Una Parola per la Morale

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Theodor W. Adorno

L’amoralismo, con cui Nietzsche attaccava l’antica menzogna, soggiace a sua volta al verdetto della storia. Con la dissoluzione della religione e delle sue evidenti secolarizzazioni filosofiche, i divieti e le limitazioni tradizionali avevano perso il loro prestigio e la loro sostanza. Ma, in un primo tempo, la produzione materiale era ancora relativamente poco sviluppata, ed era possibile affermare, non senza qualche ragione, che non c’era abbastanza per tutti.

Chi non criticava l’economia politica come tale, doveva tener fermo il principio della limitazione e della moderazione, che più tardi sarebbe stato formulato apertamente e senza pretesti come appropriazione ai danni del più debole. Le premesse oggettive si sono, nel frattempo, completamente trasformate. Di fronte alla possibilità immediata dell’abbondanza, la limitazione non può apparire superflua, non solo al non conformista, ma anche al più limitato borghese. Il senso implicito della morale dei signori – chi vuol vivere deve arraffare – è ormai una menzogna più meschina della morale dei pastori del secolo decimonono.

Se i piccoli borghesi tedeschi si sono dimostrati “bestie bionde”, non è per via di particolari caratteristiche nazionali, ma perché, di fronte all’abbondanza manifesta, la bestialità bionda, la rapina sociale, è diventata l’atteggiamento dell’arretrato, del cieco filisteo, di quello stesso “inferiore” contro cui è stata inventata la morale dei signori. Cesare Borgia, se risuscitasse oggi, somiglierebbe a David Friedrich Strauss e si chiamerebbe Adolf Hitler.

Chi sono, oggi, i predicatori dell’amoralità? I darwinisti disprezzati da Nietzsche, che esortano furiosamente alla lotta per l’esistenza, proprio perché, in realtà, questa lotta non è più necessaria. La virtù della nobiltà non sarebbe più, da tempo, prendere il meglio per sé prima degli altri, ma provare fastidio e disgusto di prendere ed esercitare effettivamente la virtù del dono, che in Nietzsche appare solo in forma spiritualizzata.

Gli ideali ascetici incarnano oggi un grado superiore di resistenza alla follia dell’economia di profitto che non la rivolta vitalistica di sessant’anni fa contro la repressione liberale. Oggi l’amoralista potrebbe finalmente concedersi di essere altrettanto buono, gentile, aperto e altruista come già Nietzsche allora.

A garanzia della sua resistenza immutata, egli resta tuttora solitario come nei giorni in cui presentava al mondo normale la maschera del male, per apprendere alla norma l’orrore della propria inversione.

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