Borghesie e Cortesie

comuni

Di Fiorella Simoni

Se nel XII e in buona parte del XIII secolo i principali interlocutori delle élites signorili vanno identificati nei chierici e nei gruppi marginali di corte, con l’avanzare del XIII secolo acquista invece sempre maggiore rilevanza l’interlocutore borghese.

In un testo singolare degli inizi del Trecento, Renard li Contrefait, opera di un ex-chierico (poi speziale) di Troyes, accanto a un duro attacco contro i ceti aristocratici si levano anche parole di compianto, per la facilità con cui questi ceti sono esposti alla rovina economica e sociale di fronte all’emergere di un mondo borghese per cui tutte le possibilità sembrano spalancarsi, fra cui in primissimo luogo quella di condurre tranquillamente uno stile di vita prima accessibile alla sola aristocrazia. Le parole dello speziale di Troyes, oltre che all’ascesa economica della borghesia, fanno riferimento al successo dello stile di vita aristocratico nei ceti borghesi: un fenomeno che, diffuso ovunque, si può registrare precocemente in Italia, dove i comuni erano in contatto con le corti signorili e dove la vita delle città favoriva gli scambi tra i diversi gruppi sociali.

L’assimilazione dei caratteri cortesi della borghesia è un processo che dura per tutto il medioevo e che travalica di gran lunga il medioevo stesso. Nell’ambito della civiltà comunale si riallacciano alla tradizione cortese, pur immettendovi sensi e significati nuovi, sia i ceti dirigenti costituiti dai giudici, notai, maestri di grammatica e retorica, maestri di diritto, sia gli strati socialmente ed economicamente più ragguardevoli della ricca borghesia mercantile.

A contatto con queste nuove realtà sociali politiche ed economiche, il modello cavalleresco-cortese perde in astratta rarefazione per acquisire umori spesso più grevi e più gretti, anche se talvolta più moderni e realistici. Così, tranne che in alcune cerchie squisitamente elitarie, la concezione dell’eros – talora inavvertitamente, talora in studiata contrapposizione – assume un realismo che mal si concilia con i dettati delle Artes amandi o con l’immaginario erotico, pur carico di sensualità, della poesia provenzale o dei romanzi francesi. E lo sfarzo della vita cavalleresca, applicato da ceti mercantili poco usi alle armi, si risolve spesso in esibizioni e ostentazioni di una nuova ricchezza, che non nasce più dall’esercizio del potere su terre e uomini, bensì dal possesso di case e botteghe e dalla circolazione del denaro.

Oltre che nella concretezza degli eventi, l’assimilazione e la conseguente trasformazione dello stile di vita signorile ad opera dell’ambiente comunale si fa avvertire anche nella sede teorica (didattico-moralistica) della elaborazione di un modello comportamentale: in questa sede la “misura” cavalleresca si trasforma infatti nella mercantile attenzione allo spendere, nel cauto barcamenarsi tra la necessità sociale di figurare e la paura di mettere a repentaglio una stabilità economica faticosamente acquisita: si finisce così per privilegiare, realisticamente, il valore economico su ogni altro valore di larghezza, tanto che Brunetto Latini, nel Tesoretto, fa dire alla Larghezza in persona che per amore di una “donna valente” si potrebbe anche spendere ma sarebbe meglio non farlo (“Ma chi di suo bon core / amassi per amore / una donna valente / se talor largamente / dispendesse o donasse, / non sì che folleggiasse, / ben lo si puote fare, / ma nol voglio approvare”).

È vero che gli ideali di larghezza e cortesia non verranno mai ripudiati nella produzione comunale, e saranno anzi affiancati da ideali civici e morali di probità e rettitudine, ma è anche vero che una visione più acuta delle dinamiche socio-economiche porta, nella teoria e nella realtà, a una valutazione spietata del potere del denaro. Moralisti e intellettuali combatteranno ideologicamente questo potere – sulla linea già avviata dai trovatori – come nemico di cortesi, ma dai due estremi, della povertà e della ricchezza, voci autorevoli si leveranno invece a sanzionarlo. In tal senso lo sprezzante detto di Cosimo de’ Medici: “bastano due canne di panno rosato a fare un gentiluomo” ci richiamano alla mente il corposo sonetto di Cecco Angiolieri, che in una gustosa parodia del potere nobilitante attribuito dai provenzali all’amore e alla guerra, parla del denaro “che fa l’uom poeta… che l’ammalato si fa san venire… e ’l mercenaro si fa ’ngentilire, buono, saccente e cortese”.

Come nella società di corte si era cercato di staccare le virtù cortesi dagli averi e dal mero esercizio di un potere signorile, così nel mondo borghese aristocratici decaduti, intellettuali, moralisti, cercheranno di impedire il riassorbimento della cortesia nel nuovo potere della ricchezza mobiliare, agitando il vessillo della superiorità di una cortesia aristocratica, connessa a un affinamento erotico-intellettuale o improntata a valori etico-civici. Perennemente a rischio di divenire il sottoprodotto di uno stile di vita garantito dall’esercizio del potere e dal possesso dei beni, la cortesia riuscirà in fondo a mantenere, nei secoli, un qualche valore autonomo, grazie alle sempre rinnovate conflittualità ideologiche e politiche di gruppi parzialmente emarginati, che proprio all’ideale cortese affideranno la loro volontà di integrazione, delegandogli insieme il compimento inattingibile di quello che Johan Huizinga ha chiamato “il sogno di una vita più bella”.

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