Elogio dell’ozio

lampadina

Di Bertrand Russell

Come tanti altri della mia generazione, sono cresciuto col detto: “Il diavolo ha sempre qualche peccato per gli oziosi”. Essendo un bambino obbediente, credevo a tutto quello che mi dicevano. Acquisii così una coscienza che ancora oggi mi spinge a fare. Ma se la coscienza controllava le mie azioni, le mie opinioni sono state rivoluzionate. Penso che ci sia molto da fare nel mondo. Penso che credere nella virtuosità del lavoro abbia prodotto danni enormi. Nei moderni paesi industrializzati si dovrebbe insegnare qualcosa di molto diverso da ciò che è stato insegnato finora. C’è una barzelletta di un tizio che capita a Napoli e vede dodici mendicanti seduti al sole (era prima di Mussolini), e offre una lira al più ozioso. Undici di loro scattano in piedi, e lui dà i soldi al dodicesimo. Questa persona aveva visto bene. Dove non splende il sole del Mediterraneo, però, oziare è più difficile, e per avviare la moda occorre molta propaganda. Spero che, dopo aver letto queste righe, i leader dello Y.M.C.A. (l’associazione dei giovani cristiani americani, ndt) vogliano fare una campagna per indurre i giovani a non fare nulla. Così non sarò vissuto invano.

Prima di esporre le mie ragioni a favore dell’ozio, devo precisarne una che non posso accettare. Capita a volte che una persona che ha più del necessario per vivere proponga qualche lavoretto, come insegnare o battere a macchina. Solitamente, queste persone vengono tacciate di voler togliere il pane dalla bocca altrui. Se così fosse, basterebbe non far nulla per riempire di pane la bocca di tutti. Chi dice questo dimentica che chi guadagna spende, e spendendo dà lavoro. Finché una persona spende del suo reddito, mette nella bocca di qualcuno tanto pane quanto ne toglie ad altri. In questo senso, il vero furfante è chi mette da parte. Se una persona mette i soldi nel materasso, è chiaro che non dà lavoro. Se investe i risparmi il fatto è meno ovvio, varia secondo i casi.

Quando si hanno risparmi, è pratica comune prestarli allo stato. Visto che il grosso della spesa pubblica nella maggior parte degli stati civilizzati va a pagare le guerre del passato o a prepararne di nuove, chi presta soldi allo stato è come il cattivo che nei drammi di Shakespeare ingaggia un sicario. Il risultato netto è il rafforzamento militare dello stato a cui presta i suoi risparmi. Inutile dire che è meglio spendere quei soldi, anche se solo per bere o giocare d’azzardo.

Ma, dicono, è diverso quando si investono soldi in imprese industriali. Forse, se queste imprese hanno successo e producono qualcosa di utile. Nessuno può negare, però, che molte imprese falliscono. Questo significa che molti di quei soldi, che avrebbero potuto essere impiegati per produrre qualcosa di utile, sono stati spesi in macchine che, una volta prodotte, stanno ferme e sono inutili. Chi investe in un’impresa che poi fallisce danneggia se stesso e gli altri. Se spendesse quei soldi, diciamo, in feste con gli amici, questi (immagino) sarebbero contenti, e così sarebbe con tutti quelli con cui spende, come il macellaio, il fornaio e il contrabbandiere. Ma se, ad esempio, spende soldi per fare una ferrovia dove una ferrovia non serve, spreca un’enormità di lavoro per qualcosa che non dà benefici a nessuno. Quando poi cade in disgrazia, in conseguenza dei suoi investimenti falliti, viene considerato una vittima della sfortuna immeritata, mentre lo spendaccione che spende in attività filantropiche viene disprezzato, si dice che è sciocco e frivolo.

Questo per introdurre la questione. Seriamente, ciò che voglio dire è che la fede che il mondo moderno ha nella virtuosità del lavoro produce danni enormi, la strada che porta alla felicità e alla prosperità passa per la diminuzione organizzata del lavoro.

Prima di tutto, cos’è il lavoro? Esistono due tipi di lavoro: il primo consiste nel modificare ciò che si trova sulla terra; il secondo consiste nell’ordinare ad altri di fare così. Il primo tipo è sgradevole e malpagato; il secondo è piacevole e ben pagato. Il secondo può essere esteso indefinitamente: c’è chi dà ordini e chi consiglia che ordini dare. Spesso vediamo gruppi organizzati che danno consigli opposti; questo si chiama politica. Per questo genere di lavoro non serve la conoscenza della materia su cui si danno consigli, ma la conoscenza dell’arte di parlare o scrivere in modo persuasivo, come nella pubblicità.

