Il Disastroso Manifesto di Parkland

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Di Jane Louise

Sabato 24 marzo gli studenti della scuola di Parkland sopravvissuti alla strage hanno guidato migliaia di persone in una “Marcia per la Nostra Vita” contro la violenza armata. Il giorno prima avevano pubblicato un loro “manifesto”, un elenco di richieste intese a prevenire future violenze. La violenza atterrisce, e vivere una di queste stragi scolastiche lascia un trauma che pochi di noi possono capire. Detto ciò, un elenco di proposte dettate dalla paura, scritte senza considerare attentamente le conseguenze indesiderate, serve solo a menare il can per l’aia. Questi i problemi insiti nelle proposte avanzate dagli studenti di Parkland:

Bandire le armi semiautomatiche ad alta velocità.

“I civili non dovrebbero maneggiare armi riservate ai militari. È un’applicazione sbagliatissima del secondo emendamento.”

Domanda: perché i militari dovrebbero avere un accesso privilegiato a queste armi? Il “diritto di vivere” non si applica anche agli innumerevoli civili uccisi dai militari americani in Medio Oriente?

A parte la violenza di militari, poi, lo scritto dimostra una fondamentale ignoranza dei fini del secondo emendamento, che erano la difesa dagli abusi del governo, questione immanente e rilevante dei primi rivoluzionari. Se volete vivere in una società in cui i cittadini sono ancora più disarmati di fronte ai militari, incapaci di contrastare gli abusi dello stato, allora chiedete l’abrogazione del secondo emendamento. Ma sappiate che questo è un paese con un presidente con simpatie fasciste, che elogia i dittatori e che vorrebbe disfarsi dei limiti al mandato.

A parte i suicidi, gran parte dei conflitti a fuoco sono legati alle bande e alla droga ed avvengono con pistole. Per ridurre efficacemente questi conflitti basterebbe eliminare la guerra alla droga. Il bando delle armi d’assalto è una riforma sostanzialmente inutile mirata a colpire una piccolissima percentuale della violenza (le stragi), che contrariamente a quello che si crede non rappresentano un’epidemia.

Registrare la vendita delle armi e fare controlli sulla persona.

“Così come il dipartimento automobilistico ha un registro delle targhe e dei proprietari di auto, anche il Dipartimento della Difesa dovrebbe avere un registro con le matricole delle armi e i nomi dei proprietari. I dati dovrebbero essere accoppiati a… quelli sulla salute mentale e l’idoneità fisica dei proprietari della armi.”

Questi studenti vogliono che lo stato istituisca un registro con dati sulla salute mentale e l’idoneità fisica di chi possiede un’arma. Lasciamo perdere gli errori concettuali, si tratta di un’invasione della privacy che puzza di abilismo. Il registro automobilistico, pur invadente, non contiene informazioni sulla salute mentale e l’idoneità fisica del guidatore, e non è gestito da un dipartimento del regime di Trump. La possibilità di abusi sarebbe terrificante.

Cambiare le leggi sulla privacy così che gli operatori di salute mentale possano fare segnalazioni alla polizia.

Questa è forse la parte più orribile del manifesto. Chi si occupa di salute mentale già oggi è tenuto a segnalare alla polizia quelle persone che potrebbero essere un pericolo per se stesse o per gli altri. Detto questo, i termini salute mentale e polizia non dovrebbero stare nella stessa frase, una loro combinazione produce generalmente la morte. Come mi è capitato di scrivere altrove, è molto più probabile che una persona con problemi psichici sia vittima, non autore, di un crimine. Ogni anno, una persona neurodivergente su quattro subisce violenza sessuale, fisica o domestica. Circa metà delle persone uccise dalla polizia tra il 1980 e il 2008 aveva problemi mentali. Favorire l’accesso della polizia ai registri delle malattie mentali significa mettere il poliziotto al posto del medico e scoraggiare chi cerca un aiuto. Le leggi sulla privacy servono a rendere sicure le persone che cercano aiuto in un mondo in cui i problemi mentali sono ancora fortemente stigmatizzati: eliminarle produrrebbe l’effetto contrario.

Innalzare l’età per il porto d’armi a 21 anni.

“Ad eccezione dei militari, l’età per il porto d’armi deve essere innalzata a 21 anni.”

Ancora eccezioni per i militari. Con il limite d’età si vorrebbe impedire agli studenti delle superiori di acquistare armi. Ma se un diciottenne è considerato moralmente capace di scegliere di fare il sicario per lo stato, perché non dovrebbe avere il diritto di usare le armi per difendersi? Se la “Marcia per la Nostra Vita” vuole essere davvero contro la violenza armata, il manifesto non dovrebbe accettare neanche la violenza dei militari, la più dilagante e taciuta tra le violenze.

Aumentare i fondi per la sicurezza nelle scuole.

Se parliamo della paura di essere uccisi a scuola, parliamo dei ragazzi neri che già ora vivono nella paura relativa di finire sotto il fuoco della polizia? Dall’inizio di quest’anno la polizia ha fatto molte più vittime delle stragi. Come fanno a chiedere più polizia nelle scuole per sentirsi più sicuri, e allo stesso tempo sostenere di tenere alla vita dei neri? Questo è parlare da bianchi privilegiati.

In questo senso, il controllo delle armi ha un passato e un presente razzista. Come tutte le leggi riguardanti i crimini senza vittime, le attuali leggi sul porto d’armi sono applicate con molta più severità contro le persone di colore. Più leggi significa più galera, più perquisizioni, più incursioni della polizia, cose che colpiscono relativamente molto di più i neri.

Riassumendo.

Le proposte avanzate nel manifesto dei reduci di Parkland sono pericolose e possono generare più violenza di quanta non ne vorrebbero fermare. Queste politiche dettate dall’emozione amplificano e vedono solo le stragi, che sono una frazione piccolissima della violenza armata, il tutto a spese di chi ha problemi mentali, delle persone di colore e di altre categorie emarginate. Non ammettendo la violenza della polizia e dei militari, sbilanciando il rapporto tra stato e cittadino, la proposta non elimina la violenza. Tutt’al più gira attorno alla questione. Nel peggiore dei casi, produce più galera, allontana la gente dai terapisti, e rende le scuole meno sicure.

In tempi di paura, tutti sentiamo il bisogno di fare qualcosa. Ma se “fare qualcosa” significa peggiorare le cose, allora è meglio non fare nulla.

Traduzione di Enrico Sanna

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