L’elemosina dei Famosi

Bono

Il “regalo” di un sistema senza sentimenti

Di Belén Fernández. Originale pubblicato su Al Jazeera. Traduzione spagnola di Andrés Lomeña Cantos dal titolo La limosna de los famosos. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Quando la star del cinema George Clooney ha sposato l’esperta di diritti umani nonché simbolo della moda Amal Alamuddin a Venezia nel 2014, il sito Entertainment Tonight ha dichiarato: “La beneficenza è stata l’unica a guadagnarci da questo matrimonio multimilionario.”

Le ragioni di questo annuncio trionfale stavano nel fatto che certe fotografie del matrimonio sono state vendute, come era facile immaginare, “per beneficenza”, il passatempo preferito dei famosi, che spessissimo trasformano la beneficenza in spot pubblicitari di se stessi e in reputazione cortigiana di tipo eroico-messianico, per non parlare delle esenzioni fiscali.

Noi che non siamo famosi siamo stati tanto condizionati a vedere nella beneficenza qualcosa di assolutamente buono (e non come una forma di mercificazione e sfruttamento del falso altruismo) che non notiamo l’irrealtà del mondo autocompiacente della loro filantropia.

Basta un esempio: secondo la stampa, ONE, la fondazione contro la povertà della star della musica Bono, ha destinato nel 2008 un misero 1,2 percento dei fondi raccolti alle persone che sostiene di aiutare. E la stampa non ha fatto niente per evitare che quest’uomo fosse rappresentato come una sorta di messia per l’Africa.

Quanto ai Clooney, che adesso presiedono la loro Fondazione Clooney per la Giustizia, a sepellire il buonsenso è la venerazione per la coppia e la “Amalmania”. A dire il vero, pare che la giustizia sociale non sia tra le opzioni possibili in un mondo in cui l’avvocato dei diritti umani nonché filantropo Amal Clooney veste abiti da 7.803 dollari.

L’oscenità della disuguaglianza

I rifugiati siriani in Libano sono assistiti dall’organizzazione benefica dei Clooney. Sul sito della fondazione si legge: “I bambini sono costretti a lavorare per un dollaro appena al giorno”. Uno di questi bambini dovrebbe lavorare all’incirca per undici anni per poter accumulare il capitale necessario all’acquisto degli abiti suddetti (un po’ meno senza gli accessori).

Non stiamo suggerendo di calcolare e giustificare le spese in relazione al numero dei rifugiati siriani; diciamo però che qualunque tipo di giustizia reale deve partire dallo smantellamento del programma egemonico neoliberale che è alla base di una disuguaglianza economica così oscena.

In Against Charity (Contro la beneficienza), un libro che sta per uscire, gli autori Julie Wark e Daniel Raventós lanciano un’accusa dettagliata e feroce contro le istituzioni di beneficenza viste come elemento chiave dell’ordine neoliberale. La filantropia dei famosi svolge un ruolo importante quando si tratta di tenere a bada i bisognosi e i potenti al potere.

I famosi, scrivono Wark e Raventós, sono sensibili alla disperazione sociale, ma poi la nascondono con l’impressione che i ricchi stiano facendo qualcosa, dato che solo loro hanno i soldi per fare qualcosa.

Organizzano costosissime serate di gala e campagne di sensibilizzazione in cui si fanno ritrarre con bambini neri o bruni in luoghi sconvolti dalle emergenze in tutto il mondo. E poi ricorrono ad altre strategie tipiche del repertorio filantropico, facendo pochissimo per alleviare la povertà, la fame, l’oppressione e tutti i mali del mondo che si invocano solitamente per toccare i punti sensibili e spingere all’ammirazione e alla contribuzione economica a favore della causa di turno.

Se l’oppressione cessasse per qualche strana magia, i ricchi filantropi e i personaggi famosi avrebbero seri problemi, il senso della giustizia non permetterebbe al servilmente acclamato “combattente contro la povertà” Bill Gates di avere una casa con ventiquattro bagni, o alla sempre caritatevole coppia Beckham di registrare come marchi commerciali i nomi dei loro figli.

L’assenza del contesto

Analizzando la funzione dei famosi entro un sistema che vede le persone come marchi e prodotti di consumo, Wark e Raventós notano come l’eccesso di fama aiuti a sostenere il nostro modello consumista ponendo in risalto esempi del materialismo più spinto. Allo stesso tempo, la “beneficenza” dei famosi serve a riciclare la brutalità della disparità socioeconomica istituzionalizzata.

Il problema verso cui i famosi intendono attirare l’attenzione con le loro lotte è isolato dal contesto politico necessario a comprendere le cause contemporanee della sofferenza.

Prendiamo ad esempio la famosissima attrice Angelina Jolie, il cui ruolo come inviato speciale dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite provoca una continua ammirazione mediatica che supera il suo “fulgore” caritativo.

Durante le sue visite pubblicitarie a qualche nazione devastata dalla guerra o a qualche campo di rifugiati, la Jolie, esempio completo della perfezione sovrumana, condanna la giustizia terrena nascondendo parti importanti dal puzzle del suo lamento.

Come è accaduto durante il suo discorso a Ginevra a marzo del 2017, quando la Jolie ha fatto riferimento al “conflitto in Iraq, fonte di tanto dolore”, e subito dopo ha rivelato il suo orgoglio di statunitense che crede nell’idea di una nazione forte che, come una persona forte, aiuta gli altri ad alzarsi e a camminare con le proprie gambe.

Peccato che siano stati proprio gli Stati Uniti (sicuramente una nazione forte) ad aver distrutto l’Iraq e ad aver inflitto morte e miseria infinita alla popolazione irachena.

In Iraq e altrove, le politiche economiche e militari del paese di cui la nostra eroina è tanto orgogliosa hanno contribuito ad una serie di crisi umanitarie ora concepite in forma astratta da Jolie & Co. (tanto per restare in zona, la carestia causata dall’embargo saudita in Yemen è stata patrocinata e alimentata dagli Stati Uniti).

Il momento dello spettacolo

Un recente servizio della rivista Vanity Fair parla dei tanti aspetti della vita dell’attrice, dalla sua nuova villa di Los Angeles (valutata in circa venticinque milioni di dollari) alla sua iniziativa sulla Prevenzione della Violenza Sessuale del 2012, realizzata assieme all’ex segretario degli esteri inglese William Hague. Secondo il sito, l’iniziativa mira a svegliare le coscienze sulla violenza sessuale nelle zone di guerra e a portare avanti azioni globali per sradicarla.

Questo Hague è lo stesso che, dopo aver difeso strenuamente la guerra contro l’Iraq, nel 2015 ha sostenuto che il fatto che l’avventura in Iraq sia andata male non significa che l’Occidente non debba intervenire in Siria.

Questa è prevenzione della violenza, mica parole a caso!

Wark e Raventós notano come questi semidei nati dalla cultura della fama siano il sintomo di un male endemico di carattere morale. Il capitalismo affonda nel suo stesso fango, e l’edificazione di miti è essenziale a far sì che lo spettacolo continui.

L’ideale sarebbe che cadesse non solo la baracca della filantropia dei famosi, ma anche del mito che li sostiene.

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