In tutta Europa, ma non in America, esiste una terza classe di uomini, rispettata più delle classi lavoratrici. Sono persone che, grazie al possesso di terreni, possono far pagare ad altri il privilegio di esistere e lavorare. Questi possidenti sono oziosi, dunque io dovrei elogiarli. Purtroppo, il loro ozio è reso possibile solo dall’attività di altri. Anzi, è proprio la loro voglia di oziare che storicamente è all’origine del vangelo del lavoro. Mai e poi mai avrebbero voluto che altri seguissero il loro esempio.

Prima della rivoluzione industriale, solitamente un uomo che lavorava duramente poteva produrre appena quanto serviva alla sopravvivenza sua e della sua famiglia, per quanto duro fosse il suo lavoro e i suoi figli lo aiutassero non appena raggiungevano l’età da lavoro. Quel poco che avanzava dal necessario non restava a chi l’aveva prodotto, ma veniva presa dagli sgherri e dai preti. Se c’era una carestia non avanzava nulla; ma sgherri e preti pretendevano sempre lo stesso, così che molti lavoratori morivano di fame. Questo sistema è esistito in Russia fino al 1917 (da allora, i membri del partito comunista hanno preso il posto di sgherri e preti) e persiste in oriente. In Inghilterra, nonostante la rivoluzione industriale, rimase pienamente operativo fino alla fine delle guerre napoleoniche, un secolo fa, quando la nuova classe manifatturiera acquisì potere. In America, il sistema cessò con la rivoluzione, ma non al sud, dove durò fino alla guerra civile. Un sistema durato così a lungo e terminato così di recente ha ovviamente segnato profondamente il pensiero e le opinioni. Se diamo per scontato che il lavoro sia qualcosa di desiderabile è soprattutto perché subiamo ancora l’influenza di questo sistema, si tratta di un modo di pensare preindustriale che non si è adattato al mondo moderno. Le tecnologie moderne fanno sì che l’ozio, entro certi limiti, non sia prerogativa di ristrette classi privilegiate, ma un diritto allargato a tutta la comunità. La moralità del lavoro è la moralità degli schiavi, e al mondo moderno non serve la schiavitù.

Ovviamente, lasciati a sé, i contadini delle vecchie comunità mai avrebbero ceduto la produzione eccedente a sgherri e preti; avrebbero preferito produrre meno o consumare di più. All’inizio erano costretti con la forza a produrre e cedere le eccedenze. Col tempo, però, finirono per accettare l’etica secondo cui era loro dovere lavorare duramente, anche se parte di ciò che producevano andava a mantenere chi non faceva nulla. Così calò la necessità di costringere, e la spesa statale calò. Al giorno d’oggi, il 99 percento dei salariati inglesi sarebbe scioccato se qualcuno proponesse di portare il reddito del re al livello di un lavoratore. Storicamente, il concetto di dovere è stato usato dai detentori del potere per indurre gli altri a vivere per gli interessi dei loro padroni e non per se stessi. Certo chi ha il potere nasconde la realtà facendo credere che i propri interessi coincidono con quelli più ampi dell’umanità. E a volte è proprio così: ad Atene, ad esempio, i padroni di schiavi impiegavano parte del loro ozio contribuendo alla civiltà, cosa impossibile in un sistema economico equo. L’ozio è necessario alla civiltà, e nei tempi andati l’ozio dei pochi era possibile solo grazie alle fatiche dei tanti. E queste fatiche erano un bene, non perché il lavoro è un bene, ma perché è un bene l’ozio. Ma con la tecnologia moderna è possibile distribuire l’ozio equamente senza intaccare la civiltà.

