Come Dardi del Peloponneso

il mondo

Di Enrico Sanna

Capitolo estratto dal libro di racconti di Enrico Sanna, Robertson, in vendita su Amazon, 200 pagine, 3 euro (kindle) 8 euro (cartaceo).

All’alba di quella mattina Edgar Dawes si prese una sbornia e salì sulla cima di una ciminiera e inizialmente non ci fu molto rumore attorno al fatto.

Malcolm Dawes e un poliziotto andarono ai piedi della costruzione. Tre operai erano in piedi nella penombra e discutevano ad intervalli. Per terra c’era una profusione di oggetti incomprensibili. Il poliziotto camminava con le mani dietro la schiena. Spesso fingeva interesse fulmineo per particolari banali. Miriadi di volte qualcuno gli aveva ripetuto che questo interesse era molto apprezzato da quelli che hanno un problema.

Ernie guardò attraverso una fessura della capannina. Aveva guardato attraverso la fessura una dozzina di volte da quando era arrivato e per tutto il tempo si era messo la camicia. Si allontanò. Incertamente, riprese a mettersi la camicia. Poi guardò ancora attraverso una fessura diversa.

“C’hai paura che ti vede?” chiese Jack.

Gint rise. Jack spalancò la porta e sbadigliò con sincerità.

“Non ho paura che mi vede,” disse Ernie.

“Io non vedo niente,” disse Jack. Aprì e chiuse la porta due o tre volte, per esperimento. “Questa porta! Uno di questi giorni me la ritrovo in mano.”

Gint agitò un dito. “Lo vedi?”

Si affacciarono alla porta, le facce contratte.

Sulla punta di una ciminiera, iarde sopra la E, era comparsa una macchia convulsiva con una lunga gobba, come un condor in un uragano. Ci furono alcune considerazioni silenziose. A volte il fumo delle altre ciminiere andava su come contro un muro ed era come se dentro ci fosse qualcuno che raccoglieva delle valigie. Si riusciva a vederlo distintamente. Si chinava a raccogliere le valigie dal foro della ciminiera e le lanciava verso la collina. Senza una pausa.

Jack disse: “Sai quella storia di Logan, Ernie? Ho parlato col fratello, ieri sera. Mi stava dicendo che Logan viene la settimana prossima.”

Jack guardò curiosamente i peli sulle braccia di Ernie. Ernie non era peculiarmente peloso. Non più della media, almeno. Però aveva la pelle molto chiara e i peli sembravano sempre accuratamente pettinati.

“Cosa vuol dire la settimana prossima?” disse Ernie.

“Può darsi che arriva domenica, può darsi sabato,” disse Jack.

Ernie infilò frettolosamente la camicia sotto i pantaloni.

“È tutta una pagliacciata,” sentenziò Gint.

“Non stare davanti alla porta a quella maniera,” disse Ernie.

“Meglio che andiamo,” disse Jack.

“Meglio che andiamo,” disse Ernie.

I tre uomini uscirono dalla capannina e cominciarono ad attraversare la distesa di binari. Jack continuò a dire di Logan.

Quelli dell’ufficio telegrafico erano fuori. Qualche volta uno di loro mormorava qualcosa e gli altri ridevano sottilmente. Payne, in particolare, stava ghignando. Il ragazzino era particolarmente eccitato dalle circostanze. Era in mezzo all’evento. Supponeva che un giorno, quando sarebbe stato smisuratamente saggio, avrebbe passato il racconto a generazioni più giovani. Anfiteatri di marmocchi lo avrebbero ascoltato con gli occhi tondi.

Un dottore marciò frettolosamente sotto un’immensa parete senza finestre. Un guardiano della portineria aveva la pretesa di fargli da guida.

Spesso il guardiano diceva: “Da questa, doc.”

Sotto le ciminiere c’era Malcolm Dawes e il poliziotto. I tre operai erano per conto loro, poco distanti, in allerta.

