Felicità del Bambino Punito

bambini

Di Gesualdo Bufalino

Lo chiusero in una stanza per una colpa qualunque.

La prima cosa che fa è di chiudersi dentro a sua volta col chiavistello. Non intende correre il rischio di una remissione tardiva, di un’amnistia non voluta. Siano loro, gli altri, a restarsene fuori in castigo, esclusi dalla sua vita, suoi prigionieri senza saperlo…

Sbarra dunque la porta dietro di sé e un’esultanza furiosa gli affretta il sangue; la solitudine gli dà alla testa. È libero, finalmente, il podestà di tutto, il sovrano d’una nazione senza confini. La quale gli è famigliare e tuttavia ad ogni ora diversa: come le onde e le nuvole che, se le guardi, si rinnovano sempre…

La esplorerà passo passo, con la prudenza di un’avanguardia; ne censirà la popolazione di arredi e mobili al macero, balocchi smessi, tolette cosmiche in serbo per le prossime mascherate. Il suo progetto, se può chiamarsi progetto una mozione confusa, è di trasformare lo sgombero dei ricordi in una fiera delle meraviglie.

Ammira il veliero dentro la boccia. Un trealberi in miniatura, dipinto di rosso carminio, con l’anagrafe Maris Stella pennellata in nero sulla fiancata; completo di velame in entrambi i quartieri di poppa e di prua; buono ancora a orzare e a poggiare, se solo non fosse costretto in secca entro questo tranello di vetro, dopo tanta guerra di turbini… Il bambino misura col dito l’angustia dell’orifizio, la confronta attonito con la mole del bastimento e si sente il pensiero fuggire fra le dita come una sabbia.

Più in là è l’antico specchio a turbarlo, chiazzato di ruggine, sul quale s’affaccia a guardarsi. L’ovale, nella cornice di pampini, gli rimanda una fievole mescolanza di colori, il celeste della blusa, il pallore della fronte, l’avvampo delle labbra. E due occhi vi si spaventano, che una vicenda di palpebre ora ricopre ora svela.

“Io,” dice il bambino e si tocca, comincia a toccarsi in ogni punto del corpo, si ribattezza. “Fronte,” dice. “Occhi,” sorride. “Naso,” ride. Non ha fatto in tempo a saziarsi del gioco che già butta sullo specchio una pezza di stoffa a fiori e gli pare, accecandolo, d’essersi ucciso.

Che farà ora, dove lo dirige l’adorabile perplessità del suo passo?

Il primo viaggio è alla cassapanca del padre, com’è rimasta da che partì. Il bambino vi tuffa la mano a caso, ne cava la grande stampa delle grotte di Postumia, col turista minuscolo che s’aggira fra i pinnacoli e porta in mano una lampada da minatore.

Risfoglia i libri soliti, Col ferro e col fuoco, La bella argentiera, Il mistero del poeta… Su un quarto indugia, tentato. Sa che non deve aprirlo, ma lo trattiene chiuso fra le mani, ne carezza la copertina…

Un capriccio lo chiama altrove. Procede. Ritrova a terra, con le ante ripiegate come ali, il paravento di giornali incollati ch’era nella camera di sua sorella. Lo riapre, lo rimette in piedi a fatica, vi si nasconde dentro, non sa bene da chi. Attraverso uno strappo della carta l’occhio cerca senza trovarlo un persecutore o una preda che non esiste.

Non si scoraggia, per quel che rammenta gli è sempre piaciuto spiare. Gli torna nella memoria un’estate, nella casa di campagna vicino al fiume, e il silenzio meridiano sotto il gelso pieno d’uccelli. Che non facevano rumore nemmeno loro, fulminati dalla caduta. Più tardi, a sera fonda, sollevandosi a metà dal guanciale, avrebbe origliato i discorsi di suo padre e di sua madre, che parlavano nella camera accanto. Suo padre lo vantava a sua madre: diceva di una sposa regina, un giorno, e di terreni sott’acqua, e di un’immensa futura fortuna e sapienza e salute… La madre rispondeva di sì, e che sarebbe uscita il giorno di Pasqua a braccio della nuora regina, e tutti si sarebbero voltati a guardare…

Eccolo qui, il binocolo che fu l’estasi di una strenna dimenticata. Lo riaccomoda sull’occhio, lo manovra, ma dai bersagli vicini non s’accontenta. S’arrampica su una seggiola, finché la vista gli sporga oltre l’orlo del lucernario. L’oculare gli mostra un cielo già quasi di sera; laggiù la pianura, quel prato d’erba dove bruca un cavallo bianco; qui il paese, coi tetti, i fumaioli, il gesto quieto dei campanili verso la luna che nasce. Com’è maiuscolo un campanile attraverso una lente; e come s’impicciolisce se si gira il binocolo all’incontrario. Strana cosa, e meravigliosa, che niente al mondo persista in una dimensione assoluta; che tutto possa decrescere e crescere a piacimento, secondo il verso di una cannocchiale… Strana cosa, altresì, e meravigliosa, che una goletta possa passare per la cruna d’una bottiglia… Mentre, chissà quanto pare grande a una mosca la mano che s’avventa a schiacciarla sul davanzale; come pare sterminata a una formica l’ombra della scarpa che la minaccia…

Il bambino si sente vecchio in un mondo incommensurabile, teatro di forme e di età che s’accorciano e s’allungano senza ragione, e nel quale adulti e bambini non fanno che scambiarsi anni e parti. Moriranno gli uni e gli altri, alla fine, vestiti di nero, com’è morto suo padre, or è un anno.

Si sente vecchio, il bambino, eppure strabiliato e lieto di essere vivo. Lo attrae sull’intonaco una macchia scura: d’un ragno rattrappito, ucciso da un antico freddo, che si sfarina sotto il suo pollice. Da un cassetto socchiuso lo chiama un mazzo di carte paesane, due ne sceglie e ne sposa a comporre il trofeo d’oro d’un settebello. Scopre nel secchio bucato una fune di pozzo che vi lasciarono. Gioca un istante a impiccarsi, ma il nodo scorsoio gli si scioglie allegramente nel pugno. Gioca a bendarsi con un fazzoletto, a fingersi padrone di tappeti che volano, nostromo d’isole erranti, palombaro di pietre filosofali…

Non sa se con se stesso sta intrecciando una tresca o una sfida.

Torna allo specchio, lo riporta alla luce, lo appoggia dove la luce è migliore. Con mani brusche si spoglia, lascia piovere gli abiti in cerchio attorno ai piedi scalzati, rimane nudo, inerme, sparuto davanti al cristallo: a mirarsi, a toccarsi, a ribattezzarsi ancora una volta. Serio, stavolta, e con un cipiglio di eroica risolutezza. Si palpa le scapole, si conta le costole del poco torace, interroga col dito gli esangui bottoncini delle mammelle, l’incavo secco del ventre, il misterioso ombelico. Con improvviso spavento la mano gli corre a conoscere quella serpicina languida fra le gambe, il rosa del glande sbucciato…

È lui, o chi altri, che ha tolto il lucchetto? O come sono entrati tanti sciami di re magi, giocolieri, musicanti? Crepitano salamandre in un braciere di vampe, esitano su una cresta in bilico ricci di spuma, poi traboccano, piombano in tondo nel gorgo. L’allodola levata a volo già non si vede più…

Ora sette fanciulle da Saba gli portano l’Orsa Maggiore. Con loro Arlecchino, a dosso di mula, chitarre, conchiglie, un ventaglio…

Infine sua madre venne e lo chiamava dietro la porta.

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