Grazie alle tecnologie moderne è possibile diminuire enormemente la quantità di lavoro necessario ad assicurare un certo livello di vita a tutti. L’abbiamo visto durante la guerra. Chi era in armi, chi produceva munizioni, chi era impiegato nello spionaggio, nella propaganda, negli uffici governativi connessi alla guerra, era stato sottratto alla sua occupazione produttiva. Nonostante ciò, nei paesi alleati il benessere fisico tra i lavoratori generici salì rispetto al periodo prebellico. L’importanza di questo fatto fu nascosta dalle finanze: il prestito dava l’impressione di un presente che trae alimento dal futuro. Cosa impossibile, perché un uomo non può mangiare una pagnotta che ancora non esiste. La guerra fu la prova provata che, organizzando scientificamente la produzione, in epoca moderna è possibile tenere la popolazione in condizioni agiate utilizzando una frazione della capacità lavorativa del mondo moderno. Se l’organizzazione scientifica, creata per liberare uomini e mandarli a combattere o produrre armi, fosse stata mantenuta dopo la guerra, riducendo la giornata lavorativa a quattro ore, tutti ne avrebbero avuto giovamento. Invece si tornò ai problemi di prima, chi aveva un lavoro fu costretto a lavorare più ore mentre gli altri morivano di fame senza lavoro. Perché? Perché il lavoro è un dovere, e il salario non dev’essere proporzionale al prodotto ma alla virtù esemplificata dalla voglia di fare.

Questa è la moralità dello stato schiavista applicata in circostanze completamente diverse da quelle originarie. Non a caso l’esito è disastroso. Prendiamo un esempio. Immaginiamo delle persone che producono spilli. Producono il fabbisogno mondiale lavorando, poniamo, otto ore al giorno. Qualcuno inventa una macchina che a parità di persone raddoppia la produzione. Ma il mondo non ha bisogno di tutti quegli spilli: gli spilli sono già così economici che anche a prezzo più basso non se ne venderebbero di più. In un mondo più umano, i produttori di spilli lavorerebbero quattro ore al giorno invece di otto, e tutto il resto sarebbe come prima. Ma nel mondo attuale questa prospettiva appare demoralizzante. I produttori di spilli lavorano comunque otto ore, c’è una sovrapproduzione di spilli, qualche imprenditore fallisce, e metà dei produttori di spilli vengono licenziati. Alla fine, la quantità totale di ozio è la stessa, ma metà delle persone è nell’ozio completo mentre l’altra metà è stracarica di lavoro. L’inevitabile ozio non fa la felicità di tutti, ma diffonde la miseria.

Si può immaginare qualcosa di più assurdo?

L’idea che i poveri possano avere del tempo libero ha sempre scioccato i ricchi. Nell’Inghilterra di inizio Ottocento, la giornata lavorativa media era di quindici ore; i bambini facevano solitamente dodici ore, ma potevano arrivare anche loro a quindici. Quando qualche impiccione fece notare che forse quindici ore erano un po’ troppe, gli risposero che il lavoro teneva gli adulti lontano dall’alcol e i bambini lontano dalle malefatte. Quando ero bambino, subito dopo il diritto di voto ai lavoratori, l’indizione di alcune festività provocò l’indignazione delle classi superiori. Ricordo una vecchia duchessa che diceva: “Cosa vogliono i poveri dalle feste? Hanno da lavorare.” Oggi sono più sfumati, ma gli stessi sentimenti persistono e sono all’origine di gran parte degli attuali problemi economici.

Analizziamo l’etica del lavoro con franchezza, senza pregiudizi. Ogni essere umano nel corso della sua vita consuma, per necessità, una certa quantità di prodotto del lavoro. Nessuno nega che il lavoro è generalmente sgradevole; dunque, è ingiusto che qualcuno consumi più di ciò che produce. Certo potrebbe fornire servizi invece di beni, come fa il medico; ma dovrebbe offrire qualcosa in cambio di vitto e alloggio. In questo senso, il lavoro come dovere è ammissibile, ma solo in questo senso.

Tralascio il fatto che in tutte le società moderne, eccetto l’URSS, molte persone evitano anche questa quantità minima di lavoro, e sono quelle che ereditano o sposano il denaro. Io non credo che si possa considerare altrettanto dannoso il fatto che a queste persone sia concesso il diritto all’ozio e il fatto che i lavoratori salariati debbano caricarsi di lavoro o soffrire la fame.

Se il salariato medio lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe abbastanza per tutti e non ci sarebbe disoccupazione, e tutto con un minimo di organizzazione intelligente. I benestanti sono scioccati da quest’idea, pensano che i poveri non saprebbero che farsene del tempo libero. In America molti lavorano più del necessario; ovviamente si indignano all’idea che i salariati stiano in ozio, a meno che la disoccupazione non sia una punizione; considerano inaccettabile anche l’ozio dei loro figli. La cosa strana è che, mentre vogliono che i loro figli lavorino tanto da non avere tempo per l’istruzione, non gli importa nulla se le loro mogli o le figlie non hanno lavoro. L’esaltazione snob dell’inutilità, che in una società aristocratica riguarda entrambi i sessi, in una plutocrazia è limitata alle donne; ma ciò non la rende più sensata.