Quella mattina presto uno di loro era salito agli uffici. Gli altri lo avevano mandato di sopra carico di una missiva. “Dicci che quell’imbecille del fratello se n’è salito sulla ceminera.”

“Eravamo io e Tennyson da basso e Patterson stava salendo con la puleggia come ogni giorno e a un certo punto c’era questa persona alla fine che all’inizio dice che non si vedeva bene,” aveva detto l’operaio. Malcolm Dawes aveva esclamato: “Mio fratello sulla ciminiera?” L’operaio era andato nel pallone. “Più o meno,” aveva detto.

Malcolm Dawes si era affacciato alla finestra dell’ufficio. Sotto c’erano due uomini e una puleggia e per terra c’erano grandi ciambelle di corda. Più in là c’erano pile di mattoni rossi. In alto, dalle parti delle nuvole, c’era suo fratello Edgar.

Malcolm Dawes era sceso per le scale, imprecando regolarmente.

Ai piedi delle scale aveva incontrato Nat Hartley. Forse c’era qualche problema con una ciminiera, aveva detto Malcolm Dawes, di sfuggita.

Hartley era ai piedi delle scale da dieci minuti. Prima era stato da qualche parte nella fabbrica. Gli piaceva guardare. La fabbrica era così eterogenea. Malcolm Dawes non aveva detto cosa era successo. Era stato vago, oppure aveva detto una frottola. In pratica, aveva fatto capire di non sapere esattamente. Nat Hartley era entrato in uno stato di eccitazione. Non era mai stato in una fabbrica con un problema.

Ovviamente, Hartley era ansioso di andare con Malcolm Dawes. Aveva detto che voleva vedere.

I tre uomini sotto la ciminiera erano un minuscolo gruppo riflessivo. Per qualche tempo, il poliziotto aveva rivolto loro domande strane. Malcolm Dawes aveva pronunciato profanità fino alla prevedibilità. Ad un certo punto, i tre uomini sotto la ciminiera erano andati via dichiarando di avere altro da fare in altri vicinati.

Arrivò il guardiano con il dottore. Poi i tre uomini tornarono riflessivamente sotto la ciminiera.

Malcolm Dawes decise di andare su. Non c’erano scale all’esterno. Per salire si doveva passare da dentro. Non c’era una vera scala, ma semplici sbarre di ferro che facevano una scala.

“Si può sapere che accidenti ti è saltato in testa?” disse Malcolm Dawes.

Edgar Dawes era seduto pacificamente sull’orlo. Stava guardando qualcosa all’orizzonte con gli occhi socchiusi. C’era vento. Non era forte ma soffiava sempre nella stessa direzione e faceva venire le lacrime agli angoli degli occhi, come quando si va in treno con la testa fuori dal finestrino.

“Cosa vuoi dire?”

“Ti sembra che stai facendo una cosa giusta?”

“Cosa c’è che non va, vecchio mio?”

“Sei seduto su una ciminiera.”

“Perché non posso sedermi su una ciminiera? Metà della fabbrica è mia. Prenditi un’altra ciminiera e siediti anche tu, fratello.”

La testa di Malcolm Dawes era appena sopra il bordo della ciminiera. Edgar Dawes era come sedato. Uno poteva vedere che c’era qualcosa nella curva delle spalle che era una particolarità delle persone sedate.

“Sei ubriaco.”

“Sicuro che sono ubriaco, amico. Perché non bevi anche tu e ti siedi qui?”

“Sei ubriaco,” dichiarò Malcolm Dawes. “Ubriaco marcio.”

Dalle altre ciminiere usciva fumo a gomene. Davanti c’era un orizzonte con alcune montagne. Dietro c’era un altro orizzonte con altre montagne. Le gomene stavano andando nell’orizzonte. Edgar Dawes era seduto sul bordo dalla ciminiera. Le sue gambe pendevano sul vuoto. Si sentiva un monaco geniale incompreso. Era felice. Dalle parti dell’orizzonte c’era un po’ di aria grigia, come nelle mattine estive.

