Senyor Edward fa Bum Bum

Betrayer02

Di Enrico Sanna

Brano estratto da: Enrico Sanna, La Gran Avenida, venduto da Amazon. Cartaceo 8,50 euro, kindle 3 euro.

Nota: Ho scritto questo romanzo di getto alcuni anni fa. Non avevo una trama, e a dire il vero non mi sono mai preoccupato di averne una. Non sapevo cosa scrivere. Sapevo solo come scriverlo. Ora che ci penso, una delle cose che mi ero prefisso era di distruggere ogni tanto quello che avevo scritto poco prima. Volevo che il risultato finale fosse nullo. ~ es

Quel giorno due uomini arrivarono in città.

La diligenza andava e veniva da Indianito due volte ogni giorno. Succedeva spesso che quelli delle miniere mandassero qualcuno a Indianito. Era per via del telegrafo, che arrivava solo a Indianito. Ad ogni viaggio, la diligenza saliva sulla strada che andava alle miniere e riportava gli uomini in ufficio. I cavalli soffiavano e agitavano la testa. Quando c’erano passeggeri, si affacciavano dal finestrino. Qualche volta scendevano e guardavano le macchine delle miniere che macinavano con stoicismo supremo. Dopo qualche tempo la diligenza ripartiva e scendeva in città.

Quel giorno la diligenza non portò uomini delle miniere. Arrivò in città senza passare dalla collina. Un cane si alzò dalla polvere e attraversò rapidamente la strada. Era bianco, il pelo appeso ai fianchi come la pelliccia dei bufali. La diligenza aveva i fianchi rossi di lacca. Le ruote gialle, quelle posteriori molto alte, lucide, nuove. Gli spigoli gialli come le ruote. I bagagli erano sull’imperiale. Sopra i bagagli c’era un telo rosso. Sopra il telo delle corde come un grande ragno.

Il cane era stato ammaestrato a passare dall’altra parte della strada quando la diligenza arrivava in città.

Il guidatore venne giù dalla diligenza. Era agile. Non era più giovane ma era agile. “Siamo arrivati, gente,” annunciò allegramente. I due viaggiatori scesero dalla diligenza.

Il guidatore salì sull’imperiale e slegò le valigie, poi mise a terra le valigie una alla volta. I due viaggiatori presero le valigie dal guidatore e il guidatore saltò giù dall’imperiale. Saltava bene. Ne era orgoglioso. Aveva due ovali sfocati a metà dei pantaloni. Aveva guidato da Indianito con i gomiti sulle ginocchia.

I due uomini salutarono il guidatore.

Il guidatore della diligenza scomparve in un saloon. C’erano sedici saloon in città. Erano tutti sulla stessa strada. Erano sedici e non ce n’erano due uguali.

I due uomini si incamminarono verso un saloon, uno dei sedici che erano in città. Non lo stesso saloon in cui era scomparso il guidatore. Camminavano lentamente. Faceva caldo.

“È adesso che dobbiamo andare da Cox, George?” chiese uno dei due uomini all’altro.

George guardò l’orologio.

“Ancora non è l’ora, Ernie,” disse. “Quel tipo di Cruz aveva detto di non andare prima delle cinque.”

“Non sono le cinque?” chiese Ernie.

“Non ancora,” disse George. “Più tardi andiamo.”

Ernie non aveva un orologio. Camminava con gli occhi socchiusi. Il sole era molto caldo e quando erano all’ombra veniva il formicolio dietro la nuca e gli occhi si allargavano. Non aveva smesso di allargare gli occhi da quando erano scesi dalla diligenza.

A Cruz avevano visto molti indiani. C’era una festa. Un tizio disse in confidenza che quello era il tempo migliore dell’anno. Molti indiani erano ubriachi.

George non aveva detto molto per tutto il tempo che erano stati a Cruz. Erano rimasti a Cruz due giorni prima di andare a Indianito.

