A Muntagna

mannajuolo

Di Enrico Sanna

Tema: La montagna.

“Gesù Gesù, vai a Napoli? Quando vai fai una cosa. Tu apri la finestra e guardi e vedi a Muntagna. Ovunque stai. Arape e vide a Muntagna.”

Il suo nome era una sorta di marchio di fabbrica di Napoli. Si chiamava Ciro Esposito. Ci eravamo conosciuti a Roma, estrema periferia nord, dopo Pineta Sacchetti, dopo il San Filippo, dopo l’Ottavia. Io mandato a Napoli e lui… non mi ricordo dove. Non so se lui volesse andare a Napoli. Non mi pareva che ci tenesse. Ma quando gli dissi che mi mandavano a Napoli, mi raccomandò di guardare a Muntagna. Così chiamava il Vesuvio, forse da un verso di una canzone che dice “Quant’è bella a Muntagna stanotte. Bella accussì nunn’a aggio vista maie.”

Io butto le valigie nel deposito bagagli della Termini e me ne vado in giro per Roma. Prendo un caffè e un trancio di pizza rossa. Poi un trancio di pizza bianca e un altro caffè. Poi qualcosa da bere. Fa caldo. Giro a piedi.

Frugo nelle tasche. Sbianco.

“Dove minchia ho messo la ricevuta?”

Non trovo la ricevuta del deposito. Cerco e cerco. Poi la trovo. Era nel taschino dell’orologio. Allora facevano ancora i pantaloni con il taschino per l’orologio.

“La metto qui, così non si perde.”

Così dico mentre la infilo nel taschino. E infatti non si perde. Ma neanche riesco a trovarla. Chi si ricordava più di quel taschino? Allora c’erano questi jeans con questo taschino minuscolo sul davanti. Con il tempo, e forse perché nessuno ci metteva più l’orologio, il taschino si era come atrofizzato. Ci potevi mettere sì e no un paio di gettoni telefonici. O una moneta da cento. La moneta poteva sempre servire. Potevi pagare l’ultimo tram o due crocchette, delle due una.

Poi sono arrivati i cellulari, qualcosa tipo un’era geologica dopo, e non avevi più bisogno del gettone. E chi va più in giro con una moneta da cento lire? Nessuno. E questo è un male. Con cento lire de fero conoscevi il mondo come neanche centomila euro sbrilluccicanti possono fartelo conoscere.

Una volta con cento lire ho fatto amicizia con un tipo olandese che viveva, credo, dalle parti di Santa Maria Novella, a Firenze. Intendo la stazione, non la chiesa. Tipo con la barba, biondiccio, occhi azzurri. Molto colto. Dalle parti delle stazioni trovi gente vestita da bazar che ti spiega Kant come a scuola nessun professore è mai riuscito a spiegartelo. Credo che questo olandese fosse un ingegnere. Parlammo in inglese per un bel po’ di tempo.

Le stazioni ferroviarie sono universi che aspettano quelli che vanno di corsa. Possono permettersi di stare fuori da tutto perché contengono tutto. Le stazioni ferroviarie sono il mondo in un tubetto. Come il concentrato. Hanno una pessima fama perché riproducono il mondo in scala ridotta. E la gente non vuole saperne del mondo. Non vuole che gli venga spiattellato tutto intero. Qualche pastarella ogni tanto, magari.

Ma torniamo a Roma.

Un mio amico si era preso una cotta per una tipa che stava dalle parti della Termini. Lei era sempre lì. Io l’ho vista diverse volte e stava sempre nello stesso punto di via Cavour. Vendeva a tutti la stessa rosa, come disse un genovese. Lui era davvero innamorato di lei.

Lui era pugliese. Lei non so. Una sera mi ha portato da lei. “Vieni, te la faccio conoscere.” Poi per trecento metri non ha detto nulla. Zitto come un ghiacciolo. Non l’avevo mai visto così silenzioso. E finalmente mi ha presentato lei.

Lei era seduta sul gradino di un portone. Più o meno della nostra età. Me l’ha presentata come se fosse sua moglie. Come se l’avesse sposata due giorni prima. Lei era bella. Nessun marciapiede è così duro che le più belle rose non possono attecchirci e dare i loro fiori più profumati.

C’erano tante donne, in via Giolitti e in via Cavour e nelle stradole del centro. Erano lì a tutte le ore. La mattina come la sera. Stavano sedute. Immagino che molti di loro avessero una loro sedia particolare. Avevano cinquant’anni, a occhio. “Namo. A rigazzì, che fai? Viè qua che tte faccio vedè a sorchella de zia, bello cocco de mamma.” Un pomeriggio mi fermo a scherzare con una di loro. Infila una mano da qualche parte nel tempio. Non è che tira fuori una mammella. È più lo straripamento di un fiume. “E daje!”

