Il Dittatore Dentro

mente

Di Erich Fromm

Autorità non significa necessariamente una persona o un’istituzione che ordina questo o permette quello. Oltre a questa autorità, che potremmo definire esterna, può esserci un’autorità di genere interiore, che va sotto il nome di dovere, coscienza o super-io. Una caratteristica del pensiero moderno, dal protestantesimo alla filosofia kantiana, è il fatto che l’autorità è incorporata nell’io, non esterna. L’autorità esterna ha perso il proprio prestigio come conseguenza delle vittorie politiche della classe media in ascesa, e la coscienza dell’uomo è andata ad occupare il posto che prima occupava l’autorità esterna.

Per molti questo cambiamento era una vittoria della libertà. Sottomettersi agli ordini di un potere esterno (almeno in questioni spirituali) appariva indegno di un uomo libero. Si pensava, invece, che l’essenza della libertà consistesse nella sottomissione della natura umana alla ragione, alla volontà o alla coscienza. Ma, come spiega la psicanalisi, la coscienza comanda con un rigore paragonabile a quello di un’autorità esterna, e spesso i suoi ordini non rispondono alle richieste dell’io individuale ma sono integrati da richieste di carattere sociale che hanno assunto la dignità di norme etiche. Il governo della coscienza può arrivare ad essere più inflessibile di quello di un’autorità esterna, dato che l’individuo sente gli ordini della coscienza come qualcosa di suo; dunque, come può ribellarsi a se stesso?

In questi ultimi decenni la “coscienza” ha perso molta della sua importanza. Pare che né le autorità esterne né quelle interne esercitino più funzioni significative nella vita dell’individuo. Tutti sono assolutamente “liberi”, purché non interferiscano con i diritti legittimi degli altri. In realtà l’autorità, più che scomparsa, è diventata invisibile. A regnare non è un’autorità manifesta, ma un’autorità “anonima”. Si traveste da senso comune, scienza, salute psichica, normalità, opinione pubblica. Non chiede altro se non ciò che è evidente di per sé. Sembra non esercitare pressione, ma solo una blanda persuasione. Che sia la madre che dice alla figlia “so che non ti piacerà uscire con lui”, o la pubblicità che consiglia “fuma sigarette di questa marca e vedrai che il gusto ti piacerà”, in ogni caso ci troviamo in presenza di quella atmosfera di suggerimento velato che circonda tutta la nostra vita sociale.

L’autorità anonima è molto più potente di quella manifesta, posto che non si sospetta l’esistenza di quegli ordini che da essa provengono e ai quali bisogna obbedire. Nel caso di un’autorità esterna, invece, è chiara la concretezza tanto degli ordini quanto di chi li impartisce. In questo caso l’autorità può essere combattuta, e da questa lotta può svilupparsi l’indipendenza personale e il valore morale. Ora, quando un’autorità è stata incorporata nell’io l’ordine, per quanto di carattere interiore, è ancora percettibile, mentre nel caso di un’autorità anonima tanto l’ordine quanto la sua formulazione sono invisibili. È come essere bersagliati da un nemico che non si vede. Non c’è niente e nessuno a cui replicare.

Tornando ora alla discussione relativa al carattere autoritario, la caratteristica più importante da segnalare è l’atteggiamento verso il potere. Per il carattere autoritario esistono, diciamo così, due sessi: chi ha potere e chi no. Il suo amore, l’ammirazione e la disponibilità ad assoggettarsi nascono automaticamente in presenza del potere, che si tratti di una persona o di una istituzione. Il potere lo affascina non perché difende un determinato sistema di valori, ma semplicemente perché è il potere. Se il suo “amore” si dirige automaticamente verso il potere, le persone o le istituzioni che ne sono prive diventano subito oggetto di disprezzo. Basta la presenza di una persona indifesa a far sorgere la voglia impulsiva di aggredirla, dominarla e umiliarla. Laddove un carattere di altro tipo si spaventerebbe all’idea di aggredire un individuo indifeso, il carattere autoritario si sente tanto più spinto ad agire così quanto più l’altra persona è debole.

