Benito Cereno e l’altro Io

huck_tom

Di M. E. Grenander

Per un lettore attento, collaborare con un autore, cogliere i problemi etici impliciti nella sua opera, dare un giudizio morale sulla loro soluzione può essere, come nota Wayne Booth, un’esperienza esaltante. La grande attenzione riservata a Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, sia il romanzo che il film, riporta lo studente di storia della letteratura al fatto che anche la finzione del diciannovesimo secolo ha sollevato questioni che possono gettare nel dubbio chi crede nel Sogno Americano. È istruttivo affrontare Benito Cereno di Herman Melville e Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, opere che trattavano la questione della schiavitù. Come il libro di Ken Kesey, entrambe rappresentano il tentativo di svegliare il lettore dal sonno dell’ottimismo per metterlo davanti alla realtà del male istituzionalizzato. Benito Cereno compare quasi trent’anni prima di Huckleberry Finn e si rivolge ad un pubblico precedente la guerra civile (ai tempi della schiavitù in America, ndt). Le intuizioni dello studioso di psichiatria Thomas S. Szasz applicate allo studio di un romanzo come Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo si applicano anche al romanzo di Melville per ragioni che cercherò di dimostrare.

Cominciando da ciò che è ovvio, ma che talvolta si perde, dobbiamo ricordare che, così come l’attuale trattamento psichiatrico obbligatorio, la schiavitù, per quanto odiata da molti, in una grossa parte dell’occidente ottocentesco era legale e protetta dall’autorità statale. Prima della guerra, poi, a giustificare la schiavitù era un insieme di credenze religiose e tradizioni, che la mascheravano da istituzione a beneficio non solo dei bianchi, ma addirittura dei neri oppressi.

Da qui il forte pathos di Huckleberry Finn: Huck è convinto di commettere un crimine perché non consegna il suo amico schiavo Jim al suo proprietario per legge. Secondo le convinzioni della sua società, inoltre, quello di Huck è un peccato. La scena più toccante si ha quando, dopo un lungo tormento, decide di non rivelare la condizione di Jim. Roso dal dubbio e lacerato dall’indecisione, resta però convinto che una delle possibili opzioni significa commettere un crimine e fare peccato.

Più ci pensavo, più la coscienza mi rodeva e mi sentivo un verme schifoso… E quando finalmente, mi viene in mente che lì c’era la mano della Provvidenza, che così mi aveva dato un bello schiaffone in faccia per farmi sapere che la mia cattiveria era stata vista dall’alto del cielo – e l’aveva fatto perché io stavo rubando il suo negro a una povera donna vecchia che non mi aveva fatto nessun male… beh, quando mi viene in mente questo, sono quasi cascato per terra dalla paura che ho provato. Ho fatto del mio meglio per giustificarmi dicendo che mi avevano educato male, e dunque non avevo tanta colpa, però qualcosa dentro di me continuava a dirmi: “C’era l’oratorio, e tu perché non ci sei andato? Se ci andavi, t’imparavano che la gente che fa come hai fatto tu con questo negro finiscono diritti nel fuoco eterno”.

Mi sono venuti i brividi. E stavo quasi per mettermi a pregare, che magari così la piantavo di essere quello che ero e diventavo meglio. Allora mi sono inginocchiato, ma non mi venivano le parole.

Poi Huck pensa alla generosità di Jim.

Tremavo perché dovevo scegliere fra due cose, ed era una scelta che facevo per sempre, e lo sapevo. Ci ho studiato per un minuto, che quasi non respiravo, e poi dico fra me:

«E va bene, allora andrò all’inferno!»…

Sto male, dopo che ho detto quelle parole terribili, ma ormai quello che è detto è detto, e non ci penso neanche a cambiare idea.

Huck decide di andare contro le leggi della sua società per il bene di Jim, ma non dubita della loro moralità; semplicemente, decide di infrangerle. E anche la sua opinione sul convenzionalissimo Tom è colpita quando capisce che anche lui ha deciso di andare contro la legge aiutando uno schiavo fuggitivo. Poi apprendiamo che Tom non ha fatto niente del genere. Jim era libero, così come stabilito nel testamento della sua padrona, e Tom lo sa. Fa soffrire Jim, mette a rischio la vita di tutti per uno stupido gioco tra ragazzi. Mette su una complessa farsa il cui spessore etico, nonostante il pericolo, non è superiore a quello di un duello tra ragazzini con le spade di legno.

