Autostop

traffico

Di Ivan Illich

Contributo ad un simposio sulla libertà in bicicletta. Berlino, estate 1992.

Pensare al traffico può farci capire che cosa siamo diventati. Secondo il pensare comune, il trasporto, il fatto di essere portati da un luogo ad un altro, accresce la nostra libertà personale solo se è possibile accettarlo o rifiutarlo. Il traffico congestionato è diventato un aspetto paradigmatico della nostra epoca. Se è così, il trasporto, pubblico o privato, è oggigiorno un modo per far crescere quantitativamente il movimento nella società ai danni della maggioranza delle persone. Con questo breve scritto chiediamo limiti al trasporto così da poter aumentare la mobilità personale, limiti al consumo passivo obbligatorio per favorire l’attività delle gambe tramite i sandali, le scarpe o la bicicletta.

Fino a poco tempo fa, la maggior parte della gente sapeva che il mondo era accessibile, ovvero, in linguaggio di tutti i giorni, alla portata dei piedi. Arrivare da qualche parte poteva essere faticoso, rischioso, frustrante, e a volte alla portata di pochi. Raramente si pagava. Certo, tutti pagavano la rara traversata con la chiatta mentre i ricchi potevano affittare una carrozza. Le transazioni economiche riflettono solo una piccolissima frazione del movimento che c’era nella società. La maggior parte dei “servizi di trasporto” era un insieme complesso di ospitalità, tolleranza verso il vagabondaggio e carità.

Le distanze si misuravano in giorni; meno di un giorno, non si contavano. Prima dell’avvento dei trasporti regolari, prima con le diligenze e subito dopo con i primi treni, non esistevano misure come “dollari per miglio”. Se i treni crearono la tariffa da pagare per coprire le distanze, fu il Modello T della Ford a convertire le distanze in merce pura, per il cui utilizzo bisognava lavorare senza essere pagati. Così il lavoro ombra, il complemento non retribuito del lavoro salariato che serve a rendere utile una merce, diventò una cosa indispensabile con la patente di guida. Ogni mattina i “privilegiati” dovevano mettere sul sedile le proprie energie e farle lavorare per arrivare al lavoro pagato, e così facendo allo stesso tempo allungavano le distanze e i tempi di chi non disponeva di un’automobile. Quest’ultima si trasformò così nel prototipo della nuova merce: un miscuglio di pagamenti a rate, costi operativi e lavoro ombra da pagare tutti i giorni. Il lavoro non pagato, aggiunto all’alto costo della macchina, diventò per molti la condizione indispensabile per avere un impiego, e perfino figli. Questo fatto in passato era sconosciuto.

Un insieme confuso di vanità, illusione e moda, rafforzato dall’offensiva continua di una sofisticata pubblicità, diede all’automobile il ruolo di liberatrice, di mezzo utile a viaggiare senza pagare il treno o l’autobus con i loro orari fissi, senza dover fare la coda, comprare biglietti, essere costretti a scegliere tra percorsi predeterminati. La maggior parte di chi è nato prima del 1970 ha vissuto l’automobile come il paradigma industriale della mobilità autonoma. Per quelli più giovani, è una contraddizione palese.

Il lettore decida da sé se la seguente è una proposta o una favoletta. Immaginiamo che la corte suprema stabilisca che è anticostituzionale guidare un veicolo sulle strade pubbliche a meno che non si tratti di un servizio pubblico. Così che tutti quelli che hanno posto disponibile a bordo devono accogliere tutti quelli che fanno un cenno dalla strada, in centro o fuori. Questa decisione potrebbe servire a mettere a posto tanto il traffico quanto la nostra mente.

Il risultato sarebbe che solo gli autisti che trasportano altre persone potrebbero mettersi al volante. Non vogliamo che si paghino le persone che portano i figli a scuola, ma che tutti quelli che non sono pagati per guidare si lascino trasportare.

Come si può fare? Possiamo immaginare vari modi per realizzare ciò. Ad esempio: Ogni cittadino riceve una tessera di viaggio. Se qualcuno fa un segnale ad un’auto che passa con un posto disponibile, l’autista deve fermarsi. L’auto ha un computer con tanti slot quanti sono i posti a sedere. Per quanto riguarda la costruzione di questa cassetta nera, il sistema usato per ricevere il pagamento e per pagare il conduttore, lasciamo che la Toshiba consulti la segreteria dell’azienda.

La tariffa potrebbe essere pagata subito (alcuni potrebbero pagare tariffa ridotta e altri avere l’esenzione) o inviata a casa come la bolletta del telefono. Si potrebbero mettere delle fermate regolari con l’indicazione della direzione, e tutte le auto con posto disponibile che passano da lì dovrebbero fermarsi. Le fermate potrebbero essere rese confortevoli, lontano dalle zone desolate e protette dai raggi del sole.

Per capire se questo breve scritto è una favoletta o una proposta, il lettore deve riflettere sulle conseguenze molteplici di tale misura. Per prima cosa dovrebbe cercare di capire se risolverebbe il problema dell’imbottigliamento nel traffico e se il numero di posti di lavoro generati sarebbe superiore o inferiore a quelli persi nell’industria dell’auto. La stima della riduzione dell’inquinamento la lasciamo agli ecologisti. Quanto agli attuali sindacati dei tassisti, lasciamo che decidano la loro posizione. Lasciamo che sia il senso comune a guadagnarci.

Questo è l’obiettivo di questo breve scritto: scuotere l’immaginazione morale dalla sclerosi. Oggi l’immaginazione è paralizzata dalla confusione tra la libertà di muoversi e l’invasione dello spazio pubblico da parte delle macchine, tra l’attività umana e l’ingabbiamento sistemico nell’economia.

Siamo venuti qui a raccontare questa storia perché uno di noi, trent’anni fa, è stato membro della Lega di Opposizione alla Guerra. Dobbiamo riconoscere a malincuore che è più facile opporsi a contribuire alla guerra che al traffico.

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