La possibilità di usare saggiamente l’ozio, dobbiamo ammetterlo, è un prodotto della civiltà e dell’istruzione. Chi ha lavorato lunghe ore per tutta la vita si annoia se resta improvvisamente senza far nulla. Ma senza una certa dose di ozio molti benefici sono inaccessibili. Non c’è più una ragione perché il grosso della popolazione debba soffrire queste privazioni; solo una sciocca volontà di rinuncia ci spinge a lavorare molto più del necessario ora che non c’è più il bisogno.

La nuova fede propugnata dal governo russo, pur con tante differenze, corrisponde a molti degli insegnamenti tradizionali occidentali. L’atteggiamento delle classi di governo, soprattutto di quelle che fanno propaganda nelle scuole, è praticamente lo stesso delle classi di governo del resto del mondo che hanno sempre fatto la predica a quelli che chiamavano i “poveri onesti”. La voglia di fare, la sobrietà, la volontà di lavorare lunghe ore per avere vantaggi in un lontano futuro, o anche la sottomissione alle autorità, tutto riappare. Anche l’autorità rappresenta ancora la volontà di chi governa l’universo, che però adesso è chiamato materialismo dialettico.

La vittoria del proletariato in Russia ha vari punti in comune con la vittoria delle femministe altrove. Per tanto tempo l’uomo ha concesso una sorta di superiore santità alla donna, e la donna dal canto suo ha sempre bilanciato la propria inferiorità sostenendo che la santità è preferibile al potere. Le femministe hanno deciso di avere entrambi. Le prime femministe credevano agli uomini che parlavano di desiderabilità delle virtù, ma non ascoltavano quando questi parlavano di inutilità del potere politico. Qualcosa di simile è accaduto in Russia riguardo il lavoro manuale. Per secoli i ricchi e i loro lacchè hanno elogiato l’“onesto lavoro”, hanno lodato la vita semplice, hanno praticato una religione che insegna che i poveri hanno più probabilità di andare in cielo dei ricchi, hanno spesso cercato di insegnare loro che il lavoro manuale ha qualcosa di particolarmente nobile, così come gli uomini hanno fatto credere alle donne che dalla loro schiavitù sessuale derivava una particolare santità. In Russia, tutto questo parlare dell’eccellenza del lavoro manuale è stato preso sul serio, col risultato che il manovale è la persona più onorata. Si santificano le tradizioni del passato, ma solo per far sì che ci siano lavoratori pronti al sacrificio. Il lavoro manuale gode di un’ampia reputazione tra i giovani, ed è alla base di ogni insegnamento etico.

Forse per ora è un bene. Un grande paese, ricco di risorse naturali, attende lo sviluppo, magari ricorrendo al credito il meno possibile. In questi casi, il lavoro duro è una necessità, e le probabilità che dia molti frutti è alta. Ma cosa accadrà quando ad un certo punto tutti potranno vivere degnamente lavorando poco?

In Occidente, la questione è affrontata in vari modi. La giustizia economica non esiste, così che gran parte della ricchezza prodotta va ad una piccola minoranza della popolazione perlopiù oziosa. Data l’assenza di qualunque controllo centrale sulla produzione, produciamo miriadi di cose inutili. Una grossa fetta della popolazione non fa nulla perché si può fare a meno del suo lavoro caricando di lavoro il resto. In casi estremi facciamo la guerra: mettiamo molte persone a fabbricare esplosivi e molte altre a farli esplodere, come bambini coi mortaretti. Combinando gli strumenti riusciamo, anche se faticosamente, a tenere in piedi l’idea secondo cui la fatica è nel destino dell’uomo medio.

