Gli Echi di Canudos

Survivors-of-Canudos

Di Rodrigo Lima

120 anni dopo il massacro di stato in Brasile

Ad ottobre scorso ricorreva il 120º anniversario del più grande massacro compiuto dallo stato brasiliano, la Guerra di Canudos, che tra il 1896 e il 1897 tolse la vita a 35.000 persone, tra uomini, donne e bambini. Tra i civili, morirono non meno di 500 indigeni Kiriri. Spiega l’antropologa Edwin Reesink (con cui ho parlato al telefono) che combattevano con arco e frecce.

Come in tanti altri casi, prima e dopo, gli abitanti di Canudos decisero di difendere il loro modo di vivere fino alla morte piuttosto che arrendersi alla neonata repubblica brasiliana. Essendo stati convertiti al cristianesimo dai gesuiti nel diciassettesimo secolo, decisero di unirsi alla battaglia grazie in parte alla figura carismatica di Antonio Conselheiro (missionario locale e fondatore del villaggio di Canudos). Un ruolo lo ebbero anche diversi fattori sociali. Nota la Reesink: “I Kiriri erano in grave crisi, il rapporto con i bianchi era problematico, erano oppressi e discriminati.”

Il momento cruciale, quando i Kiriri decisero di combattere, fu quando Conselheiro mandò una spedizione nel loro territorio per raccogliere legname per la costruzione della sua chiesa. Conselheiro e il suo seguito fecero più di cento chilometri per andare a prendere il legname. Secondo la Reesink, i Kiriri accolsero l’arrivo del prete con “gioia enorme”.

A conferma del detto secondo cui “le truppe passano le frontiere quando le merci non possono”, fu una lite commerciale a scatenare la guerra di Canudos nel mese di giugno 1896. Quando Conselheiro ordinò del legname per la chiesa da un mercante della città di Juazeiro, il sindaco avvisò le autorità repubblicane temendo che il prete volesse appropriarsi della merce con la forza.

Da questo fatto ebbe origine quella che divenne un’isteria, alimentata dal timore che il villaggio di Canudos fosse contrario alla repubblica e stesse fomentando una rivolta monarchica. Così la sete di indipendenza di Canudos fu interpretata in modo distorto. La popolazione lottava semplicemente per il proprio diritto alla sovranità e all’autodeterminazione, una battaglia ancora oggi molto diffusa.

Iniziò così il più grande massacro del Brasile, in cui persero la vita oltre 35.000 persone. Gli abitanti di Canudos capitolarono e tutti quelli che resistettero all’esercito brasiliano furono decapitati, uomini, donne e bambini. Fu distrutto l’intero villaggio. Neanche una casa rimase in piedi. Scrive lo scrittore brasiliano Euclides da Cunha: “Furono decapitati. I loro corpi bruciati. Furono messi in riga sul ciglio della strada, le teste decapitate a distanza regolare l’una dall’altra, rivolte verso i passanti.”

Non tutti i Kiriri presero parte al conflitto, ma anche per i sopravvissuti le perdite furono irreparabili. Gli ultimi sciamani, che parlavano la loro lingua, furono uccisi durante le pratiche religiose, indebolendo il legame con gli encantados, le entità sovrannaturali con cui i Kiriri dicono di parlare, e che gli aiutano nelle loro lotte politiche, sociali e territoriali. Oltre ai grossi problemi lasciati dalla guerra, i sopravvissuti si ritrovarono a fare i conti con l’occupazione delle loro terre da parte dei bianchi, che se ne appropriarono mentre erano assenti. Ancora oggi, diverse terre non appartengono ai legittimi proprietari.

Mario Vargas Llosa, peruviano premio nobel per la letteratura, si è ispirato all’episodio per il suo famoso romanzo La Guerra della Fine del Mondo. Il villaggio fu infine inondato dal fiume Cocorobó, come per eliminare ogni speranza che un giorno possa rinascere.

Canudos fu la vittima della guerra totale, tipica della modernità, per cui la sconfitta del nemico non basta, ma bisogna sterminarlo, cancellarlo dalla faccia della terra. Il concetto di guerra totale, ideato per la prima volta dal generale prussiano Carl von Clausewitz nel suo famoso trattato militare Della Guerra (Von Kriege), è stato applicato a tanti conflitti in tutto il mondo. È spaventoso, però, il fatto che il governo brasiliano sia stato tra i pochi regimi ad applicarlo alla sua stessa popolazione. Non servono invasioni barbare, siamo noi i nostri stessi Unni.

Fu Euclides da Cunha, che descrisse la guerra nel libro Brasile Ignoto, a far conoscere a tutto il mondo la Guerra di Canudos. Euclides, che era un ingegnere, lottò sempre a fianco degli oppressi scrivendo articoli di critica sociale sui giornali e firmandosi con lo pseudonimo di “Proudhon”. Fu anche abolizionista molto prima dell’abolizione definitiva della schiavitù. La sua vita e i suoi scritti sulla Guerra di Canudos raccontano la tragedia della guerra totale praticata dallo stato.

Brasile Ignoto è stato paragonato all’Iliade di Omero: vi sono rappresentate le fondamenta di una cultura, la nascita di una letteratura, la creazione di una nazionalità. La prosa di Euclides, in origine romantica e ispirata a Victor Hugo, si trasfigurò completamente quando vide ciò che era accaduto a Canudos. Dopo aver testimoniato la tragedia di Canudos, il suo stile cambiò, divenne espressionista, adatto a denunciare le atrocità della repubblica. “Euclides appartiene alla generazione delusa dalla repubblica,” spiega lo studioso Francisco Foot Hardman. Lo scrittore era stato espulso dalla scuola militare di Praia Vermelha dopo aver spezzato la spada durante una parata per protesta contro la monarchia. Difese la repubblica, ma non poté difendere l’indifendibile. In Brasile Ignoto, Euclides “denuncia il crimine nazionale,” spiega Hardman. Dopo la tragedia di Canudos, la sua fede nell’ordine e nel progresso cominciò a smorzarsi: “Non siamo minacciati dalla barbarie,ma terrorizzati dalla civiltà,” dice nel libro.

Canudos vive ancora. Non è solo l’immaginario popolare, riecheggia nella vita di tutti i giorni. Osservando la scena politica contemporanea, comprese le atrocità commesse ogni giorno nelle nostre favelas, Hardman arriva alla conclusione che “la barbarie è qui, i barbari sono tra noi.” Forse, in qualche modo stiamo ancora cercando il nostro Antonio Conselheiro. L’unica speranza è di non fare la stessa fine degli ultimi quattro partigiani rimasti di fronte ai fucili: “Canudos non si arrende.”

Traduzione di Enrico Sanna

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