Elogio della Cospirazione

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Ivan Illich

Il termine latino osculum non è né molto antico né frequente. È una delle tre parole latine che possono essere tradotte dall’italiano bacio. Rispetto all’affettuoso basium e al lascivo suavium, osculum fece più tardi la sua comparsa nel latino classico e veniva usato in una sola circostanza per designare un comportamento rituale: nel II secolo esso divenne il segno dato da un soldato in procinto di partire a una donna con cui egli riconosceva come propria discendenza il figlio da lei atteso.

Nella liturgia cristiana del I secolo osculum assunse una nuova funzione, diventando uno dei due momenti cruciali nella celebrazione dell’Eucaristia. La conspiratio, il bacio sulla bocca, divenne il gesto liturgico solenne con cui i partecipanti all’azione del culto condividevano il loro respiro o spirito. Esso venne a significare la loro unione nell’unico Santo Spirito, la comunità che prende forma grazie al soffio di Dio. L’ecclesia si formò attraverso un’azione rituale pubblica, la liturgia, e il cuore della liturgia era la conspiratio. La principale celebrazione cristiana viene quindi intesa esplicitamente in un senso affatto corporeo, come un cospirare che produce una comune atmosfera, un milieu divino.

L’altro momento eminente della celebrazione era la comestio, la comunione della carne, l’inclusione del credente nel corpo del Verbo Incarnato, ma la communio era teologicamente collegata alla conspiratio che la precedeva. Conspiratio divenne l’espressione somatica più forte, chiara e inequivocabile che designa il processo non gerarchico di creazione di uno spirito di fraternità in preparazione della cena unificante. Attraverso l’atto di mangiare, i compagni cospiratori venivano trasformati in un noi, un’assemblea, che in greco si dice ekklēsía. Essi credevano inoltre che il noi fosse anche l’Io di qualcuno e ricevevano il loro nutrimento trovando riparo presso l’Io del Verbo Incarnato. Quelle della liturgia non sono parole e azioni mondane, ma eventi che si verificano dopo che il Verbo si è fatto carne. La pace intesa come il mescolarsi del suolo e delle acque suona gradevole alle mie orecchie, ma la pace come risultato della conspiratio richiede un’intimità esigente, oggi quasi inimmaginabile.

La pratica dell’osculum non fu esente da contestazioni: i documenti rivelano che la conspiratio creò scandalo fin dalle origini. Il rigorista Tertulliano, Padre della Chiesa di origine africana, riconosceva che una rispettabile matrona non dovesse essere esposta a eventuali esperienze imbarazzanti a causa di questo rito. La pratica rimase in uso, ma non il suo nome; la cerimonia richiese un eufemismo. Dal tardo III secolo in poi, ci si riferì all’osculum pacis semplicemente con il termine pax, e il gesto fu spesso annacquato riducendolo a qualche delicato contatto che significasse la mutua unione spirituale di persone che si incontrano creando un’atmosfera fraterna. Oggi la pace che precede la comunione, il cosiddetto “bacio della pace”, è ancora un elemento costitutivo della messa di rito romano, slavo, greco e siriaco, sebbene sia spesso ridotto a una frettolosa stretta di mano.

Non potevo fare a meno di raccontarvi oggi, qui a Brema, l’episodio di Yokohama. Per quale motivo? Perché l’autentica idea della pace come ospitalità estesa allo straniero, come libera assemblea avente origine nella pratica dell’ospitalità, non può essere compresa senza fare riferimento alla liturgia cristiana in cui la comunità prende forma attraverso il bacio sulla bocca.

Tuttavia, il riferimento alla conspiratio è imprescindibile non solo per comprendere gli antecedenti storici della pace nella nostra tradizione, ma anche per comprendere la singolarità storica dello spirito, atmosfera o clima di una città. L’idea europea di pace, che è sinonimo di inclusione somatica di eguali in una comunità, non ha analoghi altrove. La comunità nella nostra tradizione europea non è il prodotto di un atto di fondazione autoritario, non è un dono della natura o delle sue divinità, né il risultato del management, della pianificazione e del design, ma la conseguenza di una cospirazione, un dono reciproco consapevole, somatico e gratuito.Il prototipo di questa cospirazione si trova nella celebrazione dell’antica liturgia cristiana in cui, a prescindere dalla loro origine, donne e uomini, Greci ed Ebrei, liberi e schiavi, generano una realtà fisica che li trascende. Il respiro condiviso (conspiratio) è la “pace”, intesa come la comunità che ha inizio da quell’esperienza.