“Sta soffiando bene,” disse il dottore.

“Soffia sempre a quella maniera quando soffia,” disse il primo dei tre operai.

Nascosti tra l’erba c’erano cinque cunicoli. Cominciavano da qualche parte sotto la fabbrica e finivano sotto le ciminiere, a ventaglio.

“Il fumo passa dentro quei cosi?” chiese il poliziotto.

“Passa lì dentro,” disse il primo operaio. “Passa lì dentro e poi sale su.”

“Come fa a salire?”

“Dentro c’è le pompe,” disse il secondo operaio.

“Non sapevo che c’erano pompe per il fumo.”

“Sì, ci sono,” disse il primo operaio. “E anche molto grandi.”

Il terzo operaio aveva la testa china di lato e le braccia incrociate sul petto. A volte si voltava lentamente e guardava il poliziotto, il dottore e Nat Hartley, in successione. Non guardava mai in alto. Non disse mai niente.

“Ce n’è una giusto giusto dietro quel muro,” disse il secondo operaio.

Il poliziotto e il dottore si voltarono e guardarono il muro.

“Ce n’è anche un’altra più in dietro,” disse il primo operaio. “Sopra alle caldaie.”

“Lavorate anche alle pompe?” chiese il poliziotto.

“No. Mai.”

Gli operai si guardarono e sorrisero.

“Perché ridete?”

“Niente.”

Il poliziotto osservò i cunicoli che arrivavano sotto le ciminiere. Poi osservò le ciminiere fino alla cima. In alto c’era il nome dei Dawes, un po’ di fumo che usciva e le spalle di Edgar Dawes con la testa in avanti.

“Allora noi andiamo via,” dissero gli operai, e toccarono l’orlo della visiera. I tre operai scomparirono gradualmente nella penombra della fabbrica.

Il dottore e il poliziotto li seguirono con gli occhi mentre scomparivano. Il poliziotto mise le mani dietro la schiena e fece due passi in una direzione qualunque.

Malcolm Dawes uscì dalla ciminiera. “Quell’asino,” disse.

Alle undici il dottore disse che sarebbe andato a fare una visita.

Poi il poliziotto andò.

Improvvisamente, maledizioni febbrili cominciarono a precipitare dall’alto a palate. Venivano giù come aghi e, sebbene ci fosse accordo generale sul significato, la loro forma era confusa. Spesso il vento strappava via stringhe di vocaboli e li seminava freneticamente a manciate oltre la collina. Quello che restava sembrava acquisire ferocia peculiare, volava implacabilmente sulle teste alla maniera di dardi nella guerra del Peloponneso.

Edgar si era seduto sul bordo del foro. Quelli in basso dovevano fare grandi esercizi per guardarlo. Era come ammirare un fenomeno che agonizza con la testa inserita tra i piedi. Apparentemente, questa posizione gli era necessaria per spargere meglio il suo vangelo avvelenato. Era come se le imprecazioni passassero tra le sue gambe. Ovviamente si sentiva un fenomeno di predicatore.

La testa peculiarmente in avanti, come se l’olio bollente che Edgar rilasciava con accanimento burocratico potesse scivolare sulla nuca, Nat Hartley riparò silenziosamente sotto la protezione insignificante di una sporgenza di legno. La sua idea era di guadagnare immunità improvvisa, come quelli che si rinchiudono in cantina durante un uragano.

Per tutto il tempo, Malcolm Dawes andò su e giù tra le cinque ciminiere.

Di colpo scoppiò a ridere. I suoi occhi denunciavano ad un tempo costernazione, ironia e mero furore. “Quell’asino!” disse, e per tutto il tempo continuò a dire, semplicemente, “Quell’asino!” senza altre nozioni. È probabile che Nat Hartley non lo sentisse. Apparentemente, Hartley era stato preso da un interesse improvviso per un cartello sopra uno strano macchinario rosso. Passò molto tempo a decifrarlo.

