Limes

Ovvero, come Roma inghiottì il virus

limes

Di Indro Montanelli e Roberto Gervaso

Augusto, per dare una unità difensiva al suo Impero, era andato alla ricerca delle cosiddette “frontiere naturali”, e le aveva trovate soprattutto in tre grandi fiumi: l’Eufrate, il Danubio e il Reno. Ma nei punti in cui si era dovuto varcarli per annettere e presidiare qualche zona al di là, si era costruito un limes, cioè un confine fortificato.

Basta considerare l’estensione di questo Impero euro-asiatico-africano, per rendersi conto che doveva trattarsi di un’opera gigantesca. E infatti non fu decisa né realizzata da un uomo solo, e nemmeno da due o da tre. Fu il risultato del lavoro di molte generazione, e non fu mai portato a compimento perché ogni poco, per esigenze di guerra o ragioni di sicurezza, il limes doveva essere spostato, e bisognava ricominciare tutto daccapo.

Nato non da un “piano” dello Stato Maggiore, ma dalle necessità tattiche e strategiche delle singole guarnigioni, esso non era dappertutto il medesimo. Ma certi criteri fondamentali li seguiva dovunque. C’erano anzitutto degli avamposti, muniti di fossati, di bastioni di terra battuta, di palizzate e di torrette di osservazione. Poi venivano gli accampamenti, che non erano più di tende, come quando le legioni erano state all’offensiva e animate da uno spirito di conquista, ma di pietra e calcina: cioè si stavano lentamente trasformando in veri e propri villaggi, sia pure soltanto militari. Molto più indietro c’erano i grandi accantonamenti, dove bivaccava il grosso delle varie armate, pronte ad accorrere sul punto minacciato del limes.

Al momento in cui Adriano perfezionò questo sistema col famoso “vallo” che doveva proteggere l’Inghilterra romanizzata dalle bellicose tribù scozzesi, il limes era ancora organizzato più per la sorveglianza che per la difesa. C’erano dei posti di guardia, c’erano delle caverne; ma non c’erano dei fortilizi veri e propri predisposti per lunghi assedi. Tutto era calcolato per garantire un certo margine di sicurezza a un esercito in sosta, ma di cui si supponeva che avrebbe ripreso la marcia più in avanti. Fu quando alla marcia definitivamente si rinunciò, che fortilizi si trasformarono pian piano in cittadelle e le cittadelle in burgi, in borghi. E questa trasformazione, lenta e sincopata da momentanee riprese di programmi offensivi, ma continua, era il sintomo dell’arteriosclerosi di un Impero che si faceva sempre più conservatore e sedentario.

Infatti il limes, proprio come la sua quasi coetanea Grande Muraglia e tutte le altre Maginot di tutti i tempi, dimostrò subito la propria inadeguatezza al compito. Al tempo di Commodo, i Pitti, calati dalla Scozia, lo scardinarono. Erano dei barbari che la civiltà non aveva ancora nemmeno scalfito. Cacciatori nomadi senza il più piccolo rudimento di agricoltura, mangiavano ancora la carne cruda, tenevano in comune le donne, e combattevano nudi, cioè coperti soltanto di mostruosi tatuaggi che riproducevano belve feroci. Ci volle la spietata energia di Settimio Severo per infliggergli un castigo. Ma il vallo era in rovina. E si era appena ai primi del terzo secolo.

Pochi anni dopo erano i Franchi e gli Alemanni che aprivano una falla sul Reno e devastavano settanta città della Gallia. Le orde gotiche lo sfondavano sul Danubio. Ma è inutile cercar di seguire cronologicamente le violazioni che si susseguivano. Quello che importa è segnalare le conseguenze che tutto questo comportò.

La “fortificazione”, prima che un’opera d’ingegneria militare, è uno stato d’animo che nemmeno la prova provata della sua inadeguatezza riesce a distruggere. Un popolo reso conservatore dal benessere, e cittadino e sedentario dalla civiltà, comincia ad accarezzare il sogno della sicurezza, e per realizzarlo, non potendosi più affidare alle proprie virtù militari, si affida alla Tecnica. Più frequenti si facevano i raid dei barbari, più larghe le brecce nel limes, e più nei romani si sviluppava il mal della pietra per tappare i buchi. Senonché, siccome era ormai chiaro che nemmeno il limes meglio fortificato poteva reggere, a quello di frontiera cominciarono ad aggiungersi quelli dell’interno, ogni città mirando a costruirsi il proprio e a provvedere a se stessa.

