La Società delle Società

romanico

Di Gustav Landauer

La priorità sociale del medioevo non era lo stato ma la società o, per essere esatti, la società delle società. Cosa era ad unire tutte queste molteplici forme sociali, che permettevano di ascendere a forme unitarie più alte senza però cedere all’uniformità? Cosa era a permettere loro di formare istituzioni sociali senza un dominio gerarchico? Era lo spirito che proveniva dagli individui, il loro carattere, la loro anima. Era lo spirito che riempiva le forme sociali, e che da qui tornava all’individuo con maggiore energia.

È dall’arte che possiamo capire se un determinato periodo corrisponde ad un picco culturale. Durante la fioritura culturale, le arti sono comuni, non individuali: si riuniscono attorno ad un centro, non sono isolate. Rappresentano l’epoca e il suo popolo. In tempi di dissoluzione e transizione, al contrario, le arti sono il prodotto di geni solitari, che gravitano verso il futuro ed un popolo segreto, inesistente.

L’arte classica greca segna un simile picco culturale. Così anche l’arte cristiana. Nel medioevo, scultura e pittura erano legate direttamente all’architettura (Baukunst), riflettevano le aspirazioni e la ricchezza dei tempi. Al contrario di queste opere d’arte “complete” (perlopiù anonime), le opere dei nostri tempi riflettono la volontà di certi individui di fuggire la nostra epoca. Se l’arte cristiana degli edifici rappresentava l’edificazione della società e un popolo unito e dotato di spirito, la nostra epoca è rappresentata dalla più individualistica, la più malinconica, la più triste tra le arti: la musica. La musica è il simbolo di un popolo oppresso, della sconfitta comune, di una grandezza ridotta a pochi individui. In un contesto completamente diverso, l’architettura è stata definita musica congelata. In verità, è la musica ad essere architettura (Baukunst) sciolta, dissolta, fusa e individualizzata. L’architettura rappresenta una realtà. La musica è l’aspirazione ad una realtà. La musica è il rifugio di chi non ha casa. L’epitome dei nostri tempi è Münchhausen, un uomo che sostituisce la fantasia con la realtà, un uomo solo. Quando Münchhausen crea una fabbrica usando mattoni d’aria, fa quello che fa la musica: la musica, come l’architettura, costruisce magnifici edifici e archi; usando l’aria, non mattoni.

Durante l’era cristiana, scultura e pittura erano inseparabili dall’architettura, le chiese, i municipi, le piazze, le vie, i luoghi d’incontro pubblici e privati: rappresentavano la società, lo spirito comune di un popolo molteplice. In seguito, pittura e scultura si separarono dagli edifici e divennero espressione del genio individuale. Agli inizi continuarono ad abbellire i luoghi dell’alta società, della ricca borghesia, dei principi, delle corti e degli aristocratici. Oggi l’arte è separata dall’esistenza delle persone. Pittura e scultura sono autoreferenziali. Le loro espressioni sono come poesie scritte per far piacere solo al poeta. Le opere d’arte non tengono più conto di altri beneficiari. Rappresentano se stesse, non le persone per cui sono create. Nelle epoche di massima espressione culturale, chi dava e chi prendeva, l’artista e il pubblico, erano un tutt’uno (benché il genio produttivo anche in queste epoche fosse riservato a pochi eletti). Ai tempi nostri, al contrario, l’arte non ha più un suo posto nella società. Perciò è stato creato uno spazio apposito: il museo.

Lo stesso vale per la poesia. Durante l’era cristiana, la poesia si trovava ovunque ci fosse un ritrovo di persone: nelle chiese, nei consigli cittadini, nelle riunioni, nelle assemblee all’aperto, sui campi di battaglia, al lavoro, nei castelli dei cavalieri, e nei palazzi dei principi. Oggi il luogo della poesia è diventato il luogo della solitudine: il libro. Quando le persone fanno esperienza poetica comune, si riuniscono appositamente, assistono alle letture dell’autore e altro simile. Se vita e poesia erano una sola cosa, oggi la vita è esclusa dall’esperienza poetica e una strana figura prende il suo posto: il poeta.

Con il dramma le cose erano un po’ diverse, anche se ciò che si è detto delle altre arti, in particolare la poesia, vale anche qui: la rappresentazione pubblica del mistero cristiano metteva in comunicazione la festa con il rituale teatrale. Il dramma non raggiunse mai il picco durante il medioevo, ma solo dopo che il medioevo aveva ceduto il testimone, in Inghilterra, ad una società peculiare aristocratico-borghese. Shakespeare deve la sua grandezza, il suo ruolo unico e straordinario, al fatto di stare contemporaneamente dalle due parti: pur essendo già un genio individuale e solitario, rappresenta ancora il popolo e la vita pubblica. In una posizione simile troviamo soltanto un altro artista: Johann Sebastian Bach. La sua musica è come una corona che fluttua al di sopra dell’umanità; ma solo perché la struttura su cui è stata edificata non c’è più.