Più tardi, durante un’improvvisa restaurazione della pace, arrivò un altro poliziotto.

Per qualche tempo questo poliziotto riempì Malcolm di domande e una volta entrò nella ciminiera, per vedere. Poi uscì e fece altre domande. Tirò fuori un taccuino e segnò l’altezza esatta della ciminiera.

“A cosa serve?” chiese Malcolm Dawes.

“Niente. Prendo informazioni.” Si guardò attorno. “Questo signore?”

“Un amico.”

Il poliziotto si avvicinò a Hartley. Fece molte domande molto in fretta, freddamente, alla maniera delle autorità. Hartley rispose e guardò il cartello sopra il macchinario per tutto il tempo. Il poliziotto appuntò dei geroglifici sul taccuino.

Malcolm Dawes si avvicinò, le mani sui fianchi.

“Cosa vuol dire?”

“Niente. Solo informazioni.”

“Non è che poi ci sono problemi?”

“Niente problemi. Solo informazioni.”

Quella sera il primo poliziotto e il dottore tornarono nella fabbrica dei Dawes e Malcolm Dawes annunciò che presto sarebbe salito sulla ciminiera per buttare giù suo fratello. Gli altri lo guardarono con terrore. Il dottore afferrò la sua camicia all’altezza del gomito e per alcuni minuti non lo mollò e gli andò dietro puerilmente. Malcolm Dawes imprecò direttamente al cielo. Disse che se suo fratello si fosse buttato il fatto sarebbe stato un balsamo per l’umanità. I tre operai, che si erano affacciati per dire che il loro turno era finito, tornarono dentro con le mani sepolte nelle tasche.

Finalmente Malcolm Dawes si sedette su una ciambella di corda e grugnì intensamente.

Nat Hartley prese ad allacciarsi una scarpa per un tempo infinito.

“Forse vuoi andare da un’altra parte, Nat,” disse Malcolm Dawes, improvvisamente paterno. “Sta arrivando questo sole.”

Nat Hartley scrollò le spalle. Disse, come se fosse un privilegio eroico: “Oh, se è per quello non mi dà fastidio.”

Il dottore e il poliziotto camminarono avanti e indietro tra due ciminiere, filosoficamente, le mani dietro la schiena, negli occhi l’aria triste di galeotti nell’ora d’aria. Ad un certo punto annunciarono che probabilmente sarebbero andati via. Erano divenuti impazienti. C’erano luoghi che attendevano, spiegarono.

Il cielo divenne regolarmente viola. All’orizzonte c’erano lunghe nuvole, e stavano avanzando. Non c’era tanto caldo.

Il poliziotto sollevò il cappello. “Bè, allora noi andiamo.”

“Noi andiamo,” disse il dottore.

“Sì, è meglio,” grugnì Malcolm Dawes.

“Se dovesse capitare qualcosa…” cominciò il dottore.

“Se per caso serve aiuto…” cominciò il poliziotto.

Malcolm Dawes guardò la punta della ciminiera. “No, non servirà nulla.”

“Appunto,” disse il poliziotto, e sorrise.

“Speriamo bene,” disse il dottore. Sospirò.

Andarono.

“Volevo dirvi grazie,” urlò Malcolm Dawes.

Il poliziotto e il dottore si voltarono di scatto.

“Si figuri,” disse il dottore.

“Nostro dovere,” disse il poliziotto.

“Mi dispiace,” disse Malcolm Dawes.

“Di che?”

“Buon Dio, le dispiace cosa?”

“Sul serio.”

“Io non vedo perché deve dispiacersi.”

“Il fatto è che io… non so… è che…”

“Ooh, andiamo.”

“Ooh, andiamo, Dawes.”

“Non ci sono problemi, allora. Vero che non ci sono?”

“Oh no. Nessun problema.”

“Stia tranquillo, Dawes.”

Annunci

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...