La Fine della Politica

leone

Robert Kurz

Come mostrano sempre più chiaramente le sue circostanze e i suoi svolgimenti, la “crisi della politica” non significa solo la perdita della sua enfasi e della sua ipostatizzazione storica, di modo che adesso potrebbe magari continuare tranquillamente come un sottosistema ridimensionato e senza illusioni, corrispondendo così alla sua vera nudità funzionalistica. Diventano visibili – o entrano nella coscienza pubblica – quelle strutture che in quanto “condizioni di possibilità” della politica hanno costituito finora lo sfondo silenzioso dell’intero processo sociale, ma che adesso si fanno notare come disturbi funzionali basilari. Questi disturbi, che indicano il crollo storico del sistema, appaiono essenzialmente come crisi ecologica, come crisi della società del lavoro, come crisi dello Stato nazionale e come crisi del rapporto tra i sessi.

E proprio in questi settori, le mute strutture di sfondo della “politica” vengono alla luce ed escono dal silenzio. I rumori da catastrofe sociale suscitati dal loro crollo si convertono direttamente nelle grida di dolore della “politica”, la cui funzione regolativa si sfalda insieme con il meccanismo funzionale economico. Nella precisa misura in cui le basi del sistema, non raggiungibili dalla “politica”, perdono la loro capacità di funzionare, la sfera politica comincia necessariamente a girare a vuoto.

Fin dagli inizi del sistema industriale in forma di merce è stata deplorata la sua potenza distruttrice nei confronti della natura biologica. Questa potenza distruttrice esiste già nel processo basilare di astrazione operato dalla forma-merce stessa, cioè nell’indifferenza del denaro a ogni contenuto concreto. Finché la forma-merce conduceva soltanto un’esistenza marginale nelle nicchie delle costituzioni premoderne, il carattere distruttivo di questa “astrazione reale” (Sohn-Rethel) e del suo rapporto non-concreto con il materiale concreto del mondo si mostrava poco e piuttosto casualmente. Ma nella stessa misura in cui la forma-merce è diventata la forma della totalità sociale nella veste del capitale, doveva palesarsi anche il suo carattere distruttivo di fronte alla “prima natura”. La conseguente crisi ecologica era inizialmente limitata a certi settori e ad alcune regioni; essa seguiva il processo dell’industrializzazione in forma di merce. È perciò solo logico se essa è diventata, con il compimento strutturale e globale del sistema produttore di merci dopo la seconda guerra mondiale, una diretta minaccia per l’umanità. Con il suolo, l’aria, l’acqua e il clima, la potenza distruttrice della forma-merce totale si estende alle basi più elementari della vita, diventando così, a partire dagli anni settanta, una questione politica permanente.

Ma proprio nella cosiddetta questione ecologica diventa evidente il carattere non-autonomo e strutturalmente dipendente della “politica”; più di un quarto di secolo di dibattito ecologico ha dimostrato da tempo questo fatto in termini pratici. La politica, per sua essenza, può risolvere i problemi funzionali solo all’interno della logica del denaro, ma non può risolvere problemi che vengono suscitati da questa logica stessa. Dovendo lo Stato finanziare tutte le sue misure regolative, ciò vale naturalmente anche per le misure ecologiche. È la logica astrattiva del denaro a distruggere i fondamenti naturali; ma la riparazione dei fondamenti naturali costa a sua volta denaro che bisogna prima “guadagnare”. Per poter riparare le distruzioni causate dal denaro, la società deve dunque “guadagnare” più denaro e operare più distruzioni. È facile calcolare che questa forbice si apre sempre di più, sfavorendo la natura e, quindi, i fondamenti della vita.

Il problema ecologico non può essere risolto, dunque, a partire dalla logica strutturale del sistema; e poiché la “politica” non può avere altro spazio funzionale che lo Stato, essa deve in ultima istanza arrendersi di fronte al potenziale di distruzione ecologica. (…)

Fonte: Robert Kurz, La fine della politica, in La fine della politica a l’apoteosi del denaro, Manifesto Libri, Roma, 1997.

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