Se si vuole capire il legame tra l’arte e la vita di tutti i giorni del popolo, basta riflettere su queste parole formulate ad un consiglio comunale della Firenze medievale: “La comunità non deve interessarsi ad impresa alcuna che non sia quella che viene dal suo cuore, un cuore formato dal cuore di tutti i suoi fedeli uniti da una volontà comune.”

Furono sentimenti simili a portare a noi le grandi opere dell’arte cristiana (dovremmo chiamarla arte cristiana, arte gotica non ha senso) e della società cristiana. Una descrizione fisica e meccanica della struttura di una cattedrale può fornire un’immagine simbolica della società cristiana. L’inglese Willis, in appendice alla History of the Inductive Sciences di Whewells, scrive:

“Una nuova tecnica decorativa giunse a maturazione, non con la costrizione e il controllo, ma assistita e armonizzata dalla costruzione meccanica. Tutti gli ornamenti furono incorporati nella parte costruttiva generale. Ogni parte, quasi ogni particolare, contribuiva a sostenere il peso; e con tutto l’insieme dei puntelli che si reggevano tra loro, e la conseguente suddivisione del peso, l’occhio poteva vedere la stabilità dell’insieme nonostante la forma curiosamente snella delle singole parti.”

Willis cerca soltanto di spiegare l’essenza dello stile architettonico cristiano. Ma lo descrive bene, e dato che gli edifici sono il riassunto, il simbolo della società di allora, senza volerlo descrive tutta la società: libertà e costrizione; e una moltitudine di pilastri.

Individui veramente isolati non sono mai esistiti. La società precede l’individuo. Gli individui isolati e atomizzati sono il risultato di un crollo culturale, del decadimento e della transizione; sono persone abbandonate che non sanno qual è il loro posto. Chi nasceva nell’era cristiana non era solo parte di una vaga alleanza sociale o della famiglia. Era anche parte di gruppi e unioni che in parte si sovrapponevano pur restando indipendenti. Chi viveva in città faceva parte della comunità della propria strada o vicolo, o del vicinato, o di tutta la città. Gli alimenti che arrivavano dal contado – o da più lontano, soprattutto sale e grano – erano amministrati dagli acquirenti della città e dalle regole del mercato, che rendevano impossibile la speculazione e i prezzi selvaggi. Gli artigiani erano organizzati in corporazioni, che acquistavano le risorse usate in comune. Spesso anche i prodotti erano venduti in comune. Le corporazioni avevano i loro tribunali, che giudicavano i membri accusati di un crimine. Le corporazioni andavano in guerra insieme ed entravano nel consiglio cittadino insieme. Se qualcuno doveva intraprendere un viaggio in nave, si istituiva un’associazione apposita, come conferma un capitano dell’alleanza anseatica rivolgendosi così ai marinai e ai passeggeri della sua nave: “Poiché ora il nostro destino è nelle mani di Dio e delle onde, tutti siamo uguali. E poiché siamo circondati da tempeste, onde alte, pirati e altri pericoli, dobbiamo mantenere una stretta disciplina, così che il viaggio possa avere buon esito.” Fu eletto un sovrintendente e un giudice, e alla fine del viaggio l’ufficiale disse: “Tutto quello che è avvenuto in questa nave è da considerarsi chiuso e dimenticato; tutto è avvenuto secondo giustizia. Per questo vi chiediamo di dimenticare tutte le ostilità nel nome della giustizia, e di giurare sul pane e il sale che non serberete rancori. Se qualcuno pensa di avere subito ingiustizie, deve rivolgersi all’ufficiale a terra e chiedere un responso prima del tramonto.”

Quando leggiamo rapporti come questo – cronache, sermoni, il Sachsenspiegel e altre fonti di saggezza – capiamo quante delle nostre istituzioni hanno le radici nell’era cristiana. Oggi queste istituzioni sono fredde, morte. Hanno norme scritte senza legami con la nostra vita. Durante l’era cristiana avevano un significato per gli uomini e le loro relazioni, e spesso venivano create per casi specifici. Per questa ragione non avevano significato eterno. Lo spirito crea le leggi. Ma le leggi non hanno il potere di creare, o sostituire, lo spirito.

Lo spirito dell’era cristiana cominciò a scomparire in quel secolo di cui, secondo Hutten, era un piacere vivere perché vedeva il risveglio dello spirito individuale. La cristianità perse il suo legame immediato con la vita delle persone. Divenne una scuola, una fede, perché non era più credibile. Ci si attaccava alle lettere perché lo spirito era svanito. Finché lo spirito è vivo, una tradizione non ha bisogno di lettere. È tenuta in vita dallo spirito, una forza vitale condivisa da tutti. Quando questo si perde, ecco che arriva il genio individuale, quello che avanza tra i secoli sentendosi a disagio, come uno straniero, con il cappotto piegato sul braccio. Non è socievole, sicuro di sé, versatile, ma è piuttosto un uomo senza radici, solitario, monodimensionale, perso e confuso. Come Lutero, un uomo odioso, debole, patetico, incompetente su tutto ciò che atteneva la comunità e la società. L’era dell’individualismo si presenta in due forme: i grandi individui, e le masse atomizzate a abbandonate.

Da: Gustav Landauer, Die Revolution. Traduzione di Enrico Sanna.

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