Desco e Giaciglio

vele

Di Theodor W. Adorno

Quando due persone, per quanto miti, cortesi e educate, divorziano, sembra quasi che si alzi una nuvola di polvere che ricopre, invade e altera le tinte di tutto ciò con cui entra in contatto. È come se la sfera dell’intimità, la fiducia ingenua e spensierata della vita comune, si fosse tramutata in una sostanza perniciosa e venefica, quando si sono spezzate le relazioni su cui si fondava.

L’intimità fra due esseri umani è fatta di indulgenza, sopportazione, rifugio delle idiosincrasie individuali. Se viene portata allo scoperto, vi si manifesta subito un elemento di debolezza, e nel caso del divorzio questa estroversione è inevitabile. Essa si impadronisce dell’inventario della familiarità. Cose che erano state, un tempo, segni di premura affettuosa, immagini di conciliazione, si rendono improvvisamente autonome come valori e mettono in mostra un lato cattivo, freddo e funesto. Si vedono professori irrompere, dopo la separazione, nell’appartamento della moglie, per trafugare qualche oggetto dalla scrivania, e signore ben fornite di mezzi denunciare i loro mariti per irregolarità fiscale.

Se il matrimonio rappresenta una delle ultime possibilità di formare nuclei di umanità nell’universale inumano, l’universale si vendica, nella sua dissoluzione, impadronendosi di ciò che pareva doversi sottrarre alla sua giurisdizione, assoggettandolo agli ordinamenti estraniati del diritto e della proprietà, e facendosi beffe di coloro che si illudevano di esserne immuni. Proprio di ciò che era stato gelosamente protetto e custodito diventa il simbolo crudele dell’esposizione.

Più i coniugi erano stati, a suo tempo, generosi e “signorili” nei loro rapporti reciproci, meno avevano pensato in termini di possesso e di obbligazione, e più orribile e vergognosa è l’umiliazione che li colpisce. Poiché è proprio nell’ambito di ciò che non è giuridicamente definito che attecchiscono le liti, le diffamazioni, il conflitto senza fine degli interessi.

Tutto il fondo oscuro su cui si eleva l’istituzione del matrimonio, il potere barbarico del marito di disporre dei beni e del lavoro della moglie, la repressione sessuale non meno barbarica che obbliga l’uomo, almeno in linea di principio, ad assumersi la responsabilità, vita natural durante, di quella con cui gli ha fatto piacere di passare una notte, tutto ciò viene fuori dagli scantinati e dai basamenti quando la casa viene demolita.

Coloro che avevano sperimentato, un giorno, la buona universalità nella limitazione dell’appartenenza reciproca, sono ora costretti dalla società a giudicarsi a vicenda delle canaglie, e ad apprendere che assomigliano all’universale della volgarità illimitata che li circonda. L’universale si rivela, in occasione del divorzio, come il marchio d’infamia del particolare, poiché il particolare, il matrimonio, non è in grado di realizzare, in questa società, il vero universale.

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