La Donna Subordinata

Denkmal für Roswitha von Gandersheim in Bad Gandersheim

Di Jacques le Goff

“La donna è debole,” osserva Lidegarda di Bingen nel XII secolo, “vede nell’uomo quanto a lei può conferire forza al pari della luna che riceve la sua forza dal sole. È questo il motivo per cui è sottomessa all’uomo, e deve sempre essere pronta a servirlo.”

 

Seconda e secondaria, la donna non è né elemento equilibratore né fattore di compiutezza dell’uomo. In un mondo fatto di ordine e di uomini, necessariamente gerarchizzato, “l’uomo è in alto, la donna in basso,” scrive Christiane Klapisch-Zuberl.

Il corpus dell’interpretazione dei testi biblici del Padri della Chiesa dei secoli IV e V (Ambrogio, Girolamo, Giovanni Crisostomo e Agostino) è costantemente ripreso e riproposto durante il Medioevo. Così la prima versione della Creazione presente nella Bibbia viene tralasciata a profitto della seconda, più sfavorevole alla donna. Al Dio che creò “l’uomo a sua immagine”, cioè “maschio e femmina” (Genesi, I, 26-27), i Padri e gli ecclesiastici preferiscono la versione di Eva plasmata da Dio servendosi di una costola di Adamo (Genesi II, 21-24). Dalla creazione dei corpi scaturisce quindi l’originaria ineguaglianza della donna. Una parte della teologia medievale segue le orme di Agostino, che fa risalire la sottomissione della donna a un momento precedente la Caduta.

L’umano è quindi scisso in due: la parte superiore (la ragione e lo spirito) sul versante maschile, la parte inferiore (il corpo, la carne), su quello femminile. Le confessioni di Agostino sono la narrazione di una conversione, attraverso la quale il futuro vescovo di Ippona racconta anche come la donna in genere – e la sua in particolare – abbia costituito un ostacolo alla sua nuova vita di uomo di Chiesa.

Otto secoli dopo, Tommaso d’Aquino (ca. 1224-’71) si discosterà in parte dal sentiero tracciato da Agostino senza tuttavia far rientrare la donna in una prospettiva di libertà e di eguaglianza. Imbevuto del pensiero di Aristotele (384-322 a.C.), per cui “l’anima è la forma del corpo”, Tommaso d’Aquino respinge e confuta l’argomento agostiniano dei due livelli di creazione. Animo e corpo, uomo e donna sono stati creati contemporaneamente. Il maschile e il femminile sono dunque ambedue sede dell’anima divina. Tuttavia, l’uomo dà prova di maggior acutezza d’intelletto. E il suo seme è il solo che, al momento della copulazione, perpetua il genere umano e riceve la benedizione divina. L’imperfezione del corpo della donna, presente nell’opera di Aristotele e in quella del suo lettore medievale Tommaso d’Aquino, spiega le radici ideologiche dell’infermità femminile, che, da originaria, diviene naturale e corporea.

Tommaso d’Aquino preserva ad ogni modo un’uguaglianza teorica tra uomo e donna, facendo notare che se Dio avesse voluto fare della donna un essere superiore all’uomo, l’avrebbe creata dalla sua testa, e se avesse deciso di farne un essere inferiore l’avrebbe creata dai piedi. L’ha creata invece dal mezzo del suo corpo per sancire la loro uguaglianza.

Va inoltre sottolineato che la regolamentazione del matrimonio da parte della Chiesa esigerà il mutuo consenso degli sposi e tale prescrizione, anche se non sempre rispettata, segnerà un passo in avanti nella condizione della donna. Così anche se non possiamo dare per certo che il grande slancio del culto mariano abbia provocato di riflesso un avanzamento nella condizione della donna, sicuramente l’esaltazione di una figura femminile divina non può che aver rafforzato in qualche misura la dignità femminile, in particolare quella della madre e, attraverso la figura di sant’Anna, anche quella della donna.

L’influenza di Aristotele sui teologi del Medioevo non giova alla condizione femminile. Sulla sua scia, la donna viene considerata un “maschio mancato”. La sua debolezza fisica ha “effetti diretti sul suo intendimento e la sua volontà”, e “spiega l’intemperanza che contraddistingue il suo comportamento; influisce sulla sua anima a sulla sua capacità di elevarsi alla comprensione del divino”, scrive Christiane Klapisch-Zuber.

Di conseguenza, l’uomo sarà la guida della donna peccatrice. E le donne, le grandi mute della storia, oscilleranno tra “Eva e Maria, peccatrice e redentrice, megera coniugale e dama cortese”.

La donna sconterà sulla propria pelle il gioco di destrezza dei teologi che hanno trasformato il peccato originale in peccato sessuale. Pallido riflesso degli uomini, al punto che Tommaso d’Aquino, che talvolta si adegua al pensiero corrente, dirà che “l’immagine di Dio è presente nell’uomo in maniera dissimile che nella donna”, essa viene addirittura sottratta alla propria natura biologica, poiché l’incultura scientifica dell’epoca ignora l’esistenza dell’ovulazione, e quindi la fecondazione è attribuita esclusivamente al sesso maschile.

“Questo Medioevo,” scrive George Duby, “è decisamente maschio. Perché tutte le parole che mi giungono e mi forniscono indicazioni provengono da uomini, convinti della superiorità del loro sesso. Sento solo le loro voci. Tuttavia li ascolto qui mentre parlano principalmente del loro desiderio, e di conseguenza delle donne. Hanno paura di loro e per darsi coraggio le disprezzano.” I “favori” che l’uomo tributa alla donna, brava sposa e brava madre, assomigliano talvolta a delle crudeltà, stando almeno al vocabolario in uso tra gli operai e gli artigiani del Quattrocento, che usano termini come “cavalcare”, “giostrare”, “arare”, “strigliare”, “picchiare”, “colpire” le donne. “L’uomo va a donne come va di corpo: per soddisfare un bisogno,” riassume Jacques Rossiaud.

Parallelamente, i confessori tentano di tenere a freno le pulsioni maschili attraverso i divieti, ma anche controllando la prostituzione nei luoghi di sfogo: i bordelli e i bagni pubblici.

Le meretrici, la cui “condizione è turpe” e “non quello che guadagnano,” scrive Tommaso d’Aquino, sono quindi presenti nei grandi e piccoli bordelli, comunali o privati, nei bagni e in altri lupanari, giunte dal circondario in città, ove esercitano “il mestiere più antico del mondo”, spesso dopo essere state violentate da bande di giovinastri che, a loro volta, cercano di esercitare e stimolare la propria virilità. Relegate, ma allo stesso tempo regolatrici della società, le prostitute sperimentano sul proprio corpo le tensioni della società medievale.

Estratto da: Jacques le Goff, Il corpo nel Medioevo.

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