Non c’è Strada

panorama1

Di Enrico Sanna

Mentre il calesse attraversava l’unica strada del villaggio, due donne cominciarono a parlarsi da lati opposti. Le loro voci attraversavano la strada seguendo una linea diagonale. Occasionalmente, una delle due faceva una rivelazione che doveva essere importante per l’altra. Subito dopo seguiva una pausa silenziosa. Dopo il passaggio del calesse, le due donne decisero di incontrarsi in mezzo alla strada, e di continuare la discussione mantenendo lo stesso tono enfatico di prima.

La vecchia strega aveva i gomiti sulle ginocchia. Ogni tanto chiudeva gli occhi e sembrava prendere sonno. Quando voleva dire qualcosa alla vecchia strega, il padre pellegrino le dava prima un piccolo colpo con il gomito sulla curva delle costole. Poteva farlo perché possedeva intimità con la vecchia strega. Tranne una volta, quando il padre pellegrino scese ad accendere il fanale, il cammino andò avanti senza novità significative.

Dietro al calesse era il piccolo villaggio, davanti un bosco, sulla destra piccole oasi di alberi e, più in là, alcune colline. Le colline erano grigie di neve e nere di alberi. A nordest, in un punto particolare, la luce del tramonto si rifletteva con singolare energia morente, come uno strano vascello luminoso.

Improvvisamente, la vecchia strega fu profondamente incantata dalle colline grigie, dagli alberi neri e dal vascello, separatamente. Fissava le colline, poi gli alberi, poi il vascello. Finalmente, diede voce a questo questo pensiero:

“Va’ che bello!”

Regolarmente il padre pellegrino appoggiava il gomito sulla curva delle costole. “Fa proprio freddo, Ed,” dichiarò una volta.

“Ah, pascia dev voi, Pete, pre me è il stessi,” rispose subito la vecchia strega, distrattamente.

Tutto questo teneva vivo il fuoco di una vecchia amicizia.

Continuamente, però, la vecchia strega era incantata dal panorama.

Le ruote rullavano sommessamente sulla neve. L’acciarino ticchettava metallicamente sulla ruota. La vecchia strega ascoltava le ruote che rullavano e l’acciarino che ticchettava. La neve sulle colline era grigia, e gli alberi neri, e il riflesso del tramonto era un vascello luminoso.

Non c’era modo di confondere il suono dell’acciarino con gli altri suoni. L’acciarino faceva un suono suo. Era peculiare. Era toc, toc, toc. Nel suo immenso stupore, anche la vecchia strega poteva riconoscere questa peculiarità.

La vecchia strega ascoltò con meraviglia l’acciarino che ticchettava sulla ruota. Per qualche ragione strana, a volte il ticchettio veniva fuori doppio. Una volta sentì l’acciarino ticchettare per tre volte. Avvenne in modo molto rapido, ma distinto. Questo la indusse ad alcune speculazioni.

Ad un certo punto, i due arrivarono in vista di una casa. Dietro c’era una montagna con un bosco. Il bosco dietro la casa era decisamente nero, come tutto quello che era composto di vegetazione, e sembrava sul punto di travolgere la casa silenziosamente.

La casa era ancora distante ma si vedeva bene. Potevano vedere solo una parete, ma era netta e precisa. Contro il bosco nero, il fianco della casa sembrava un lenzuolo steso e irrigidito dal gelo. Un’ombra minuscola significava il portico dell’ingresso. Il padre pellegrino disse:

“Quella dev’essere la casa di Arnie Baum.”

“Lassiami da qua prate, da Biet, sce nn ti spiace, Pete.”

“Quella non è casa di Bret.”

“E cos’è, scenò?”

“È la casa di Arnie.”

“Vai che è Biet.”

“È Arnie. Arnie Baum.”

“Quell là nnè l’albri di Alliston?”

“Ma no.”

“Pre me è l’albri di Alliston.”

“Non siamo ancora al villaggio, Ed.”

“Chi tie le dice?”

“Siamo appena alla casa di Arnie. Phil ha detto che dobbiamo passare la casa di Arnie, poi ci sono degli aceri, e dopo gli aceri c’è una strada che finisce subito dopo Bennet Gulch.”

La vecchia strega elaborò tutta questa geografia confusamente nella sua testa. Finalmente disse:

“Quanti poucocane di Bennie Glunch vuo stravessare?”

“Non siamo al villaggio, Ed.”

Per un minuto avanzarono in silenzio.

“Te lo dico io quando siamo al villaggio,” disse il padre pellegrino.

