Paciomoto

dipinto

Di Enrico Sanna

Brano estratto da Robertson, in vendita su Amazon a 3 euro (versione kindle) e 8 euro (versione a stampa).

“Signore santo!” urlò la signora Lauben.

Il piccolo dei Lauben entrò trionfalmente nella casa e ululò al mondo la sua gioia. Tirava dietro a sé una tavola che fino a qualche tempo prima aveva preso parte alla composizione del vecchio fienile dei Lauben. Era chiaramente orgoglioso del ritrovamento. La sua intenzione, questo era evidente, era di presentarlo al resto della compagnia. Aveva pensato di esporlo da qualche parte. Di celebrarlo, magari.

È incredibile come la felicità si nasconda spesso in quelle cose semplici e umili che le persone ordinarie considerano una vergogna da nascondere.

“Iiih!” disse la signora Lauben.

“Oh, il nostro piccolo!” disse Lauben.

“Dio che pessste!” disse la signora Lauben.

Il piccolo marciò incurante dei lampi. Curiosi fiotti di broda scura gorgogliavano fuori dalle scarpette.

Va da sé che, con affetto infinito sia ben inteso, la signora aveva calpestato l’animo di seta di una porzione scarsa ma sensibile del genere umano. Avrebbe potuto invitare il piccolo ad una discussione franca sui germi, ma non le riusciva spontaneo. Il suo spirito la portava a schizzare tra estremi senza soffermarsi sulle sfumature. Prese l’ago che pendeva dalla camicia di Lauben e pugnalò il puntaspilli come se fosse la serpe della discordia.

Lauben le concesse uno sguardo che significava mistero e tediosa abitudine.

“Vieni qua subito che ti lavo!” ordinò la signora Lauben. “Che brrrutto! Va’ là che sembri un scarrracoso! Sembri un scarrrafaggio, sembri! Un rrragno! Uno di quei cosi che fanno tutto così che… Oh! Oh!”

Il piccolo volò tra le braccia di Lauben.

“Oh, il piccolo nostro!” Lauben, estatico, un’unica cosa con il suo piccolo. “Il nostro sbrodolone. Lo scarabattolino di casa.”

La signora Lauben andò a prendere uno straccio e un lavamano d’acqua. Il più grande che esistesse al mondo. Una fontana delle fiabe, dai poteri salvifici.

“Vedi un po’ che se ti vedono ti mangiano i ragni,” disse. “I rrragni ti mangiano. Ti mangiano tutto. Bleh!”

Lauben menò il piccolo a mezz’aria. Fiotti di broda mitragliarono il centrotavola, il tappeto, il gatto di ceramica sulla mensola del caminetto.

“Vero che sei lo scarabattolino, sbrodolone di casa?”

“Paciomoto,” disse il piccolo, orgogliosamente.

“Pociamoto. Vero che sei pociamoto, eh?”

“Paciomoto.”

“Sì, paciomoto. Paciomoto.” Lungi da Lauben l’idea di contrariare il piccolo di casa. “Ha detto paciomoto, ha detto. Sentito che ha detto…”

“Ti venga un colpo,” commentò la signora Lauben. Prese il piccolo, lo portò di là nell’altra stanza, lontano dai centrotavola, dai gatti, dai tappeti. Voleva candeggiarlo, immergerlo nell’acqua santa. “A te e a questo pisciamoto qua.”

footer_rob-e1466442074244Lauben tornò di fuori. Esibì la sua camicia bianca, orba di due bottoni, gonfia d’aria, gagliarda come un galeone. Le bretelle gli andavano liberamente giù di dietro, dritte sui calcagni, come una coda biforcuta.

Liddell e il figlio del nostromo si stavano dando da fare, operosi come castori, ad uno sputo dal cielo. Liddell appoggiò una tavola ad una trave, andò sulle ginocchia, guardò la tavola e la trave assieme, mise l’unghia del pollice sulla tavola.

“Vai,” disse, mise la tavola davanti al figlio del nostromo, il pollice fisso sulla tavola.

Il figlio del nostromo strizzò un occhio. “Ce l’ho,” disse. Andò con la sega.

Liddell andò a prendere un’altra tavola da appoggiare alla trave di prima. Andavano avanti così da dieci minuti.

“Poi ce le mettiamo qua sotto,” spiegò il figlio del nostromo a Lauben.

Lauben guardò in alto come un ebete.

