Il Testimone

monolith

Di Margaret Atwood

Durante la prima epoca creammo gli dei. Li intagliavamo nel legno. Allora esisteva ancora il legno. Li forgiavamo con metalli lucenti e li dipingevamo sulle pareti dei templi. Erano dei di tanti generi, e c’erano anche dee. A volte erano crudeli e bevevano il nostro sangue, ma dopotutto ci davano la pioggia e il sole, i venti favorevoli, buoni raccolti, bestie feconde e tanti figli. A quei tempi c’era un milione di uccelli che volavano sopra di noi, e un milione di pesci che nuotavano nei nostri mari.

I nostri dei avevano le corna sulla testa, o le lune, o pinne di foca, o becchi d’aquila. Li chiamavamo gli Onniscienti, e li chiamavamo gli Splendenti. Sapevamo che non erano orfani. Odoravamo la terra in cui rotolavamo, i succhi che correvano giù per il nostro mento.

Durante la seconda epoca creammo il denaro. Anche il denaro era fatto con metalli lucenti. Aveva due facce. Su una faccia c’era una testa mozzata, quella di un re o di qualche altra persona importante, mentre sull’altra faccia c’era qualcos’altro, qualcosa che ci desse conforto. Un uccello, un pesce, un animale con la pelliccia. Questo era tutto quello che restava dei nostri dei. Il denaro aveva una forma piccola, e tutti potevamo portarne un po’ con noi tutti i giorni, il più possibile vicino alla pelle. Questo denaro non potevamo mangiarlo, né indossarlo, né potevamo bruciarlo per scaldarci. Ma poteva essere scambiato per tutte queste cose come per magia. Il denaro era misterioso, e noi ne avevamo un rispetto reverenziale. Se ne avevi abbastanza, dicevano, potevi anche volare.

Durante la terza epoca il denaro divenne un dio. Era onnipotente e incontrollabile. Cominciò a parlare. Cominciò a creare per conto suo. Creò il lusso e la carestia, i canti di gioia, il pianto. Creò l’avidità e la fame, che poi erano le sue due facce. Cominciò a mangiare le cose. Mangiava intere foreste, e raccolti e la vita dei bambini. Mangiava eserciti, navi e città. Nessuno riusciva a fermarlo. Possederlo era un segno di grazia.

Durante la quarta epoca creammo i deserti. I nostri deserti erano di vari tipi, ma avevano tutti una cosa in comune: non ci cresceva nulla. Alcuni erano fatti di cemento, alcuni erano fatti con veleni diversi, e alcuni altri di terra secca. Creammo questi deserti guidati dal desiderio di possedere sempre più denaro e perché la sua mancanza ci gettava nella disperazione. Subimmo guerre, piaghe e carestie, ma non perdemmo mai la smania di creare deserti. Alla fine tutti i pozzi erano avvelenati, tutti i fiumi erano un letto di sporcizia, tutti i mari erano morti. Non era più rimasta terra per coltivare il cibo.

Alcuni di noi, i saggi, cominciarono a contemplare i deserti. Una pietra posata sulla sabbia al tramonto, dicevano, può essere molto bella. I deserti erano puliti, non c’erano erbacce, né animaletti che strisciavano. Se stai nel deserto abbastanza a lungo, puoi capire l’assoluto. Il numero zero era sacro.

Voi che siete arrivati qui da un mondo distante, qui su questa battigia rinsecchita, a questo betilo, a questo cilindro di ottone, in cui io lascio la memoria dei nostri ultimi giorni…

Pregate per noi che un tempo, anche noi, pensavamo di poter volare.

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