Zeffiro

Zeffiro

Di Enrico Sanna

Questo brano è preso dall’ultima roba che sto scrivendo. Sono alle ultime pagine. Come tutto quello che scrivo, è un esperimento. Ogni volta penso che la prossima sarà meglio.

Ma cosa significa meglio? Non so spiegarlo se non parlando, vagamente, di armonia. Nel senso di colori, di forme, di suoni. Di ritmi e di melodie. Di pennellate e di odori. Di sinestesie. Per quanto possa sembrare strano, per me un libro è tutte queste cose. Anche niente.


“Noi dicevamo sempre che è povera la casa che ha un uomo frettoloso, signor Coso,” disse Stella. “Come si chiama?”

“Il mio vero nome è Asdrubale,” disse Yoruba.

“Ma poi c’è un grande cielo, lassù in alto,” disse la signora Maria.

“E un grande albero quaggiù in terra,” aggiunse Stella.

“E io ho fatto lo stufato per cena,” disse la signora. “Cos’altro potevo fare con quel cielo?”

“E quell’albero,” disse Yoruba.

“E quell’albero, sì,” disse la signora. “Mi stavo dimenticando.”

Una ruga per Stella. Nel posto giusto. Giustamente approfondita. Con l’angolo giusto, né troppo né troppo poco. Compare solo al momento giusto. Se non fosse esistita davvero, avrebbero dovuto costruirci Stella tutto attorno. Stella era una di quelle donne che vengono al mondo così, per incontrare qualcosa.

“Allora dobbiamo aspettare qui a quando arriva la cena,” disse Stella. “Che noia. Non c’è un modo per passare il tempo? Son finite le legnaie.”

“È finito anche il diario di Yoruba,” aggiunse la signora Maria. “Niente da scrivere. Niente miracoli. Niente. È finito il libro.”

“Solo noia,” disse Stella. “Noia e uno stufato, però. L’ultimo stufato, ma uno stufato.”

Un cane stava ululando al suono delle campane. Succedeva tutti i giorni. E sempre alla stessa ora. Le campane attaccavano e il cane partiva. Den dan! Aùùù!

“Il cane di Greta,” disse la signora.

“Lo fa sempre,” disse Yoruba. “Si sente anche di là. No, solo dalla finestra piccola. Strano. Mica dà da quella parte. Forse la voce rimbalza.”

“Sì, lo fa sempre,” confermò Stella. “A quest’ora, poi. Mica a mezzogiorno o alla messa delle sette. Solo a quest’ora.”

Le campane stavano richiamando i fedeli ad una scettica preghiera. Il cane invitò fiduciosamente a schivare il crimine dell’abitudine.

“Il sole va giù, gli uccelli si preparano per andare a nanna, Maria si fa la croce. E le campane suonano. Non è mica difficile da capire.”

“Il cane di Greta o il cane del fabbro?” chiese Yoruba, improvvisamente in ansia.

“Di Greta,” confermò Stella. “Di Greta. E basta.”

sidebar libri

Era un dato di fatto, confermato ogni pomeriggio alla stessa ora, che allo scetticismo delle campane si accompagnasse la fiducia del cane. Sembravano due vecchi in una guerra di vicinato. Eppure, se ci pensate, l’una parte non era fatta che per l’altra. Senza la fiducia, lo scetticismo si sarebbe consumato in una pozzanghera di desolazione. E senza lo scetticismo delle campane, la fiducia del cane sarebbe stata una semplice frase ad effetto.

“Ha anche i peperoni?” chiese Yoruba.

“Due,” disse la signora Maria. “Hai visto il tetto?”

Yoruba guardò il tetto.

“Io vado a mettere via questa scopa,” disse Stella. “Accendo il fuoco, così m’inzozzo le manine da signorina.”

“Pioverà mica dentro?” chiese Yoruba.

“Fa tratratrà,” spiegò la signora.

“Come?”

“Il vento.”

“Sopra?”

“Sopra la porta.”

Yoruba andò a prendere qualcosa. Tornò con una sedia. Gli occhi di Stella volarono accanto allo stipite.

“Embè?”

“Dice che…” disse Yoruba.

“È quel coso,” spiegò la signora.

Spuntò Stella masticando pane.

“Ah sì?” disse. Guardò su a bocca aperta e rise. Poi tacque. Poi rise ancora, ma solo un poco. “Che grande! Sembra un coso per fare ombra.”

Yoruba frugò variamente tra le tegole.

Il sole andò a morire dietro due querce.

Un uomo marciò nel vicolo e approdò sullo steccato con i gomiti. Una giacca gli pendeva da un lato come una bandiera morta.

“Oilà, Zeffiro,” disse la signora Maria. “Guarda chi è arrivato, Stella.”

Stella uscì correndo dalla cucina. Vapori di stufato cercarono di andarle dietro per un tratto.

“Vieni dentro, Zeffiro,” disse la signora, e sventolò una mano. “Vieni. Passa dal cancello. Vieni dentro.”

Stella corse allo steccato. Guardò Zeffiro che faceva il giro e entrava dal cancello aperto.

“Ciao, Zeffiro,” disse. “Vai in giro?”

“Un po’,” disse Zeffiro.

“Hai cenato?” chiese la signora.

“Hai cenato, Zeffiro?” chiese Stella.

“Sì,” disse Zeffiro.

“Sicuro?” chiese la signora.

“Eh, un po’,” disse Zeffiro.

La signora Maria guardò il cielo che perdeva colore. Due tordi della classe povera stavano cenando a fichi acerbi. Un gatto comparve all’improvviso.

“Ti porto lo stufato,” disse Stella. “Tu stai qui. Ti piace lo stufato? Siediti qui, Zeffiro. Te lo porto subito.”

Zeffiro si fermò ad osservare l’uomo sul tetto. Era un essere immenso. Gli appariva come la visione di una statua potente.

“Ha fatto il cattivo,” spiegò la signora.

“Cattivo?” chiese Zeffiro.

“Eh! Ha fatto arrabbiare e allora l’abbiamo messo lì su.”

Yoruba tornò a terra in una gloria di polvere. Zeffirò fissò negli occhi il prodigio venuto dall’alto. Dopo lungo tempo disse:

“È vero che hai fatto il cattivo?”

“Ti piace lo stufato?” chiese la signora.

Stella avvolse la ciotola con lo stufato in un panno e aggiunse un pezzo di pane. Zeffiro disse:

“Mangiare è di molto bello. C’è chi dice che chi mangia fa peccato ma io non ci credo mica, signora. Non c’ho mai creduto. La mamma dice che chi mangia va dritto in cielo. Mi dice anche: mangia che poi ti crescono i baffi. Buffo, vero? Ma io mangio mangio ma mica mi crescono, i baffi. No no.”

Fece il pendolo con l’indice.

“Qui ti ho messo un po’ di stufato,” disse Stella. “Oh, ti ho messo anche il pane. È fresco, eh. Fresco di questa mattina.”

Zeffiro prese il fagottino e lo tenne davanti a sé. Stella disse:

“Bella questa camicia.”

Zeffiro uscì con lo stufato tra le mani che sembrava un re magio. Stella corse allo steccato.

“Poi torna, eh! Torna domani. Anche la mattina. Non importa. Torna quando vuoi, Zeffiro.”

Pianse di nascosto.

Poi andarono a cenare.

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