L’epidemia della Medicina Moderna

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Di Elio Rossi

Vorrei iniziare con qualche semplice riflessione che mi ha indotto una lettura del lavoro di Silja. Quando ho studiato pediatria, più di 20 anni fa, chiedevamo alle donne di tenere il bambino a pancia in giù durante il riposo perché si rischiavano complicazioni respiratorie in caso di rigurgito. Sono passati 20 anni e ora si invitano i bambini a dormire sulla schiena, perché altri studi più recenti hanno dimostrato che esistono difficoltà respiratorie nel bambino che dorma coricato sulla pancia.

In altre parole: a seconda della fase storica, la soluzione proposta è differente. La scelta della madre dipende dalla fase che la medicina sta attraversando. E tutto questo è spesso proposto con un alone di scientificità a seconda dell’emergere di studi scientifici ulteriori: si tratta, in sostanza, di una verità variabile.

Credo che queste esperienze quotidiane facciano parte di quella che Ivan Illich chiamava l’epidemia della medicina moderna, cioè di quanto la medicina moderna e il suo sistema creino patologie anziché risolverle; quanto il sistema in sé generi sofferenza e ansia e rappresenti almeno una concausa nello sviluppo della sofferenza.

Vorrei a questo proposito citare qualche altro esempio tratto dalla quotidianità: fino a poco tempo fa, se una donna in menopausa non prendeva una terapia ormonale sostitutiva (TOS) significava che era ignorante della possibilità terapeutica.

Questo è il messaggio che la medicina fa passare. Che ci sia una menopausa e che questa venga anche sofferta e vissuta non ha nessun significato. Più recentemente nuovi studi hanno dimostrato che non era così vero che la TOS evita l’osteoporosi, che non è così vero che protegge dalle malattie cardiache e quella che rappresentava il mito dell’eterna giovinezza, la possibilità del non invecchiamento, è diventata in seguito solo un’opzione che qualcuno può proporre e che viene ora messa in discussione nei suoi aspetti fondamentali.

Talora le conquiste apparenti della medicina moderna dipendono da fattori che solo parzialmente hanno a che fare con il sapere medico. Uno di questi casi è il ruolo che avrebbero avuto le vaccinazioni nella scomparsa delle malattie acute epidemiche. Esistono tabelle vecchie di una cinquantina d’anni che dimostrano come il tetano e la polio fossero in calo prima della introduzione della vaccinazione a livello di massa. Nel caso dell’epatite si è arrivati alla vaccinazione di massa anti-HBV in una fase in cui la malattia era complessivamente in regresso, a partire dall’inizio degli anni ’80 (ma lo erano anche le altri tipi di epatiti, non solo la B contro cui ci si vaccina, ma anche quelle da virus A e C – allora Non A-Non B – contro cui non esisteva vaccino alcuno) grazie all’introduzione di semplici misure di prevenzione, a partire dalla trasfusione come sistema di cura, dall’impiego di materiale monouso, dello screening dei donatori e così via.

Un altro dato che vorrei sottolineare, e che si riaggancia a quanto detto in precedenza,  è che esiste oggi, in campo sanitario, un sistema che anche economicamente è sempre più insopportabile, insostenibile non solo per i paesi del sud del mondo, ma anche per noi paesi occidentali e che si può formulare in questo modo: esiste un sistema medico-sanitario che genera l’esigenza attraverso l’induzione di ansia e paura verso una certa patologia, genera un bisogno, forte, al quale si risponde con un medicinale che proprio perché si ritiene indispensabile, la gente richiede poi a tutti i livelli.

Fino a venti anni fa l’osteoporosi, per esempio, era una malattia considerata secondaria, anche se con possibili gravi conseguenze: oggi una donna che non fa una mineralometria a 50 anni è ormai una pecora nera. L’osteoporosi è una malattia che è generata da vari fattori, tra cui certamente c’è la sedentarietà delle persone, ma assume rilievo anche a partire dall’incontro fra la disponibilità della terapia ormonale sostitutiva, la TOS, la possibilità che questa riduca in qualche modo l’osteoporosi, che è, almeno fino a un certo punto, fisiologica e normale a una certa età, e il desiderio delle case farmaceutiche di lanciare sul mercato il prodotto e realizzare i più alti profitti. In breve, si è prodotto un sistema (sanitario) in cui si crea un bisogno, perché si ha pronta una risposta farmacologia. La scoperta della risposta in molti casi genera la domanda.

Nel 1994 la quarta, credo, causa di morte dopo gli incidenti, i tumori e le malattie cardiovascolari negli Stati Uniti erano gli effetti da farmaci: ciononostante la crescita del consumo farmacologico nei paesi del mondo varia dal 2 al 15% a seconda dei paesi (ma anche delle regioni, in Italia), anche perché i farmaci inducono reazioni avverse che portano alla necessità di altri farmaci in un meccanismo a spirale. Forse questo è il castigo che ci spetta.

Un aspetto importante che produce l’incremento costante del ricorso ai farmaci è l’atteggiamento fondamentalmente di tutela legale da parte del medico: l’antibiotico che il medico prescrive è motivato, in un’alta percentuale dei casi, da una decisione di tipo legale, cioè per evitare l’errore e il rischio di incorrere in rivalse sul piano economico assicurativo da parte del paziente. In Italia sono 12000 le cause intentate ai medici ogni anno, a dimostrazione di una fiducia da parte del paziente che viene sempre meno.

Io mi occupo di medicina naturale ed esistono anche qui situazioni di difficoltà: esiste anche una metodologia di prescrizione delle medicine cosiddette naturali che se sono sottratte al contesto culturale in cui sono nate, cresciute e sviluppate diventano soltanto una brutta copia della medicina convenzionale.

Diceva Illich: «Non suggerisco nessuna forma specifica di assistenza per la salute o al malato, né propongo una nuova filosofia o medicina, come, tanto meno, non raccomando correttivi per la tecnica e l’assistenza sanitaria. Propongo una visione alternativa all’uso dell’organizzazione della tecnologia medica e quindi con una risposta alla burocrazia e alle illusioni che la medicina genera».

Io credo, invece, che per chi lavora all’interno del sistema sanitario sia importante confrontarsi quotidianamente con questa situazione e sforzarsi di trovare risposte concrete e sostenibili a queste problematiche, avendo sempre chiara la necessità che lo studioso si occupi di tracciare il quadro generale ma anche di dare delle indicazioni, di analizzare e trovare soluzioni ai problemi che noi non riusciamo a risolvere.

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