Il Cane e il suo Redentore

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Di Enrico Sanna

Ad un certo punto il passaggio era diventato profondo una decina di piedi e quelli della Piccola Miniera continuavano ad andarci. Ogni volta dovevano camminare sulle ginocchia e sulle mani, e in alcuni punti del passaggio il pavimento era cosparso di sassolini piccoli come chicchi di mais che sembravano entrare nella carne e lasciavano piccole cavità rosse nella pelle.

Quella mattina Dan era scivolato mentre era nel passaggio e il mento gli era andato sui sassolini, e lui ci aveva buttato sopra un po’ di acqua dalla borraccia. Uno non poteva capire quanto fossero irritanti quei sassolini finché non ci camminava sopra con le ginocchia e le mani. Gli sembrava di avere una fiamma costantemente accesa sotto il mento e gran parte dell’acqua era finita dentro la camicia.

Dopo alcuni giorni erano arrivati ad un punto in cui una vena di carbone da trentadue pollici era tutto quello che si poteva vedere. Greg disse che dovevano aprire un passaggio per far passare l’aria tra le due camere.

Intanto stavano tirando fuori carbone con le carriole, e una volta Greg fece un discorso in cui erano dei sogni cospicui. Sembrò un proprietario di giacimenti sulla torre del pozzo.

Greg disse che in quel punto c’era ancora poca roba da estrarre e che presto avrebbero finito di aprire il passaggio. Intanto tiravano con grande razionalità. Quella mattina, al secondo sparo, Dan andò sotto la bocca del morto. Gran parte di quello che occorreva per lo sparo era stato lasciato in un angolo della galleria di carreggio. Da qualche tempo non stavano più portando la loro attrezzatura sotto la bocca del morto.

Ad un certo punto, Greg aveva detto che portare tutto quanto sotto la bocca del morto era uno spreco di tempo. Dan si sedette su una latta capovolta. I suoi gomiti erano sulle ginocchia. Aveva le dita intrecciate in maniera molto generica, e sembrava un fedele in fondo alla chiesa.

copertina_lpm2Più tardi arrivò anche Greg, e aveva la Davy in una mano e il Tribune di cinque giorni prima nell’altra. Per qualche ragione, la lampada sul cappello si era spenta e stava usando la Davy per farsi luce. Di quando in quando la piccola teiera era ancora capace di una stringa sottile di fumo chiaro. Appese la Davy ad un punto in alto dell’armatura e spianò il Tribune con il dorso della mano.

Greg aveva cominciato ad arrotolare il Tribune per preparare la mina, ma poi ci aveva ripensato. I fogli pendevano scioltamente dalle mani con un’arricciatura peculiare, come i capelli delle attrici poco famose. La luce era gialla, quasi bruna, e oleosa. Di quando in quando le spalle di Greg si sollevavano con uno scatto, e allora rideva in silenzio di cose che dovevano essere nel Tribune.

L’aria passava regolarmente dalla bocca del morto e lì sotto si sentiva la corrente che veniva giù ed entrava nella galleria. Andava tutto molto bene, ma stavano facendo saltare le mine in fondo al passaggio e ogni volta bisognava aspettare molto tempo perché il fumo andava via con riluttanza. Greg alzò gli occhi dal Tribune e notò qualcosa dalle parti di Dan. Dan sciolse le dita. Non stava guardando Greg.

“Sei scivolato dentro il passaggio?” chiese Greg.

Dan fece per toccarsi il mento ma poi ebbe un ripensamento, e all’ultimo momento abbassò la mano e intrecciò nuovamente le dita.

“Non è niente,” disse. Guardò di lato.

“C’hai messo l’acqua?”

“Una goccia.”

“Ti brucia?”

“Un po’.”

Greg mise la faccia molto vicino al Tribune.

“Così il fumo non passa mai,” disse.

“Magari quando apriamo il passaggio va meglio,” disse Dan.

Greg si sedette su una latta capovolta. Appoggiò la Davy a terra e mise il cappello per terra e poi smontò la teiera dal cappello e l’accese con la Davy aperta. Dan rabbrividì in silenzio. Greg spense la lampada Davy e poi la chiuse e riprese a leggere il Tribune.

“Adesso non manca molto, vero, Mr. Connors,” disse Dan.

“Non manca molto a cosa?” chiese Greg.

“Oh, a finire il passaggio,” disse Dan.

Greg tolse gli occhi dal giornale per un attimo. Il mento di Dan era rosso e cospicuo come una lanterna cinese.

“Sì, manca poco,” disse Greg.

“Meno male.”

“Domani ti viene la crosta,” commentò Greg.

Dan scrollò le spalle. “Non fa niente.” Aveva la testa bassa e i gomiti sulle ginocchia e le spalle arrivavano all’altezza delle orecchie. Dopo qualche tempo tornarono dentro.

