cieco impulso dell’affermazione di sé. Tanto è vero che la proliferazione indiscriminata del sano costituisce già sempre, di per se stessa, la malattia.

Il suo antidoto è la malattia che è divenuta consapevole di sé, la limitazione della vita stessa. Questa malattia salutare è il bello. Esso impone un freno alla vita e quindi alla sua decadenza. Che se invece si nega la malattia in nome della vita, la vita ipostatizzata e feticizzata trapassa, proprio in virtù della sua separazione dall’altro elemento, per l’appunto in esso, in ciò che è malvagio e distruttivo, criminale e arrogante. Chi odia la distruzione, non può fare a meno di odiare anche la vita: solo il morto, l’inanimato, è l’immagine adeguata del vivente non deformato. Anatole France, alla sua maniera scettica e illuminata, mostra di essere stato già consapevole di questa contraddizione: “No, – dice proprio il mite signor Bergeret, – preferisco credere che la vita organica sia una malattia speciale del nostro butto pianeta. Sarebbe intollerabile pensare che nell’universo infinito non si facesse altro che mangiare ed essere mangiati.” La ripugnanza nichilistica che si esprime in queste parole non è solo la condizione psicologica dell’umanità come modo di sentire e di essere, ma anche la condizione oggettiva della sua realizzazione pratica nell’utopia.

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