Laggiù Dentro la Terra

coal_miners

Di Enrico Sanna

Brano estratto da: Enrico Sanna, Molly Flint, Amazon, 382 pagine, 12 euro (versione kindle: 3 euro)

Una delle opinioni più profonde di Molly Flint era che Kentuck fosse la creatura più piena di alterigia che avesse mai sputato in una galleria di avanzamento. Ovviamente, tutti intendevano l’alterigia nel senso dei cavalieri, degli alci in amore e delle macchine a vapore. In quel tempo, un certo numero di uomini era convinto che il suo sangue fosse un preparato di mercurio e zolfo, e che viaggiasse nelle vene alla maniera stolida del vapore negli stantuffi neri di una locomotiva nera. Un giorno, prima di un disgaggio nel Primo Livello Est, questa meraviglia dell’umanità era seduta filosoficamente con la schiena contro un puntello e pensava ad alcune cose molto alte. Improvvisamente disse “Vado a vedere.” Lui si alzò, andò a vedere e il Primo Livello Est piovve sulla sua anima da portento. Inizialmente aveva resistito stoicamente in piedi, come se ritenesse la volta una cosa troppo plebea per osare atterrare sui suoi pensieri molto alti.

Doveva esserci un gran numero di ragioni dietro la tragedia. Forse era stato Kentuck che, sfilando sul toboga della sua supponenza, aveva incautamente offeso uno dei meccanismi delicati del livello; o forse era scivolata una trave dell’armatura; o era stato il tuono terribile dell’offesa che, dopo aver rinculato tra le vene rugginose della roccia, aveva provocato una rappresaglia. Qualunque fosse stata la ragione, la frana precipitò come una pappa grumosa, caracollò come per effetto di una fermentazione e si mangiò Kentuck.

Niente avrebbe potuto assomigliare ad una frana meno di quel cadere improvviso. La volta si aprì come una botola e tutto quello che aveva conservato nel grembo venne giù, come un secchio di terra umida che vola nella bocca rettangolare di una fossa tombale. Fu tutto così casuale, e fu come dieci torri di Siloe messe assieme. La frana scese come un portento silenzioso e flemmatico, apparentemente riflessiva, come se un improvviso ordine militare avesse potuto risucchiarla all’insù in qualunque momento. Non ci fu un vero e proprio tuono, di quelli che regolarmente fanno le disgrazie immani, ma poco più di un fruscio dimesso, come lo scivolare perfido di un serpente sotto un tappeto di foglie autunnali. Una nuvola piatta e del colore del piombo si allargò immediatamente attorno al punto del disastro.

Fu come una marea inconsistente. La nuvola si allargò a grande velocità fino ad una grande distanza per poi ergersi come un muro ripido, come se uomini giganteschi stessero soffiando contro. Allora ripiegò su se stessa in tanti riccioli argentei, e in parte sembrò tornare indietro, disegnò volute su volute, sempre più larghe ed eleganti, che in poco tempo finirono per riempire con una nebbia grigia il vuoto oscuro tra il pavimento e la volta.

Ci fu un generale accucciarsi e tenere la testa tra le mani. Qualcuno sentì di dovere urlare qualche considerazione indistinta riguardo le frane, il mondo e un certo numero di deità. Non c’era una ragione ponderata per urlare se non il fatto che, apparentemente, gli urlatori riuscivano a cavarne beneficio.

Poi una molteplicità incredibile di voci si innalzò in un tempo incredibilmente breve. Deità furono invocate senza che fossero oggetto di una richiesta articolata, ma soltanto per una generica salvezza dell’umanità. Alte invocazioni e alte profanità si mescolarono le une con le altre, si unirono finalmente in una sorta di rafforzamento reciproco, come un pugno magnificamente estatico e potente.

L’aria era grigia, e in alcuni punti era rossa, e anche gialla.

Appena distinguibile, una macchia scura attraversò a grande velocità la nube di polvere. In un attimo, la macchia arò l’uniformità grigia seguendo una linea retta, come una nave attraverso la nebbia, correndo appresso a Kentuck come trascinata da un’invisibile gomena. Scomparve con la rapidità di uno scandaglio lanciato a forza contro l’ascella dell’onda, assorbita dalla nube felpata nello stesso istante in cui la toccava. Sembrò l’effetto apparente di un incantesimo inspiegabile.