In Russia, vista la maggiore giustizia economica e il controllo della produzione, il problema dovrà essere risolto altrimenti. Una soluzione razionale, una volta che tutti hanno ricevuto il necessario e le comodità di base, sarebbe la riduzione graduale delle ore lavorative, dando la possibilità di scegliere con il voto se optare per più ozio o per più beni. Ma dopo aver inculcato la virtù del lavoro duro, è difficile immaginare come le autorità possano mirare ad un paradiso con tanto ozio e poco lavoro. Probabilmente troveranno sempre nuove scuse per sacrificare l’ozio presente alla produttività futura. Ho letto di recente di un progetto di alcuni ingegneri russi per scaldare il Mar Bianco e la costa settentrionale della Siberia costruendo una diga sul Mare di Kara. Egregio progetto che però, tra l’esaltazione del nobile lavoro duro tra i ghiacci e le tempeste di neve dell’Oceano Artico, potrebbe rinviare le comodità dei proletari per una generazione. Se mai questo genere di cose dovesse realizzarsi, sarà solo perché si considera il lavoro duro come fine a se stesso, non come strumento per arrivare alle condizioni che lo rendono superfluo.

Il fatto è che scavare buche inutilmente non è affatto lo scopo della vita. Se così fosse, dovremmo considerare un qualunque scavatore superiore a Shakespeare. Due sono le cause che ci hanno indotto in errore. Una è la necessità di tenere buoni i poveri, necessità che spinge i ricchi, da millenni, a predicare la dignità del lavoro guardandosi bene dal dare l’esempio. L’altra è il piacere che produce il progresso, il fatto di restare strabiliati davanti alle incredibili trasformazioni prodotte sulla natura. Niente di tutto ciò attira il lavoratore. Se gli chiedete qual è l’aspetto migliore della sua vita, probabilmente non vi dirà “Mi piace il lavoro manuale perché così adempio al compito più nobile, e poi perché amo riflettere sulla capacità dell’uomo di trasformare il suo pianeta. È vero che il mio corpo richiede delle pause, che io devo soddisfare al meglio, ma sono veramente appagato solo al mattino, quando posso tornare a quel lavoro che è la fonte della mia felicità.” Io non ho mai sentito un lavoratore dire così. Il lavoratore, giustamente, vede nel lavoro una necessità per guadagnarsi da vivere, mentre è dall’ozio che deriva tutta la sua felicità.

Qualcuno dirà che, se è vero che un po’ di ozio fa piacere, è anche vero che l’uomo non saprebbe come riempire la giornata se dovesse lavorare solo quattro ore su ventiquattro. Se è così, è una condanna della nostra civiltà; in altre epoche non sarebbe stato così. Un tempo esisteva la capacità di essere spensierati e giocosi, cosa il culto dell’efficienza ha in parte inibito. L’uomo moderno pensa che tutto debba essere fatto non perché utile, ma per ottenere qualcos’altro. Ci sono persone, ad esempio, che in tutta serietà condannano l’abitudine di andare al cinema dicendo che favorisce il crimine tra i giovani. Ma allo stesso tempo rispettano il lavoro che sta dietro l’industria cinematografica perché è lavoro, e perché genera profitto sotto forma di denaro. L’idea che le uniche attività desiderabili siano quelle che danno profitto ha messo il mondo a testa in giù. Il macellaio che fornisce la carne e il fornaio che fornisce il pane sono persone lodevoli perché fanno soldi; ma quando mangi il pane o la carne perché ti piace, allora sei tu che sei frivolo, a meno che non mangi esclusivamente per accumulare le energie necessarie per lavorare. Genericamente parlando, l’opinione diffusa è che guadagnare soldi è un bene, ma spenderli è un male. Ora, visto che in una transazione ci sono due parti, questo è assurdo; è come dire che le chiavi sono un bene, mentre le serrature sono un male. Qualunque sia il merito nella produzione di beni, questo deve venire interamente dai vantaggi ottenuti con il loro consumo. Nella nostra società, l’individuo lavora per profitto; ma i fini sociali del suo lavoro stanno nel consumo di ciò che egli produce. È questa separazione tra individuo e fini sociali, in un mondo in cui il profitto guida l’industria, ad impedire all’uomo di pensare liberamente. Pensiamo troppo alla produzione e troppo poco al consumo. Il risultato è che, tra le altre cose, valutiamo poco il divertimento e la felicità e non giudichiamo la produzione in termini di piacere che dà al consumatore.

Quando chiedo di ridurre la giornata lavorativa a quattro ore, non voglio dire che tutto il tempo restante deve essere dedicato a frivolezze. Voglio dire che lavorare quattro ore al giorno è ciò che basta ad una persona per provvedere alle sue necessità e alle comodità della vita, e che il resto del tempo deve essere utilizzato come uno meglio crede.