Esiste un tratto del carattere autoritario che ha ingannato molti osservatori: la tendenza a sfidare l’autorità e ad indignarsi per ogni intromissione “dall’alto”. A volte questa sfida confonde tutto il quadro, mettendo in ombra le tendenze alla sottomissione. Una persona di questo tipo si ribella sempre contro ogni genere di autorità, anche contro quella che sostiene i suoi interessi e manca di qualunque elemento repressivo. A volte l’atteggiamento verso l’autorità è duplice. La persona può lottare contro un gruppo di autorità, soprattutto quando è disgustata dalla sua assenza di potere, e contemporaneamente, o in seguito, sottomettersi ad altre autorità che, servendosi del loro potere superiore e di migliori promesse, sembrano soddisfare i suoi aneliti masochisti. Esiste infine il tipo in cui la tendenza alla ribellione è stata completamente repressa e compare soltanto quando si indebolisce la vigilanza cosciente, oppure è riconosciuta a posteriori nell’odio diretto contro una determinata autorità, quando il potere di quest’ultima si indebolisce e comincia a vacillare. Nelle persone del primo tipo, in cui l’atteggiamento ribelle occupa una posizione centrale, sembrerebbe che la struttura del carattere sia l’opposto esatto di quella del masochista sottomesso. A prima vista, queste persone si oppongono ad ogni genere di autorità per via della loro estrema indipendenza. Esteriormente sono individui che, guidati dalla loro forza e dall’integrità interiore, lottano contro tutti quei poteri che ostacolano la loro indipendenza e la loro libertà. Ma la lotta del carattere autoritario contro l’autorità è solo una sfida. È il tentativo di affermarsi e di imporsi sul proprio senso di impotenza combattendolo, ma senza che per questo scompaia, coscientemente o incoscientemente, la voglia di sottomissione. Il carattere autoritario non è mai rivoluzionario; io preferisco chiamarlo ribelle. Molti individui e movimenti politici confondono l’osservatore superficiale con quello che sembrerebbe un passaggio inspiegabile da un’ideologia di sinistra ad una forma estrema di autoritarismo. Da un punto di vista psicologico, si tratta di tipici “ribelli”.

L’atteggiamento verso la vita del carattere autoritario, tutta la sua filosofia è determinata dai suoi impulsi emotivi. Il carattere autoritario opta preferibilmente per quelle condizioni che limitano la libertà umana; gli piace sottomettersi al destino. Il significato di ciò per lui dipende dalla situazione sociale che gli tocca in sorte. Per il soldato può essere rappresentata dalla volontà o dal capriccio dei suoi superiori, ai quali si sottomette di buon grado. Per il piccolo commerciante il destino è il prodotto delle leggi dell’economia. Per lui, prosperità e crisi non sono fenomeni sociali che possono essere influenzati dall’attività umana, ma l’espressione di un potere superiore al quale ci si deve sottomettere. Le cose non sono sostanzialmente diverse per chi sta al vertice della piramide sociale. La differenza è soltanto nella dimensione e nel grado di diffusione del potere a cui bisogna obbedire, non nel senso di dipendenza in quanto tale.

E sono vissute come una fatalità inamovibile non solo quelle forze che determinano direttamente la vita di una persona, ma anche quelle che sembrano plasmare la vita in generale. Alla fatalità si attribuisce l’esistenza delle guerre e il fatto che una parte dell’umanità debba essere dominata dall’altra. È la fatalità a stabilire un certo grado di sofferenza perenne, che non potrà mai alleviarsi. La fatalità può assumere una forma razionalizzata, come “legge naturale” o “destino umano” dal punto di vista filosofico, o affermarsi come “volontà divina” in termini religiosi, o come “dovere” in termini etici… Agli occhi del carattere autoritario si tratta sempre di un potere superiore, esterno all’individuo, riguardo il quale non c’è rimedio se non la sottomissione. Il carattere autoritario adora il passato. Ciò che è stato una volta, sarà in eterno. Desiderare ciò che non è già esistito o darsi da fare affinché si realizzi è un crimine o una pazzia. Il miracolo della creazione – e la creazione è sempre un miracolo – sta oltre la sua esperienza emotiva.

La definizione, formulata da Schleiermacher, dell’esperienza religiosa come senso di dipendenza assoluta, vale anche per l’esperienza masochista in generale; e in questo sentimento di dipendenza il peccato ha una funzione particolare. Il concetto di peccato originale che pesa su tutte le generazioni future è caratteristico dell’esperienza autoritaria. Il fallimento morale, come qualunque altro genere di fallimento, diventa un destino che l’uomo non potrà mai evitare. Chi ha peccato una volta resta incatenato al suo peccato con catene di ferro. Le azioni umane diventano un potere che governa l’uomo rendendolo schiavo in eterno. Le conseguenze del peccato possono essere attenuate con l’espiazione, che però non elimina il peccato. Le parole di Isaia, “Anche se i tuoi peccati sono scarlatti, tu sarai bianco come la neve”, esprimono esattamente il contrario della filosofia autoritaria.

