De Gustibus est Disputandum

arcimboldi

Di Theodor W. Adorno

Anche chi è convinto dell’incomparabilità delle opere d’arte, si troverà continuamente trascinato in dibattiti in cui opere d’arte – ed opere d’arte di altissimo livello, e quindi tanto più incomparabili – vengono paragonate tra di loro e valutate l’una in confronto all’altra. L’obbiezione sollevata contro le considerazioni di questo genere, che sorgono con una caratteristica necessità, è che si tratterebbe di istinti da merciaio, del gusto di misurare a braccia.

In realtà, il senso dell’obbiezione è per lo più un altro: e cioè che i solidi borghesi, per cui l’arte non sarà mai abbastanza irrazionale, vorrebbero tener lontano dalle opere d’arte la coscienza e l’aspirazione alla verità. Ma l’impulso che conduce necessariamente a queste considerazioni è già presenta nelle opere stesse. Esse non sono paragonabili, è vero, ma vogliono distruggersi a vicenda.

Non per niente gli antichi hanno riservato il pantheon del conciliabile agli dèi o alle idee, mentre hanno costretto le opere d’arte all’agone reciproco, l’una nemica mortale dell’altra. L’idea di un “pantheon della classicità”, condivisa ancora da Kierkegaard, è una finzione della cultura neutralizzata. Poiché, se l’idea del bello si presenta suddivisa e dispersa nelle varie opere, ciascuna di esse intende incondizionatamente la totalità dell’idea, pretende la bellezza per sé nella propria unicità, e non può ammettere quella suddivisione senza annullare se stessa.

Una, vera, spoglia di ogni apparenza, libera da siffatta individuazione, la bellezza non appare nella sintesi di tutte le opere, nell’unità delle arti e dell’arte, ma – materialmente e concretamente – nel tramonto dell’arte stessa. A questo tramonto mira ogni opera d’arte, in quanto vorrebbe la morte di tutte le altre. Che in ogni arte si tenda alla sua fine, è un altro modo di dire la stessa cosa.

Questo impulso di autodistruzione, che è l’aspirazione più profonda di tutte le opere d’arte, è quello che provoca sempre di nuovo le diatribe estetiche in apparenza così inutili. Queste, mentre si ostinano a cercare il diritto estetico, e cadono così in una dialettica senza fine, acquistano senza volerlo il loro miglior diritto, in quanto – in forza dell’energia delle opere d’arte che accolgono in sé ed elevano al concetto – limitano ogni diritto e tendono così alla distruzione dell’arte, che è la sua sola salvezza.

La tolleranza estetica, che lascia valere le opere d’arte nella loro limitazione immediata, infligge loro la falsa morte, la morte dell’“uno accanto all’altro”, in cui è negata l’aspirazione alla verità una.

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