Come Nascono le Streghe

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Di Franco Cardini. Originale pubblicato su europaquotidiano.it il 27 giugno 2012.

Esistono molte “storie della stregoneria”: qualcuna ormai classica, come il celebre saggio di Jules Michelet, e molte anche recenti se non addirittura recentissime. Esse mantengono però, in maggior o minore misura, in vita un equivoco: che si tratti cioè di un fenomeno obiettivamente studiabile, che cioè esistano delle fonti attraverso le quali sia possibile accedere al pensiero libero e autonomo di streghe e di stregoni. Ora, proprio questo è il punto. Streghe e stregoni non parlano; coloro che sono stati accusati di stregoneria lo hanno talvolta fatto, ma sempre sotto interrogatorio e dinanzi allo specchio di una probabile condanna. In sé e per sé, la stregoneria non si può studiare: si può accedere solo a quel che ne sostenevano i suoi teorici e persecutori o quanti al contrario ne negavano l’effettiva esistenza. Tutto quel che possiamo studiare, in altri termini, è la storia di una persecuzione.

È appunto quel che fa Marina Montesano, docente di Storia medievale nell’Università di Messina, nel volume Caccia alle streghe (Roma, Salerno Editrice, 2012, pp. 188, euri 12,50): un lungo saggio nel quale, dopo essersi posta il problema filologico-antropologico della definizione della stregoneria come fenomeno che troppo spesso si asserisce presente in “tutte le civiltà”, l’autrice imposta una lucida e rigorosa indagine genetica sulle dinamiche secondo le quali, sulla base della convergenza di elementi e di contesti di varia e diversa origine, andò configurandosi fra XIII e fine XV secolo una costruzione teologico-giuridica per un verso, retorico-folklorica per un altro, che consentì una dura persecuzione in Europa e nel Nuovo Mondo esauritasi solo nel XVII-XVIII secolo.

Ma chi era la strega? È d’obbligo ricorrere alla Bibbia, Esodo,22,18, e al notissimo, terribile, «Non lascerai vivere i malefici (o venefici)», espressione per la quale il testo biblico ebraico usa la parola mekashefa e la traduzione greca detta “dei Settanta” quella pharmakos: designanti entrambi chi commette un crimine effettivo, nel corso del quale può aver o no usato parole, gesti, rituali a sfondo magico.

Le prime traduzioni latine della Bibbia non ebbero dubbi nel tradurre quei termini con a parola latina maleficus: ma solo quelle in volgare della Riforma protestante femminilizzarono con sicurezza la parola, utilizzando – in area rispettivamente luterana, anglicana e calvinista – i termini Zauberin, witch e sorcière. Scomparvero così gli “stregoni”: restarono solo delle donne, in genere confezionatrici di filtri e operatrici di aborti, indovine e maliarde lontane dalla “grande” magia sapienziale e cerimoniale e tanto meno da quella “naturale” (della quale, tuttavia, Marina Montesano afferma l’impossibilità), ma in grado di compiere fatture, di gettare il malocchio, di predire il futuro colloquiando con i morti e di volare nel cielo notturno durante i “sabba” sino a luoghi desolati e inaccessibili nei quali s’incontravano con lo stesso diavolo, magari per accoppiarsi con lui.

Come si è pervenuti a questo immenso, imponente mito zeppo di assurdità e sulla base del quale si formularono e si eseguirono, fra XV e XVIII secolo, fra le 40.000 e le 60.000 condanne a morte? La legislazione antimagica inquisitoriale, avviata nel XII-XIII secolo in funzione – almeno sulle prime – principalmente antiereticale, si fondava sulle Scritture, sulla legislazione latina, sugli sparsi elementi giuridici e folklorici di tipo consuetudinario desunto dalla tradizione ellenistica e da quelle barbariche. Virgilio, Orazio, Lucano, Ovidio, Petronio e Apuleio avevano parlato di maleficae e di incantatrices: ma anche di striges, donne (o dèmoni) in grado di assumere l’aspetto di rapaci notturni e come tali di suggere il sangue dei fanciulli e determinarne la morte. Anche i Padri della Chiesa, come Agostino, avevano insistito su ciò. Questo complesso di credenze, unite con quelle riguardanti il “volo magico notturno” che gli ecclesiastici del pieno medioevo avevano a lungo considerato una fiaba da donnucole, vennero convergendo verso la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna – complice anche la grande depressione che l’Europa dovette affrontare tra XIV e XVII secolo – nell’immagine della strega, oggetto di fobìe e di condanne che tuttavia non rappresentano tanto una “eclisse” della ragione quanto il risultato del convergere della filosofia e della scienza scolastiche e della “razionalizzazione” dei supposti poteri del demonio con la tesi che si fosse andata stabilendo una perfida congiura tra il demonio e alcuni esseri umani malvagi che gli erano devoti, vòlta alla rovina dell’umanità.

Tra i principali propagatori di questa nuova credenza – che ha quindi poco di medievale, ma ch’è anzi propria semmai del Rinascimento e destinata a divenire una “struttura” della Modernità – troviamo, nel Quattrocento, il francescano umanista e grande predicatore Bernardino da Siena, e, nel Cinquecento, il magistrato e teorico dello stato Jean Bodin. E bisogna andarci piano, prima di attribuire tutte le colpe di quegli eventi, che causarono come si è visto decine di migliaia di condanne a morte, all’inquisizione o, in area protestante, ai tribunali pubblici. Sovente erano l’opinione pubblica e la fama pubblica, insomma il buon popolo cristiano, a pretendere che si accendessero i roghi purificatori; né era rarissimo che fossero invece inquisitori e giudici a negarlo, a rischio talvolta della loro stessa vita.

Altro, dunque, che “tenebre del medioevo”; altro che “secoli oscuri”. Marina Montesano, autrice fra l’altro di attente ricerche sugli elementi magico-stregonici presenti nella novellistica trecentesca e nella predicazione francescana tardomedievale, dimostra qui che “caccia alle streghe”, crisi socioeconomica protomoderna e costruzione dello stato assoluto sono rigorosamente collegate tra loro in una logica di «individuazione del nemico collettivo» che è caratteristica anche se non strettamente esclusiva della Modernità.

E difatti, in termini attualizzati e “laicizzati”, il fenomeno della credenza negli straordinari poteri di “sètte” nemiche del bene comune si è reimposto spesso nel nostro tempo: dalle “purghe” staliniane ai processi maccartisti per “antiamericanismo”, con un corteggio di abusi, di pressioni e di violenze fisiche e no risoltosi in una “metanarrazione del proprio tempo” attraverso la rievocazione di eventi del passato: si pensi al Crogiuolo di Arthur Miller, che allude appunto all’anticomunismo repressivo e visionario degli anni Cinquanta in America. O si pensi, in tempi e ambienti a noi prossimi, a casi come alcuni verificatisi negli anni Novanta del secolo scorso negli Stati Uniti, simili in modo impressionante a quello, che tutti ricordiamo, di Rignano Flaminio. Il ventre che ha partorito queste assurdità è ancora fecondo.

 

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