Fin da subito uno degli uomini aveva cominciato a dire: “Andate da quella parte! Andate da quella parte! Capito? Andate da quella parte, maledizione!” L’uomo urlava con una voce carica di energia, nitida, ma non era possibile capire dove fosse. “Andate da quella parte!” era solito urlare, ma nessuno lo vedeva, e pertanto tutti continuavano ad andare da qualunque parte, o a stare fermi. “Perdio, andate da quella parte!” Suo desiderio supremo, in quel momento, era che gli uomini andassero da qualche parte. Aveva le idee molto chiare sulla direzione da seguire. Si capiva che stava agitando freneticamente braccia e gambe nel tentativo di insegnare una direzione. Doveva avere l’aspetto di un caraibico impegnato anima e corpo in un solenne vudù. Dopo un po’ gli uomini cominciarono a ignorare i suoi imperativi. Ma la voce non smise di urlare i suoi comandi, e sembrava un luogotenente nella magia della battaglia, con la spada argentea in verticale e il ballo di san Vito dalla testa ai piedi. “Andate da quella parte! Andate da quella parte, maledizione!”

Era trascorso un minuto, e la fossa era un fondale marino, quando Cadalso afferrò una lunga pertica di legno. Aveva il fazzoletto alto sulle gote, e il cappello pesante sulle sopracciglia. La lampada sprigionava una luminescenza gialla e rossa, e strane ombre nebbiose avvolgevano i suoi occhi. Strinse a sé la pertica e cominciò una corsa, inciampò, cadde, infine grugnì una generica protesta all’universo. Guardò la pertica tra le sue mani con sguardo meravigliato, come se la sua esistenza nascondesse una ragione trascendentale. La mente offuscata, confuso dal fatto di trovarsi dentro una nuvola, e incredibilmente euforico per qualche ragione sconosciuta, corse senza avere un’idea di quello che avrebbe fatto con la pertica. La strinse al petto con affetto istintivo.

Per un po’ corse in una direzione sbagliata. Poi svoltò, percorse un semicerchio, vagò per l’antro per un tempo che sembrò infinito. Poi la frana fece la sua comparsa. Dentro di sé, aveva creduto di poter vagare indefinitamente per la fossa senza incontrarla mai. Caotica e informe, la frana sembrava l’inizio di un processo duraturo che prima o poi avrebbe portato la volta ad atterrare sul pavimento, annullando tutto quello che vi era frapposto nel nome di forze enormemente malvagie e laboriose.

La lampada non illuminava che una porzione irregolare della frana, e questo dava l’idea di un prolungarsi verso altezze fantasiose, oltre il coperchio di Molly Flint, in un imprendibile monte del purgatorio.

copertina_mfNon sapendo esattamente cosa fare, Cadalso infilzò il purgatorio in un punto qualunque. Gli sembrò allora che la frana si facesse da parte, contraendosi come una lumaca ferita. Cadalso provò ancora, una volta e un’altra volta, finché non trovò un punto che sembrava disponibile ad un gioco di leva. Cadalso cominciò un’agitazione convulsa. La pertica andò su e poi andò giù, alla maniera di una pompa del pozzo.

Era opinione di Cadalso che quella fosse la cosa giusta da fare.

Il crollo di un’armatura aveva provocato un piccolo esodo istantaneo. Un gran numero di uomini si era spostato all’unisono, tutti nella stessa direzione come un esercito di scalpiccianti. Poi l’esodo aveva rallentato, ed era sembrato fermarsi, alla ricerca di un’organizzazione. Spesso quegli uomini si voltavano, e fissavano il grigio sottomarino per esprimere terrore e occasionali propositi di vendetta.

Ci furono molte profanità, poi un brusio ineguale di affanni stertorosi. Tutti si muovevano a piccoli passi. Un’immensa meditazione collettiva sembrò prendere corpo nelle interiora del Leviatano. Tutti avevano il viso coperto da un fazzoletto e gli occhi lucidi di lacrime. Poi spuntò Fallyhee.

“In nome del cielo, Cadalso, smettila di agitare quell’affare!”

Cadalso fissò la pertica con occhi infantili. Si sentì un genio incompreso. “Estoy solo cercando de fare qualcosa,” disse. Ma qualcosa continuava a sfuggirgli, e ancora rifletté. Forse l’umanità non era pronta a capire il suo gesto.

Fallyhee fece alcuni gesti convulsi. “Ti sei messo in testa di pompare l’inferno qua dentro?” Gli occhi avevano il colore dell’ardesia, ed erano inanimati come due bottoni.