Parte essenziale di qualunque sistema sociale è l’approfondimento dell’istruzione, che dà all’uomo la possibilità di usare il proprio tempo con intelligenza. Non mi riferisco solo a quel genere di cose considerate “intellettuali”. I balli contadini, tranne alcune remote zone rurali, sono scomparsi, ma l’impulso originario è ancora nella natura umana. I piaceri delle popolazioni urbane sono diventati perlopiù passivi: guardare un film o una partita, ascoltare la radio e così via. Questo perché le energie attive sono assorbite interamente dal lavoro; con più tempo libero, la gente sceglierebbe di divertirsi attivamente.

In passato, a pochi oziosi si contrapponeva la massa dei lavoratori. Le classi oziose godevano di vantaggi che non si basavano sulla giustizia sociale; per questo erano oppressive, godevano di poche simpatie, ed erano spinte ad inventare teorie a giustificazione dei propri privilegi. Queste classi sono calate di prestigio, ma hanno contribuito enormemente a quella che chiamiamo civiltà. Hanno sviluppato le arti e le scienze, favorito la pubblicazione di libri, ideato filosofie, e raffinato le relazioni sociali. Anche la liberazione degli oppressi è nata da qui. Senza queste classi oziose il genere umano non sarebbe mai uscito dalla barbarie.

Ma il fatto che queste classi ereditassero i privilegi e non avessero doveri causava uno spreco incredibile. A nessuno di loro avevano insegnato l’industriosità, e il gruppo complessivamente non era eccezionalmente intelligente. Poteva produrre un Darwin, ma poi c’era un esercito di nobili di provincia la cui intelligenza si limitava alla caccia alla volpe e ai bracconieri. Le attuali università forniscono oggi, più sistematicamente, quello che le classi oziose davano casualmente come sottoprodotto. È un gran passo in avanti, ma ha degli inconvenienti. La vita accademica è talmente distaccata dalla vita di tutti i giorni che chi vive in questo milieu non capisce le preoccupazioni e i problemi delle persone qualunque; il loro stesso modo di esprimersi rende le loro opinioni inefficaci. Altro svantaggio è che gli studi universitari sono organizzati, cosa che scoraggia chi cerca una particolare conoscenza. Per quanto utili, le istituzioni accademiche sono inadatte a mantenere gli interessi della civiltà in un mondo in cui chiunque stia fuori dalle sue mura è troppo occupato per potersi dedicare a fini che non siano utilitaristici.

In un mondo in cui nessuno è costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, chiunque voglia darsi agli studi scientifici potrà farlo, così come un pittore potrà dipingere quello che vuole senza fare la fame. Un giovane scrittore non sarà costretto a scrivere romanzetti per acquisire quell’indipendenza economica necessaria a scrivere il capolavoro, quando ormai avrà perso passione e talento. Chi, nella propria professione, sviluppa interesse per qualche aspetto dell’economia o del governo, potrà dedicarvisi senza quel distacco accademico che spesso fa perdere il senso della realtà. I medici avranno tempo da dedicare all’aggiornamento scientifico, gli insegnanti non dovranno più esaurirsi ad insegnare stancamente nozioni imparate in gioventù che nel frattempo potrebbero essersi dimostrate false.

Ma soprattutto ci sarà felicità e gioia di vita, niente nevrosi, né stanchezza, né mal di pancia. Si lavorerà abbastanza da rendere piacevole il non far niente, ma non da produrre sfinimento. Nel tempo libero, l’uomo non sarà più stanco, e potrà dedicarsi a divertimenti che non siano passivi e scialbi. Almeno l’uno percento dedicherà il tempo libero dal lavoro a qualche scopo sociale, e, dato che la sua vita non dipenderà da ciò, le sue opere saranno originali, non ci sarà bisogno di conformarsi agli standard dettati dai vecchi. Ma i vantaggi dell’ozio non sono solo questi. L’opportunità di una vita comoda ingentilisce la persona, attenua la tendenza a sospettare degli altri. Si tenderà a fare meno guerre, in parte per l’ingentilimento del carattere e in parte perché comporta il lavoro pesante per tutti. Tra tutte le qualità morali, l’animo buono è la principale, e un animo buono è il prodotto della comodità, della sicurezza, non della fatica. Con l’attuale sistema produttivo, tutti potremmo avere una vita comoda e sicura; invece decidiamo di stracaricare di lavoro qualcuno e far morire di fame gli altri. Manteniamo gli stessi ritmi di lavoro che c’erano prima delle macchine, siamo sciocchi, ma non è detto che dobbiamo essere sciocchi in eterno.

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