Si capisce che, avendo raggiunto il culmine di una rispettabile ubriachezza, la vecchia strega era intimamente convinta che il cammino fino alla sua casa fosse facile come un percorso di croquet. Non aveva idea del bosco che ancora avrebbero dovuto attraversare, né del fatto che faceva molto freddo. È chiaro che non era così, che la sua casa non era in fondo ad un percorso di croquet, ma la vecchia strega in quel momento non aveva la possibilità di immaginarlo. Continuava a pensare che casa sua fosse dietro l’angolo della casa di Arnie Baum, e tutto per via di quella ubriachezza.

Ovviamente, anche il padre pellegrino era ubriaco. Era cotto completo. Ma lui sapeva che il villaggio non era dietro la casa di Arnie Baum. E poi possedeva quantità rimarchevoli di doti personali, e sapeva imprecare un certo numero di deità divertenti con bonomia geniale. Probabilmente, se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe guidato una locomotiva fino alla California con successo. Però era profondamente ubriaco. Il fatto incredibile è che sapeva come farlo. Sapeva ubriacarsi in modo altero, cioè. Aveva perfezionato l’abilità nel corso di una vita. Avrebbe potuto fare l’ubriacone professionista in un parlamento, e vivere di questa sua incredibile virtù con dignità.

Intanto il vascello era scomparso. Questo significava notte.

La neve era grigia. Solo nella fase dell’avvicinamento diventava rossa, o gialla. Poi tornava grigia; e sembrava cenere.

Quando furono abbastanza vicini, il padre pellegrino non fu più così sicuro che la casa sotto il bosco fosse la casa di Arnie Baum. C’era troppa montagna sopra la casa, pensò, e il bosco era troppo nero.

“Non mi sembra la casa di Arnie Baum,” disse, lentamente.

La strada davanti all’ingresso faceva una curva insolita. Ovviamente, c’era sempre stata una curva davanti all’ingresso della casa, ma non era mai stata così. Lui non la ricordava così, almeno. Si vedeva che la curva curvava in maniera insolita perché c’erano tanti solchi neri sulla neve grigia, e da questi si capiva bene che la curva non era quella solita. I solchi erano semplici come un disegno infantile.

Un piccolo indiano tornava a casa passando sulla neve grigia ai bordi della strada. Il cappotto era così imbottito di qualcosa che le mani non riuscivano a toccare i fianchi, ma restavano al largo come le mani imbottite di paglia di uno spaventapasseri. Il piccolo indiano faceva una figura strana nella semioscurità della notte appena iniziata. Sembrava uno che per qualche ragione ha deciso di camminare su una distesa di cenere.

“Quella di là è la casa di Arnie Baum, piccolo?” chiese il padre pellegrino.

“Arnold Baum è mio papà. Io e mio papà e mia mamma abitiamo in quella casa,” disse il piccolo indiano.

Le ruote ricominciarono a rullare sommessamente. L’acciarino ricominciò a ticchettare alla sua maniera irregolare. Faceva toc, toc, toc-toc, toc. La neve era sempre meno grigia. Piano piano diventava blu; decisamente blu. A volte la vecchia strega si lasciava scappare qualcosa. Apparentemente diceva: “Toc, toc, toc-toc, toc.”

“Quello era il figlio di Arnie!” esclamò il padre pellegrino. “Avrà avuto sei mesi l’ultima volta che l’ho visto. Era un cosino piccolo così. Potevi tenerlo nella mano.”

Lentamente il calesse entrò nel bosco. I due stavano tornando al villaggio. Avevano molta serenità mentre andavano. Erano anche supremamente ubriachi, però. Sembrava che quel tramonto fosse sul punto di tramutarsi in una notte prodigiosa. Non doveva mancarle tanto per essere la migliore dell’inverno. Mentre andavano sul loro calesse, avevano la sensazione che presto sarebbe accaduto qualcosa che li avrebbe fatti improvvisamente felici.

“Phil stava dicendo che questa strada torna subito dopo Bennet Gulch, Ed,” disse il padre pellegrino.

“Phil è un biavo uagasso, Pete.”

“Sicuro che è un bravo ragazzo. Chi diavolo aveva mai saputo di questo passaggio!”

“Eh?”

“Questa strada.”

“Quaie stada? Ncè stada.”

Estratto da: Enrico Sanna, Robertson. Libro autoprodotto, venduto su Amazon. 200 pagine, 8 euro (stampa), 3 euro (kindle)

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