Gli architetti diventarono i professionisti più ricercati e i personaggi più importanti di quel periodo. L’Imperatore Gallieno colmò di favori e di quattrini Cleodamo e Ateneo cui aveva commissionato le mura di cinta delle città danubiane particolarmente minacciate. Nei consigli municipali dei vari centri urbani, grandi e piccoli, l’assessorato all’edilizia era la carica più importante e ambita anche perché era quella che aveva più fondi a disposizione. Verona, porta settentrionale della penisola, proprio in questo momento sviluppò i suoi splendidi bastioni. E le mura esterne di Strasburgo nacquero prima della città che si sviluppò dentro di esse, come dentro una culla, in un’isola fortificata del fiume Ili. Roma stessa cominciò a fortificarsi. E furono le corporazioni urbane che fornirono la manodopera.

Questo genere di edilizia provocò un fenomeno nuovo: l’autonomismo delle varie città. Nel nome e nella legge di Roma, quando Roma era forte, cioè fino a dopo tutto il secondo secolo dopo Cristo, i particolarismi cittadini o non erano insorti, o erano stati debellati. L’Impero aveva impedito la formazione di quelle città-stato che, chiuse in se stesse e incapaci di formare una nazione, erano state la disgrazia della Grecia. Non si era cittadini di Napoli o di Firenze o di Marsiglia o di Magonza. Si era cittadini romani, e basta. Come non avevano mura perché le legioni bastavano a difenderle e davano a tutti la sicurezza, così queste città non avevano autonomia né politica, né amministrativa, né spirituale. Vi si osservava la stessa legge, vi si parlava la stessa lingua, vi si andava fieri dello stesso stato. Le fortificazioni che cominciarono a circondarle per ragioni di autodifesa furono insieme la plastica prova della rottura di questa unità e una delle cause fondamentali che la determinarono. Il limes cominciava a spezzettarsi in limites. E dentro di essi si sviluppavano dei mondi sempre più indipendenti l’uno dall’altro.

A questa evoluzione si aggiunse, favorendola, quella dell’esercito, che vi diede un apporto decisivo.

Come struttura, esso conservava ancora quella che, con le loro riforme, gli avevano dato Diocleziano e Costantino. Essi avevano separato una volta per sempre la carriera civile da quella militare che un tempo erano confuse in una sola. Nella Roma repubblicana e anche in quella augustea coloro che ricoprivano cariche politiche e amministrative in tempo di pace erano anche coloro che in tempo di guerra ricoprivano i gradi militari. L’edile, il pretore, il questore, il console diventavano, in caso di mobilitazione, capitani, maggiori, colonnelli, generali. Ed era naturale perché l’esercito era composto unicamente di cittadini, e ogni cittadino era un soldato che, fin quando non lo richiamavano alle armi, si considerava in congedo provvisorio.

Ma ai tempi di Diocleziano e Costantino le cose erano cambiate, anzi si erano capovolte. Il cittadino non era più soldato, e non voleva farlo. Categorie sempre più numerose e larghe erano state esentate dal servizio militare, e l’esercito ormai si riforniva quasi esclusivamente di barbari. “Sono partiti coi barbari” dicevano le mamme dei loro figli richiamati in servizio militare. E la cinquina si chiamava “fisco barbarico”.

Era naturale che, se il cittadino non coincideva più col soldato, nemmeno l’ufficiale potesse coincidere più col funzionario. E quindi la separazione delle due carriere l’avevano già imposta i fatti. Ma i due imperatori, di sangue barbaro anch’essi, non si fermarono a questa riforma, giù di per sé molto grave perché praticamente metteva gl’imbelli e disarmati cittadini dell’Impero sotto la protezione di una milizia straniera. Essi anche divisero l’esercito in una “armata di campagna” (comitatenses) e in un “corpo territoriale” o di guarnigioni di frontiera (limitanei).

Queste ultime, godendo di una quasi assoluta inamovibilità, avevano messo radici sul posto, vi avevano ricevuto terre, i soldati si erano sposati con ragazze indigene, erano diventati a loro volta piccoli coltivatori diretti, e oramai costituivano una specie di milizia contadina, che dal punto di vista militare non valeva un granché. Ma così si era venuta a formare proprio a ridosso del limes una specie di “terra di nessuno”, abitata da una strana popolazione che, a furia di matrimoni misti, non si sapeva più cosa fosse. Quella che avrebbe dovuto essere la “cortina di ferro” dell’Impero, la sua “Grande Muraglia” era in realtà una zona d’incontro fra barbari e romani. E perfino la lingua che vi si parlava era qualcosa di mezzo fra il barbaro e il romano, un dialetto mescolato di latino e di tedesco.