La caratteristica comune a tutto il pensiero autoritario sta nell’essere convinti che la vita è determinata da forze esterne all’io individuale, ai suoi interessi e ai suoi desideri. Si può trovare la felicità solo cercando la sottomissione a queste forze. L’impotenza dell’uomo costituisce il leitmotiv della filosofia masochista. Moeller van der Bruck, uno dei padri ideologici del nazismo, ha espresso il pensiero molto chiaramente. Scrive: “I conservatori preferiscono credere alla catastrofe, al fatto che l’uomo non possa nulla per evitarla, alla sua necessità e alla terribile illusione di cui soffre l’ottimista.” Altri esempi di questa stessa mentalità li troviamo negli scritti di Hitler.

Al carattere autoritario non manca la capacità di agire, il valore o la fede. È che queste qualità significano per lui qualcosa di completamente diverso da ciò che significano per le persone che non aspirano alla sottomissione. Perché l’azione del carattere autoritario è radicata in un sentimento profondo di impotenza, sentimento che cerca di annullare ricorrendo all’azione. Questo comporta la necessità di operare nel nome di qualcosa che sia superiore al proprio io. Questa entità superiore può essere Dio, il passato, la natura, il dovere, ma mai il futuro, ciò che sta per nascere, ciò che ha potere o la vita in quanto tale. Il carattere autoritario trova l’energia necessaria ad operare nell’appoggio a questo potere superiore, che non può mai essere sfidato o mutato. Ai suoi occhi, la debolezza è sempre un segno inconfondibile di colpa e di inferiorità, e se l’essere in cui il carattere autoritario crede comincia a mostrare debolezza, ecco che il suo amore, il suo rispetto si trasformano in odio e disprezzo. Ma può acquisire “potenza offensiva” e attaccare il potere costituito solo se prima si sottomette ad un altro potere più forte.

Il coraggio del carattere autoritario risiede essenzialmente nella sua capacità di sopportare il compito che il destino, o chi lo rappresenta, o il “leader”, gli ha assegnato. Soffrire in silenzio costituisce la massima virtù; al contrario, serve coraggio per far cessare, o almeno per attenuare, la sofferenza. Per il carattere autoritario, eroico non è mutare il destino, ma sottomettersi ad esso.

Il carattere autoritario mantiene la sua fede nell’autorità fintanto che questa è forte e continua a dettare ordini. In fondo, la sua fede è radicata nel dubbio e non è altro che un tentativo di dominarlo. Non ha una fede, se per fede si intende la fiducia nella realizzazione di qualcosa che esiste solo come semplice potenzialità. La filosofia autoritaria è sostanzialmente relativa e nichilista, per quanto spesso sostenga con forza di aver superato il relativismo, e a dispetto della sua dimostrazione di attività. È radicata nella disperazione estrema, nella carenza assoluta di fede, e porta al nichilismo e alla negazione della vita.

Nella filosofia autoritaria non esiste il concetto di uguaglianza. Il carattere autoritario può talvolta usare il temine uguaglianza in forma puramente convenzionale, o perché torna utile ai suoi propositi. Ma per lui non possiede né significato reale né importanza, visto che si riferisce a qualcosa che sta fuori dalla sua esperienza emotiva. Per lui al mondo esiste solo chi ha il potere e chi non ce l’ha; esseri superiori e inferiori. Spinto dai suoi impulsi sadomasochisti, conosce solo la dominazione e la sottomissione, mai la solidarietà. Per lui le differenze, che si tratti di sesso o di razza, non sono che segni di inferiorità o superiorità. Non riesce ad immaginare la differenza se non con queste connotazioni.

La descrizione degli impulsi sadomasochistici e del carattere autoritario si riferisce alle forme più estreme di debolezza e, pertanto, ai corrispondenti tratti estremi, diretti a superare questa debolezza per mezzo della relazione simbiotica con l’oggetto di culto o di dominio.

Tratto da: Erich Fromm, Die Furcht vor der Freiheit (Paura della Libertà). Traduzione di Enrico Sanna.

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