Gli storici hanno spesso fatto notare che l’idea di contratto sociale, che domina il pensiero politico europeo dal XIV secolo, ha le sue origini effettive nel modo in cui i fondatori delle città medievali concepivano le relazioni civili. Io concordo pienamente con questo approccio.

Tuttavia, se ci concentriamo esclusivamente sull’aspetto contrattuale di questa associazione tra cittadini, la nostra attenzione è distratta da ciò che conta realmente: il fatto che con tali contratti ci si prefiggeva di proteggere la pace che risultava dalla conspiratio. In tal modo si corre il rischio di non cogliere l’assurdità della pretesa di procurarsi un’assicurazione di tipo contrattuale per un’atmosfera fugace e vitale, delicata e robusta come pax.

I mercanti e gli artigiani medievali che si insediavano ai piedi del castello del signore sentivano l’esigenza di trasformare la cospirazione che li univa in un’associazione certa e durevole.

Per provvedere alla loro sicurezza collettiva fecero ricorso a un espediente, la conjuratio, una mutua promessa confermata da un giuramento in cui si invoca Dio come testimone. Molte società fanno ricorso al giuramento, ma l’uso del nome di Dio per renderlo sicuro fece la sua comparsa come espediente legale nella codificazione del diritto romano fatta dall’imperatore cristiano Teodosio. La “dichiarazione solenne” ( iuramentum), il proclamare qualcosa insieme mediante un giuramento comune confermato dall’invocazione di Dio, come l’osculum liturgico, è di origine cristiana. La conjuratio che fa ricorso a Dio come collante del legame sociale verosimilmente serve ad assicurare stabilità e continuità all’atmosfera generata dalla conspiratio dei cittadini. In questa connessione tra conspiratio e conjuratio si trovano intrecciati due concetti, entrambi unici, ereditati dal primo millennio di storia cristiana, ma il secondo, la forma contrattuale, oscurò presto la sostanza spirituale.

La città medievale dell’Europa centrale fu perciò una configurazione storica radicalmente nuova: la conjuratio conspirativa, che fece della civiltà urbana europea qualcosa di affatto distinto rispetto agli stili urbani di altre zone. Essa implica una peculiare tensione dinamica tra l’atmosfera della conspiratio e la sua costituzione legale, di tipo contrattuale. Il clima spirituale è l’autentica fonte della vita cittadina che sboccia in una gerarchia la quale, come un guscio o una armatura, protegge il suo ordine. Nella misura in cui viene pensata come avente origine nella conspiratio, la città deve la sua esistenza sociale alla pax, il respiro condiviso in modo egualitario tra tutti.

Questa lunga riflessione sulla precedenza storica della coltivazione dell’atmosfera mi sembra necessaria, nella Brema del tardo XX secolo, per difendere la sua natura intrinsecamente cospirativa. E mi sembra necessaria per comprendere la plausibilità dell’argomento secondo cui la critica indipendente dell’ordine stabilito della società moderna, tecnogena e centrata sull’informazione, può svilupparsi solo in un milieu fortemente ospitale.

Come studioso, sono stato plasmato dalla tradizione monastica e dall’interpretazione dei testi medievali. Dai tempi della mia formazione ho sempre ritenuto ovvio che la principale condizione di un’atmosfera propizia al pensiero indipendente fosse l’ospitalità coltivata dall’ospitante: un’ospitalità che esclude scrupolosamente sia la condiscendenza sia la seduzione; un’ospitalità che con la sua semplicità sconfigge la paura del plagio come del clientelismo; un’ospitalità che con la sua sincerità scongiura deliberatamente sia la sopraffazione sia il servilismo; un’ospitalità che esige dagli ospitati tanta generosità quanta ne impone all’ospitante. Io ne ho avuta in dono una porzione abbondante, con il sapore di una rilassata, divertente, talora stravagante convivenza con compagni per lo più ordinari, ma talvolta bizzarri, che si sopportano reciprocamente. Qui a Brema ancor più che altrove.

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