Huck decide in assoluta solitudine, e senza rifletterci tanto, di infrangere la legge; ma senza metterne mai in dubbio il fondamento morale. Tom, al contrario, non va mai contro la legge: finge e basta. Lui e il suo creatore giocano sicuro. Huckleberry Finn fu pubblicato per la prima volta nel 1884-’85. Pur descrivendo la società antebellica, il romanzo di Mark Twain fu scritto dopo l’abolizione della schiavitù. A prescindere dalla posizione davanti alla legge, aiutare una persona così gentile e paternalistica come Jim a conquistare la libertà non offendeva certo il buonsenso.

Herman Melville, invece, tuona “No!” alla schiavitù quando questa era ancora legale, mostrando la violenza omicida con cui reagiscono le sue vittime. Nella sua atipica novella, Benito Cereno (1885), capovolge l’istituzione e trasforma i bianchi in schiavi di un gruppo di neri africani. Mentre vengono trasportati da una nave negriera sudamericana, i neri si rivoltano e prendono il potere a bordo del San Dominick, uccidendo o tenendo in ostaggio i bianchi. Il capitano, l’ispanico cileno Don Benito Cereno, fino ad allora aveva sempre accettato di buon grado l’esistenza della schiavitù e altre usanze della sua società. Ma la sua esperienza di schiavo inerme lo costringe a riconoscere l’orrore delle catene, e anche se a lui viene risparmiata la sorte degli altri, che vengono catturati o uccisi, la sua mente subisce un colpo fatale. Persona fino ad allora rispettabile, per quanto superficiale, non può far fronte all’inferno etico che ha intravisto, e si spegne poco a poco. Quando, parlando col più schietto capitano Amasa Delano, gli spiega che il negro ha “gettato un’ombra tale” su di lui che non può più vivere, si arrende alla vista di un male così mostruoso da risultare insopportabile.

La storia, scritta mentre l’istituto della schiavitù era ancora protetto dalle leggi americane, è congegnata in modo da far trasparire pienamente l’orrore di ciò che fanno i neri. Ciononostante, agli occhi del lettore moderno è chiaro che Melville colpiva duramente le leggi perverse che attribuivano ad una persona intelligente e capace come Babo, il capo dei rivoltosi, nessun altro ruolo che quello di schiavo. In Benito Cereno, un’istituzione perfettamente legittima è presentata come un tradimento dell’umanità. La rivolta e l’assassinio sono crimini orrendi che minacciano la società, certo, ma la società che minacciano si rivela essere ciò che ha istituzionalizzato il male.

Quando osserviamo più in dettaglio la novella, notiamo l’accuratezza con cui Melville ha descritto la visione da incubo. Definisce chiaramente simboliche le figure nello stemma ovale montato sulla poppa della San Dominick. Il medaglione più in vista mostra un satiro mascherato “con un piede su una figura contorta, parimenti mascherata”. Chi è l’oppressore, e chi l’oppresso?

Il diverso atteggiamento di fronte alla schiavitù del capitano Amasa Delano e di Don Benito Cereno rivela la profondità psicologica di Melville. Solo un futile Candido incapace di vedere il male nell’animo umano può restare indifferente in una società schiavistica traboccante di ingiustizia. Delano viene descritto come “una persona di animo buono e particolarmente fiducioso, raramente nervosa se non dopo essere stata provata e anche allora con riluttanza, e poi poco incline a vedere il male nell’uomo”. Melville poi aggiunge sarcastico: “Che, considerato ciò di cui è capace l’umanità, questo tratto implichi, oltre ad un animo benevolo, anche una prontezza fuori dall’ordinario e un’accurata capacità di percezione intellettuale, lascio che siano i saggi a deciderlo.” È il suo animo buono a spingere il capitano yankee a condurre una vita incantata, a sorridere e chiacchierare spensieratamente con gli insorti. È lui stesso a dire che il suo animo “benevolo, compassionevole e caritatevole” ha vinto la sua diffidenza in una situazione in cui avrebbe pagato l’acume con la vita.