L’aria nel passaggio era ancora acre per lo sparo e veniva la voglia di sputare. La mina aveva fatto solo un foro, ed era come se qualcuno avesse estratto una palla da rugby dalla vena perché il foro aveva esattamente la forma di una palla da rugby e tutto il resto era una rocca indomita. Ci fu una breve ricognizione del fatto, poi Greg cominciò a recitare profanità. Poi ci fu silenzio, e finalmente esclamò “Maledizione!” e cominciò ad evocare tutte le deità delle birrerie. Dan era rimasto nella camera. Di quando in quando dava un’occhiata dentro il passaggio, verso Greg e il foro a forma di palla da rugby.

Finalmente Greg strisciò indietro fino alla camera e disse:

“Porta il trapano e l’ago, Dan.”

“Trapano e ago,” disse Dan. “Sto andando a prenderli, Mr. Connors.”

Greg preparò una nuova mina sulla punta della palla da rugby. I suoi movimenti erano rapidi e scontati. Il suo respiro era pesante, e spesso era trattenuto da uno spasmo, ed era come se stesse risalendo un pozzo dopo esserci caduto dentro. Greg decise di usare una miccia così contorta che Dan pensò che la mina si sarebbe rifiutata di saltare e Greg avrebbe sputato fuoco e a lui non sarebbe rimasto altro che cercare un posto in cui intombarsi.

Quando Dan e Greg tornarono sotto la bocca del morto, Dan decise che sarebbe rimasto in piedi.

Rimase immobile per un tempo molto lungo. Una volta, mentre stava pensando ad altro, passò il dorso della mano attorno al mento scarlatto. Era praticamente luminoso. Dan avrebbe voluto sedersi sulla latta e mettere i gomiti sulle ginocchia ma temeva che Greg avrebbe trovato il gesto molto offensivo. Bruno stava ululando disperatamente sopra la bocca del morto.

Molte volte Greg era stato irritato dalle lagne di Bruno. All’inizio Bruno era divertente, ma poi era semplicemente una seccatura e faceva pensare alla morte in fondo alla vita e a tutte quelle cose che uno avrebbe desiderato essere e che sapeva con certezza che non sarebbe mai stato.

Quella volta Bruno doveva essersi infilato sotto il tipi. Sapevano che era sotto il tipi perché una volta smise di ululare. Per qualche tempo ci fu silenzio. Poi Bruno cominciò a scavare disperatamente e una pioggia di terra andò giù per la bocca del morto. In passato, Greg aveva visto molte volte Bruno comportarsi così. Succedeva regolarmente quando Jakey lasciava Bruno fuori dalla bocca del morto.

“Perché non se lo porta dietro, mi chiedo,” disse Greg.

“Che cane strano,” disse Dan.

“Adesso sta pensando che abbiamo seppellito Jakey qua sotto. Ogni volta che non lo vede in giro pensa che Jakey è morto. È per questo che abbaia in quel modo. Poi Jakey ritorna e Bruno crede ch’è una resurrezione. Jakey è il suo Redentore.”

“È un cane strano.”

“Mio zio aveva un cane uguale a Bruno,” disse Greg. “Tutte le volte che mio zio scendeva nella cantina, lui andava sopra la botola e cominciava a ululare. Faceva diventare tutti matti.”

“Però è strano,” disse Dan.

“Perché non ti siedi?” chiese Greg.

“Ho voglia di rimanere in piedi,” disse Dan.

Subito dopo Greg prese una latta capovolta e si sedette. Giurò che quell’ultimo sparo gli era sembrato felice come quelli dei giorni scorsi. Era solo che il fumo se ne sarebbe andato via lentamente. Dan disse che questa storia del fumo era una seccatura. Dopo un po’ anche Greg disse che era una seccatura.

Poi Dan si sedette con i gomiti sulle ginocchia e incrociò le dita senza rendersene conto. Greg parlò ancora di suo zio.

Quel pomeriggio, Greg andò a dire a Jakey che Bruno si era infilato sotto il tipi e Jakey rise molto.

“È vero che hai fatto da monello, vecchio mio?” disse Jakey al suo cane.

“Potevi anche portartelo con te, il tuo cane,” disse Greg.

Jakey teneva in mano un involto di carta con dentro dei piccoli avanzi che ricordavano un pollo. Bruno porse il suo cranio a forma di ciottolo affinché Jakey lo grattasse in punti peculiari. Era evidente che tra poco Jakey avrebbe dato alla sua creatura i piccoli avanzi che ricordavano un pollo. A quell’ora, dopo avere ululato sinceramente per gran parte della giornata, la comparsa di Jakey con piccoli avanzi significava il sigillo sul certificato che attestava l’esistenza di una provvidenza universale per i cani.

Estratto da: Enrico Sanna, La Piccola Miniera. CreateSpace 2013, 8 euro.

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