Qualcuno urlò: “Lascia perdere, Don Diego!”

Il busto del caposervizio era messo esattamente sopra il limite della nebbia, così che sembrava fluttuare nell’aria notturna con l’instabilità di un fuoco fatuo. Avrebbe potuto scomparire all’improvviso, e finire in una fiammata blu come un’esplosione di grisù. Fallyhee doveva essere molto vicino. Cadalso sentiva il fiato che vibrava attraverso gli innumerevoli fili di una barba da maomettano.

Cadalso si sentiva come uno che ha bevuto per ore e si rende conto di quanto è ubriaco solo quando prova ad alzarsi. Balbettò alcune banalità infantili con la punta delle labbra. Altri due uomini, che proprio in quell’istante stavano accorrendo a grandi passi come un minuscolo reggimento di salvatori, si fermarono di colpo. Qualcuno, forse il caposervizio, aveva preso Cadalso blandamente per un gomito.

Cadalso illustrò un piano. “Estanno due omini qua sotto,” spiegò. “Dobbiamo fare qualcosa, Fallyhee.”

Fallyhee toccò appena Cadalso con una mano, e con l’altra gli diede una pacca sulla spalla. “Più tardi. Adesso andiamo,” disse, compagnone all’improvviso. Forse sorrise, Fallyhee. Cadalso guardò con interesse qualcosa dietro il caposervizio. “Estanno due omini, Fallyhee,” disse con orgoglio.

La polvere fluiva lentamente fuori dal livello. Tranne l’odore, non c’era differenza tra le nubi delle esplosioni e quelle dei crolli. Entrambe procedevano con la stessa aria terribile e flemmatica e una sottile qualità luminosa. Entrambe procedevano in silenzio. Entrambe significavano eleganza e distruzione. Cadalso notò che il fazzoletto di Fallyhee era tutto grigio di polvere. Tranne un alone scuro in cui avveniva il passaggio del respiro.

“È meglio andare via e aspettare…” stava dicendo Fallyhee, quando il purgatorio cominciò a muoversi, agitandosi come se al suo interno premessero, incitate da un’improvvisa epidemia di pentimento, i guardiani alati dall’inferno.

Gli uomini cominciarono a fare strani, brevi suoni primordiali con un recesso della gola. Allora provarono una paura particolare. E la peculiarità di questa paura era la capacità di manifestarsi prima di qualunque pensiero. Era una paura senza ragioni evidenti. Gli uomini non furono improvvisamente affetti da una paura generica, ma dal terrore proprio dei loro antenati di fronte al fulmine, dei bambini di fronte agli uomini con i piedi di roccia, dei puritani di fronte alla felicità. E questo terrore lo esprimevano con brevi suoni primordiali con un recesso della gola.

La pertica di Cadalso cominciò ad agitarsi freneticamente finché non cadde. La terra si sollevò con una serie di sussulti, sembrò prendere una forma particolare. Finalmente, come un’eruzione giunta all’atto finale, al centro di una pioggia di polvere emerse Yakshir.

Ammaccato e storto, come un vecchio chiodo ribattuto e ribattuto, Kentuck pendeva dalla mano dell’indiano. Yakshir tirò di qua e di là con la meticolosità di un contadino che cerca di estirpare una vecchia radice. Il turbante pendeva dalla sua spalla destra, compiva un giro attorno alla vita e terminava avvolto come un tentacolo attorno al ginocchio sinistro. Gli illustratori di bibbie economiche dipingono così il serpente dell’Eden.

Kentuck fu scosso da un singulto terrificante.

Ci fu un correre senza coordinamento. Gli uomini spuntavano apparentemente dal nulla, sembravano prendere corpo direttamente dalla polvere, o da un occhio della miniera. C’era una dozzina di uomini attorno a Kentuck, e ognuno di loro aveva in mano un pezzo del minatore. Kentuck assecondò quelli che tiravano più forte. Le braccia diventarono lunghe e dritte, come due matite enormi, e tese e rigide come drizze durante una tempesta. Le ossa schioccarono come tavole ingrigite dal sole. Il corpo sembrò sul punto di frammentarsi con uno schiocco all’altezza delle scapole.

Infine ci fu un rumore sommesso, uno scivolamento appena avvertibile sotto le macerie, e Kentuck ricadde su se stesso come un burattino improvvisamente privo di fili. Allora qualcuno agitò le mani ad indicare il dorso del leviatano e disse: “Maledizione!”

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