Ma in un senso più profondo, questo stesso piatto ottimismo gli impedisce di comprendere il senso di disagio e la fatale malinconia di Cereno dopo la sua liberazione. Il castigliano osserva come “anche le persone migliori possono sbagliare nel giudicare una persona di cui non si conoscono i recessi”. Lo stesso don Benito, avendo visto i recessi oscuri di quella microscopica società schiavistica che è la San Dominick, si trova ora nella posizione di chi comprende il comportamento degli insorti. È una comprensione con cui non può vivere. Quando il capitano Delano gli dice “il passato è passato e non serve filosofeggiarci sopra”, don Benito rivela il suo presagio di morte. Lo yankee stupito gli urla: “Tu sei salvo, … sei salvo; cos’è che ti ha stregato?” “Il negro,” risponde don Benito. Può esserci un perdono dopo aver visto ciò? Dopo essere stato prosciolto dalla commissione indagatrice sull’ammutinamento, don Benito si ritira in un monastero, e qui muore tre mesi dopo.

A questo punto è istruttivo ricordare alcuni commenti di Szasz, che ha studiato in dettaglio varie forme di oppressione, riguardo la schiavitù americana e le sue conseguenze psicologiche sugli schiavi, gli schiavisti e gli abolizionisti. Le sue intuizioni ci aiutano a capire non solo Amasa Delano e Benito Cereno, ma anche Babo e i suoi. Szasz, rifacendosi ad altri studiosi, comincia evidenziando il punto di vista paternalistico, che svolgeva un ruolo importante nel giustificare la schiavitù. Cita Stanley M. Elkins e lo stereotipo consolatorio dello schiavo nero felice; e in catene. Secondo Elkins, “il fatto che nessun lavoratore libero si sia offerto come schiavo serve a far capire quanto l’analisi dello ‘schiavo felice’ abbia contribuito all’idea che gli americani hanno di se stessi”. Lo yankee capitano Amasa Delano non è affatto un sostenitore della schiavitù; ma proprio per questo gli stereotipi con cui l’istituzione ha infettato il suo pensiero sono più ripugnanti. Anche se ad un certo punto riflette che “la schiavitù genera brutte passioni nell’uomo”, non considera i neri pienamente umani. Per lui sono qualcosa di diverso dai bianchi. La loro docilità, il loro atteggiamento soddisfatto, sono il prodotto della loro ristrettezza mentale. Li considera esseri inferiori e piuttosto stupidi, particolarmente adatti a diventare servitori personali affezionati, leali e allegri. Le donne africane, pensa, sono amorevoli ma ostinate, “semplici come femmine di leopardo e amorevoli come colombe”. È importante notare questi paragoni con il mondo animale. “Quando era a casa gli capitava di stare alla porta e osservare con curiosità qualche nero libero che lavorava o giocava. Se a bordo gli capitava un marinaio nero, non mancava mai di scherzare e giocare con lui.” “Ad attirarlo verso i neri non era l’amore per l’uomo ma la ricerca del divertimento, come se fossero cani con cui giocare.”

Szasz nota al contrario come non fosse affatto naturale che gli africani dovessero essere schiavi. Fu invece “l’uomo bianco ad andare in Africa, rapire i neri, portarli in America in catene, venderli come bestie, e creare l’istituto della schiavitù e gli schiavi.” La schiavitù non era un assoluto esistenziale; era una forma particolare dell’interazione tra oppressori e oppressi, che, come tutte le tattiche dell’esclusione, può essere rivoltata trasformando la vittima in padrone. Ma vedere la cosa in questa luce aveva implicazioni di vasta portata. Lo schiavista, per quanto dicesse sciocchezze come “non c’è al mondo un essere più allegro dello schiavo negro”, viveva nella paura costante della sua ribellione violenta. Szasz nota anche che protestare “contro la tratta dei negri avrebbe attirato l’ostilità dei potenti interessi religiosi e economici”, perché chi criticava la schiavitù andava “contro la tradizione e la mentalità occidentale.” Il buon schiavista che liberava i suoi schiavi (perché riconosceva la natura oppressiva della sua relazione con loro) rischiava di essere “espulso dalla comunità, sottoposto a persecuzioni economiche o personali o ad entrambe.” La prova terrificante a cui Benito Cereno è sottoposto lo costringe ad affrontare questo dilemma morale; e lui non riesce a trovare una soluzione. Dopo essere stato salvato, non riesce neanche a guardare in faccia Babo. Quando al processo è costretto a farlo, sviene.