Dietro, l’armata di campagna non era in condizioni diverse. Essa aveva attinto alla grande esperienza romana i criteri strategici e tattici, il culto della disciplina e la ripartizione in legioni. Ma tutto il resto era cambiato, perché erano cambiati gli uomini che la componevano, tutti di razza germanica. Essi non somigliavano più in nulla all’antico legionario di Roma, tozzo e bruno, con la corazza e lo scudo rettangolare. Il corto gladius aveva ceduto il posto alla lunga spatha, e già apparivano le picche che di lì a poco si sarebbero tramutate in lance. La cavalleria era enormemente cresciuta a spese della fanteria, e aveva adottato come arma d’offesa l’arto ricopiato sul modello dei Parti, e come mezzo di difesa il catafratto, cioè la corazza di maglie di ferro.

Essa ricopre ora uomini di ben diverso aspetto, alti e biondi, con occhi azzurri in cui si alternano espressioni di innocenza e di ferocia. Il loro grido di guerra si chiama “barrito” come quello dell’elefante, e gli somiglia per la sua violenza. Invece del gagliardetto, hanno per vessillo un dragone gonfio d’aria e fissato in cima a una picca. Sono bei soldati, che uccidono e muoiono con la stessa facilità. Ma è difficile maneggiarli perché si rifiutano alla manovra. Se un avversario li provoca, escono dai ranghi per andare ad affrontarlo di propria iniziativa, e non rispettano altro legame di fedeltà che quello verso il loro capo. L’idea di patria, di Impero, di Stato, di disciplina e di regolamento è loro del tutto estraneo. Hanno insomma i caratteri tipici del mercenario. E infatti si considerano una milizia personale del loro comandante, il quale a sua volta li considera un suo personale comitatus, come lo sono stati fino all’ultima guerra i comitagi jugoslavi che ne derivano. Molti fra gli stessi generali non sapevano il latino. Andavano vestiti secondo la loro foggia barbarica, le gambe fasciate di pelli, la testa incappucciata di corna.

Erano cittadini romani, da quando Caracalla aveva reso tali tutti gli abitanti dell’Impero. Ma venivano da province di fresca conquista, balcaniche e tedesche, che non avevano ancora assorbito la civiltà romana. La mancanza di cultura impediva loro qualunque “carriera” civile. Era solo attraverso quella militare che potevano farsi largo, e già nel terzo secolo l’avevano completamente monopolizzata.

Le cosiddette “invasioni barbariche” furono dunque, prima che un fenomeno esterno, un fenomeno interno, che si compì attraverso l’esercito.

Ora quest’esercito, cui era affidata la difesa del limes, si trovava a proteggerne l’integrità contro popolazioni di cui si sentiva consanguineo e di cui conosceva la lingua, le idee e i sentimenti meglio di quanto non conoscesse la lingua, le idee e i sentimenti romani. Non si può dire che patteggiasse regolarmente col nemico. Ma molto spesso s’intendeva con esso in modo da renderlo amico. La “cortina di ferro” non era sempre tale per quelli che ne stavano al di là. Molti l’attraversavano più o meno clandestinamente, si presentavano agli accampamenti romani e, trovandoli pieni di parenti, chiedevano di essere arruolati. I generali dell’Impero li accoglievano volentieri perché non avevano molta disponibilità di uomini e, indipendenti com’erano dal governo centrale, potevano praticamente fare quel che volevano. Così l’esercito di Roma sempre più diventava di sangue tedesco. Sulla fine del terzo secolo, questa pacifica osmosi, da individuale, si trasformò in collettiva. Alcune tribù germaniche al di là del limes, ormai convertite all’agricoltura, chiesero in blocco di essere ammesse in Gallia, cioè in Francia. E le autorità imperiali diedero loro da bonificare alcune terre abbandonate. Essi conservavano i loro usi, la loro lingua, e una certa autonomia amministrativa. Ma politicamente dipendevano da un prefetto romano, cui pagavano le tasse e fornivano un contingente di reclute. L’esperimento riuscì.

A distanza di secoli, molti storici hanno creduto di vedere in questo processo un vasto e abile piano, da parte di Roma, per assorbire e incivilire i barbari. Ma son ragionamenti suggeriti dal senno di poi. La verità è che gl’imperatori lo accettavano perché nella maggioranza dei casi non potevano far altro. Tuttavia questa politica di appeasement e di assorbimento aveva il vantaggio di legittimare in maniera decente l’inevitabile, lasciando intatta, almeno formalmente, la sovranità imperiale che i barbari, varcando il limes, riconoscevano, anche se poi ogni tanto con le loro ribellioni la violavano. Ed è probabile che col tempo questa integrazione si sarebbe realizzata e che il mondo barbarico si sarebbe pacificamente inquadrato nelle complesse e civili strutture di Roma, se gli Unni non si fossero mossi dalla loro Mongolia o, una volta penetrati in Cina, vi fossero rimasti. Il loro avvento in Europa sconvolse ogni cosa rendendo febbrile, tumultuosa e distruttrice l’alluvione barbarica al di qua del limes.

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