“Ho detto che queste vanno qua sotto,” urlò il figlio del nostromo, tanto che l’ugola gli scivolò in falsetto. “Ce le mettiamo qua sotto. Tirano su il coso del centro.”

“Sordo come una pera,” disse Liddell.

“C’erano mica prima, eh,” strillò il figlio del nostromo che sembrava una lavandaia. “Mirac… Miracolo che non c’è venuta giù la roba sulla coccia.”

“Vai a strozzarti, vai.”

“Va’ là.”

“Ancora un po’ e ci sputavi il polmone di sotto.”

“Poteva anche venirsene su.”

Liddell andò all’estremità del fienile, sul lato più vicino alla casa. Urlò:

“Magari visto da quassù si capisce meglio.”

Lauben andò di sopra. La scala cricchiò. Non aveva mai cricchiato con Liddell. Non aveva mai cricchiato neanche con il figlio del nostromo. Si fermò, afferrò un piolo e diede una scossa. Si guardò i piedi.

“È bella ferma come un bullone,” disse Liddell. “L’abbiamo legata qua con due giri.”

Lauben guardò in alto e non vide i due giri. Solo Liddell e la sua faccia enorme.

La scala faceva la pancia. Non aveva mai fatto la pancia con Liddell. Neanche con il figlio del nostromo. Ma la cosa strana è che neanche un minuto più tardi Lauben si ritrovò di sopra. C’era vento.

“Poi… diamo qua… così no… assa… ento,” disse il figlio del nostromo. Sorrise. Sorrideva sempre.

Il vento prendeva le parole dalle labbra e le distribuiva sul paesaggio. Che paesaggio! Immenso! Lauben non aveva mai capito quanto era grande. E sì che era lì da una vita.

“Mani… gari… assa,” disse Liddell.

Il figlio del nostromo guardò il cielo, fece un grande sì con la testa.

“Sicu… mani tutto… ssato,” disse e cacciò le parole fuori dalla bocca con quel suo solito ottimismo allegro. “Sem… sì. Pass… ue… ni… poi ti ve… assa. Com’è… non è, ti giri… ssato. Pre… sì questo pata… ento.”

“Oh… gari anche… ima,” precisò Liddell. “Sennò… vediamo che non… anto… mani ci… minciamo a… di sotto.”

Il figlio del nostromo fece un altro grande sì con la testa. Andò molto vicino a Lauben, parlò così vicino che a Lauben sembrò di averlo sotto le coperte.

“Prima ci facciamo questa roba della soletta e meglio è,” disse. “Si sa mai che uno guarda le signorine che passano di sotto, mette il piede dove gli gira e, pumfete, va di giù. E buonanotte al fischio.”

Non c’era la soletta. Stavano camminando su quattro tavole appoggiate qua e là, ma non c’era soletta.

“Te… retta… more,” disse Liddell.

Il figlio del nostromo scoppiò a ridere. Rise e scosse la testa. Si girò verso Lauben.

“È proprio un matto,” disse. Gli rimase il sorriso attaccato alle labbra per molto tempo.

All’improvviso, Lauben si ritrovò di sotto, neanche lui riuscì mai a capire come. Liddell e il figlio del nostromo legarono ogni cosa e scesero anche loro.

Il piccolo dei Lauben tornò di fuori. Un bimbo purificato nell’estetica. Un bimbo nuovo. La signora Lauben si piazzò nel rettangolo della porta, immobile, un soldato nella sua garitta.

“Tu prova un po’ a inzozzarti nuovamente e vedi,” disse.

“Bè, allora noi andiamo,” disse Liddell.

“Va bene,” disse Lauben.

“Domani alle otto,” disse il figlio del nostromo.

“Alle otto,” disse Lauben.

“Anche prima,” disse Liddell.

“Anche prima, va bene,” disse Lauben.

I due si allontanarono. Il figlio del nostromo camminò con le mani in tasca. Liddell fischiò un motivetto.

Anche il vento fischiò. Fischiò sulla fattoria. Fischiò sulle rovine del vecchio fienile dei Lauben. Un’ala grigia e morbida si elevò al firmamento. Girò e girò come un immenso cavatappi mistico. Andò ad annunciare al mondo la sciagura dei Lauben.

Liddell smise di fischiare e si voltò verso il figlio del nostromo. Disse:

“L’ho mica capita, sai, quella storia del legno che suona.”

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