Ma la percezione della schiavitù come relazione oppressiva aveva conseguenze ancora più tragiche per gli schiavi. Secondo Szasz, per loro significava “l’obbligo di ribellarsi e emanciparsi.” È un atteggiamento che ritroviamo anche nel paterno Jim in Huckleberry Finn. Il piccolo Huck è spaventato, nota ironicamente Mark Twain, quando il suo amico schiavo gli svela che “la prima cosa che vuol fare quando arriva in uno stato libero” è mettere da parte i soldi

senza spendere neanche un centesimo, e quando ne ha messo da parte abbastanza compra sua moglie, che appartiene ad una fattoria vicino a dove viveva Miss Watson; poi tutti e due lavorano assieme per comprare i due bambini, e se il padrone non vuole venderli va da un abulizionista e gli dice di andare e rubarli.

Per poco non mi partiva il cuore a sentirlo. Non doveva dirlo neanche per scherzo. Guarda come cambia uno non appena è libero. È come dicono: “al negro gli dai un dito e si prende il braccio.” Ecco cosa succede a non pensare, dico io. Ora, questo negro praticamente l’ho aiutato io a scappare, e lui viene fuori che vuole rubare i suoi figli; i figli che sono di un altro che io neanche conosco; di uno che non mi ha fatto nulla.

La decisione presa da Babo, il personaggio di Melville, è molto più spaventosa, e ha conseguenze tragiche. Come Jonathan Swift prima di lui, Melville capisce che, quando gli oppressi non interiorizzano la loro degradazione, devono combatterla. Sempre come Swift, capisce che l’uomo ridotto in schiavitù diventa il peggior tiranno. Sappiamo dal processo che Babo “aveva deciso di uccidere il suo padrone, don Alexandro Aranda, [che considerava i suoi schiavi così ‘trattabili’ da non richiedere le catene] sia perché altrimenti lui e i suoi compagni non avrebbero potuto essere sicuri della loro libertà, e sia per tenere i marinai in soggezione, per far capire loro quale sarebbe stata la loro fine se si fossero opposti.” Apprendiamo poi che “tutti i negri, anche quelli che ignoravano l’intenzione di rivoltarsi, l’approvarono una volta portata a termine.”

L’indomito Babo è un uomo di straordinaria intelligenza e capacità organizzativa. Era, come dice lui, anche “nella sua terra… soltanto un povero schiavo; schiavo dell’uomo nero era Babo, come ora lo è dell’uomo bianco.” Scommettendo tutto sulla rivolta e l’assassinio, riesce a guadagnare qualche mese di riscatto dalla sua posizione degradata. Ma non conquista la “libertà”. Incatenato dalla schiavitù come sempre, da oppresso diventa semplicemente oppressore, privo di quell’indipendenza che, come dice Szasz, gli avrebbe dato “il lusso di vedere e predicare la verità.” Il suo triste destino perseguita il lettore, è un simbolo, come lo stemma del San Dominick, della crudeltà dell’uomo sull’uomo:

Quanto al nero, il cui cervello ma non il corpo aveva ideato e guidato la rivolta, la sua corporatura fragile, inadeguata a ciò che sosteneva, aveva ceduto subito alla superiore forza muscolare di chi l’aveva catturato nella barca. Vedendo che tutto era finito, non disse nulla, non volle dire nulla. Il suo atteggiamento sembrava dire: non serve parlare se non posso agire…

Qualche mese dopo [il processo], portato al patibolo al traino di un mulo, il nero affrontò la sua fine senza una parola. Il suo corpo fu ridotto in cenere. Ma la sua testa, quell’alveare di arguzia, per giorni e giorni continuò a sfidare indomito lo sguardo dei bianchi dal palo su cui era stata piantata.

