Giocattoli

naufragio

Di Victor Hugo

Il naufragio è il massimo dell’impotenza. Essere vicini a terra e non poterla raggiungere, galleggiare e non poter navigare, poggiare con i piedi su qualcosa che sembra solido ma è fragile, essere pieni di vita e di morte al tempo stesso, essere prigionieri delle distese, essere murati tra cielo e oceano, avere sopra sé l’infinito come una segreta, avere attorno l’immensa evasione dei venti e delle onde, e essere afferrati, incatenati, paralizzati, in una stupefacente, indegna prostrazione. Sembra di intravedervi il ghigno del combattente inaccessibile.

Ciò che vi trattiene è lo stesso che lascia andare gli uccelli e mette in libertà i pesci. Sembra nulla ed è tutto. Si dipende da quella stessa aria che agitiamo con la bocca, si dipende da quell’acqua che teniamo nel cavo della mano. Attingete dalla tempesta un bicchiere pieno, non è altro che un po’ d’amaro. Sorsata, è nausea; mareggio, è sterminio. Il granello di sabbia nel deserto, il fiocco di schiuma nell’oceano, sono manifestazioni vertiginose; l’onnipotenza non si preoccupa di nascondere il suo atomo, essa rende forte la debolezza, riempie con il suo tutto il nulla, ed è con l’infinitamente piccolo che l’infinitamente grande vi annienta. Per stritolarvi l’oceano si serve di gocce. Ci si sente giocattoli.

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