Ma lei, lei no, non l’aveva mai accettato. “Vai via,” gli diceva. “Lasciami stare. Vai con le altre ragazze. Ne trovi quante ne vuoi meglio di me. Vai e cercatele di quelle che non sono sulla strada. Che ci vieni a fare qua con me? Vai vai!” e faceva così con la mano, come per spazzare un po’ di polvere.

Lei lo cacciava via in questo modo. Forse perché lui le diceva quello che lei aveva sempre voluto farsi dire. Sognare ingenuamente di amare e farsi amare. Amare e farsi amare per davvero, ma nel giorno sbagliato, sotto un cielo sbagliato, indossando le scarpe sbagliate.

Lei era sempre lì. Non doveva avere neanche vent’anni. In poco tempo, aveva imparato a sputare sul cordolo e a guardare nel vuoto in maniera professionale. Forse lui era veramente, mortalmente innamorato di lei. Capita.

Io lo conoscevo bene. Arrivava ogni mattina, montava sul trabatello e imbiancava. Quando mi vedeva, scendeva dal trabatello e si fermava a parlare immerso nella sua luminosa aureola di polvere. Indossava un cappello di carta che si era fatto lui stesso. Era sempre solo. Continuò ad imbiancare lo stesso corridoio per tutto il tempo che ci frequentammo. Nella sua testa condiva ogni genere di fantasia sessuale. Di lei parlava con rispetto. Non lo faceva apposta. Gli veniva automatico. Come viene il lei davanti ai capelli bianchi.

Parlava del Bari e poi, pum, cascava lì. La voce gli andava giù come una bassa marea. Vedevi un minuscolo faro sul lato opposto della notte dei suoi occhi brillanti. Le spalle andavano un po’ giù. Guardava da qualche parte dove non c’eri tu. Aveva contratto questa strana malattia che neanche lui sapeva spiegare. Forse anche lei. Sapevano di non potersi incontrare. Magari un giorno si incontreranno. Cammineranno in silenzio, mano nella mano, nell’immensa spiaggia della franchezza. Forse.

O forse è soltanto la fantasia di un rincoglionito, che trentaquattro anni dopo è lì che ricama l’orlo dei ricordi.

Arrivai a Napoli incrostato di pregiudizi come una vecchia ostrica. Ero sinceramente convinto che appena sceso dal treno mi avrebbero rifilato la scatola di una reflex con un sasso dentro. Era buio. Un tassista abusivo, simpatico come tutti gli abusivi, mi portò a destinazione e, incidentalmente, mi raccontò la sua vita. Riuscì a farla stare tutta nello spazio tra Piazza Garibaldi e Corso Novara. Quando gli dissi che ero sardo, mi confidò il suo amore sconfinato per la Sardegna. Dove un giorno, Dio permettendo, sarebbe andato.

Dormii faccia in giù su quello che mi avevano indicato come il mio letto. Non che fosse stato predisposto per me. Nessuno sapeva che dovevo arrivare. Il tipo all’ingresso aveva guardato il foglio, si era grattato la testa e aveva fatto “boh!” È che semplicemente c’era un letto in cui non dormiva nessuno.

Napoli aveva una cosa particolare: riusciva ad andare oltre la capacità umana di immaginare. La sera andavamo a comprare pizza, crocchette e birra da una finestra che dava sul marciapiede in via dell’Arenaccia. Trovavi l’impiegato della banca in camicia e cravatta, il fazzoletto ricamato appeso al collo, che mangiava il polpo bollito dalla tazza al centro del marciapiede. C’era il mio amico che fermava la cinquecento in mezzo al Rettifilo e si sporgeva dalla capottina per osannare una mulatta. E femminielli in galleria che io volevo abbordare senza sapere cosa fossero i femminielli e senza aver dato un’occhiata al bozzo. E origano come acqua santa su tutte le insalate.

Ma non c’era a Muntagna.

La cercai per tre o quattro giorni. Palazzi, quartieri spagnoli, funicolari, coppiette nel cantiere dello svincolo. Solo per caso, un giorno che cambiai finestra, o forse mi confusi, scoprii che il Vesuvio era a sud. E Posillipo, va da sé, era a nord. Ogni cosa era al suo posto, dopotutto. Almeno a Napoli.

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