Quello che voglio dire è che Benito Cereno, non Huckleberry Finn, è per molti versi un precursore di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, e che molti lettori possono vedere nel primo una maggiore obiettività. Sia Melville che Kesey ebbero il coraggio di attaccare l’oppressione legale quando era più forte, quando era supportata non solo dalle leggi ma anche dagli interessi economici e dalla società. Anche se Kesey aveva fatto parte della prestigiosa Associazione Americana per l’Abolizione del Ricovero Psichiatrico Coatto, organizzazione formata soprattutto da psichiatri e avvocati, molti, come evidenziato dalla versione cinematografica del romanzo, non si accorsero del fatto che ad essere sotto accusa era la psichiatria istituzionale. Le reazioni al romanzo e al suo adattamento cinematografico ricordano i problemi contro cui Melville lottava. Come Kesey, anche lui dovette procedere con cautela in terra minata, col rischio di saltare in aria ad ogni passo. Benito Cereno risponde ad una domanda retorica posta da Szasz. Commentando Euripide, che definisce schiavo una persona che non può esprimere opinioni, Szasz, a differenza dell’autore greco, si chiede: “Lo schiavo è tale perché non può esprimere opinioni, oppure non può esprimere opinioni perché è schiavo?” Melville descrive uno dei suoi tre personaggi principali come un uomo pieno di risorse ma che non può esprimere le sue opinioni perché schiavo. Babo è abbastanza intelligente da capire che la sua condizione incatena non solo le sue membra, ma anche la sua lingua. E giacché non può dire la sua, non parla.

Il fatto che Melville fosse abbastanza onesto e coraggioso da mantenere la sua opinione sul male della società in cui viveva costò alla sua novella un disprezzo durato tanti anni. Nonostante la rinata attenzione per le sue opere negli anni venti e trenta, Benito Cereno ha continuato ad essere fraintesa fino al decennio scorso. Merlin Bowen nel 1960 vedeva ancora in Babo l’espressione maligna del male esistenziale e non la vittima oppressa di un’istituzione sociale sancita dalla legge. E ancora oggi si trovano interpretazioni bizzarre. Come ad esempio quella di William B. Dillingham, che per quanto profonda e sofisticata per molti versi, si conclude cedendo all’atteggiamento prevalente riguardo le “malattie mentali”. Dillingham non solo non capisce che Cereno considera la schiavitù, che lui ha toccato con mano, un’istituzione oppressiva; ma arriva a eliminare completamente l’accusa verso la società schiavistica, a banalizzare la visione di questa terribile verità definendola una “parabola psichica” per cui Babo è degradato al punto da perdere completamente la propria identità incorporandosi nell’animo di Cereno. Lo spagnolo Cereno-Babo, ribattezzato “Dominick”, ammette di essere “mentalmente instabile” e vuole essere “normale” come Delano (qui chiamato “Bachelor”). Agendo tramite Bachelor, la “società con le sue istituzioni” cerca di aiutarlo, ma non esiste una “cura per questo paziente” perché la sua “stabilità mentale” degenera in pazzia. Bachelor, “una persona normale”, non può capire “perché Dominick non può schioccare le dita e tornare normale una volta che la malattia è stata diagnosticata e il trattamento applicato”.

Fa rabbia vedere uno studio sulla novella di Melville, pur così sensibile e profondo, degenerare in cose senza senso. Ma la ragione è semplice. Come la schiavitù nell’America schiavistica permeava il pensiero e l’immaginario di tutta la società, compresi gli yankee abolizionisti qui rappresentati dal capitano Delano, così oggi la questione della “malattia mentale”, con tutti i suoi stereotipi, è entrata nel pensiero comune al punto che un critico letterario del calibro di Dillingham si lascia trasportare dal mito. La novella Benito Cereno ha dovuto attendere più d’un secolo per essere compresa a fondo. Ora è il momento di riconoscere e affrontare il problema del male umano che la storia indaga, non di fuggire via verso interpretazioni metaforiche di immaginarie malattie. Quest’opera monumentale della finzione ottocentesca rivela con solennità quanto le istituzioni maligne possano guastare gli standard etici anche delle persone migliori.

Traduzione italiana di Enrico Sanna.

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