Fra Cruz e Indianito, Ernie aveva chiesto a George: “Cosa voleva dire ch’è il tempo migliore?”

“Fanno un po’ di feste. Si divertono,” aveva detto George.

“Si ubriacano,” aveva detto Ernie.

“E si ubriacano,” aveva aggiunto George.

Mentre stavano andando a Indianito, Ernie aveva pensato agli indiani di Cruz. Ernie aveva visto altri indiani altre volte. Mai ubriachi, però. Non che ne avesse avuto conoscenza, almeno. Gli indiani che aveva sempre visto erano persone silenziose. Anche quelli di Cruz erano silenziosi ed erano anche ubriachi. Si ubriacavano facilmente. Gli davano da bere per vederli ubriachi. A Cruz erano tutti ubriachi, anche quelli che non erano indiani. Gli indiani, però, erano particolarmente adatti a quel genere di cose.

“Dì, Ernie, non ti senti qualcosa che ti brucia nella gola?” chiese George.

“Puoi giurarci,” disse Ernie.

“Anch’io mi sento qualcosa che mi brucia nella gola, sai?”

I due uomini presero le valigie da terra, dove le avevano posate. Il secondo uomo, quello che si chiamava Ernie, era il più giovane dei due. Mentre stavano andando disse:

“Io mi prendo una menta.”

“Non so se hanno menta da queste parti,” disse George, riflessivamente. Esaminò la scritta sopra il saloon. C’era la stessa scritta ai lati della porta, uguale a quella sopra il saloon ma con le lettere in colonna.

Le pareti del saloon erano rosse. Lo stesso rosso della diligenza. Un uomo era davanti al bancone, un gomito sul bancone, una birra ad un pollice dal gomito. Un altro era in mezzo al saloon. Anche lui aveva una birra. Il suo cappello era sopra il bancone.

La luce arrivava dalla porta e da due finestre. Tra una finestra e l’altra c’era un quadro. C’era almeno una dozzina di quadri in tutto il saloon.

Quattro messicani erano attorno ad un tavolino.

Uno di loro doveva essere una sorta di autorità. Parlava con vero entusiasmo messicano. Gli altri ascoltavano l’autorità con i gomiti sul tavolino. Erano assorti.

“Entonce los que etaban allì se fueron a ver a los cabrrrones y…” stava raccontando l’autorità con grande entusiasmo che sembrava ferito.

Gli altri messicani, quelli che stavano ascoltando l’autorità, tolsero i gomiti dal tavolino e si misero a sedere con la schiena ad angolo con le gambe. Bevvero qualcosa. C’erano quattro bicchieri minuscoli sul tavolino. Non dissero nulla. Non si voltarono a guardare gli yankee. Erano molto discreti. Veri messicani.

“Cosa prendete?” chiese il barista.

“Per me una birra,” disse George al barista. “Te cosa prendi, Ernie?”

“Una menta con bourbon e lo zucchero,” disse Ernie. “Molto zucchero.”

“Non abbiamo menta,” disse il barista.

Ernie guardò George. “Non hanno la menta, George.”

“Prendi un’altra cosa,” disse George.

“Abbiamo scotch, bourbon, gin, Santa Cruz, Jamaica, Porto…” cominciò a dire il barista.

“Te che cosa prendi, George?” chiese Ernie.

“Una birra,” disse George.

Ernie guardò George sullo specchio dietro il barista. Ernie era un ragazzo. Una volta aveva detto ad un commerciante di pelli che aveva sedici anni. Era capitato tre o quattro settimane prima lungo la strada che andava a Cruz.

“Io prendo una birra,” disse al barista. “C’avete la birra allo zenzero?”

“Abbiamo la birra allo zenzero e la birra normale,” disse il barista.

“Per me una birra allo zenzero,” disse Ernie.

Il barista prese due bicchieri e ci mise dentro la birra. George lasciò cadere alcune monete sul bancone. Il barista tagliò la schiuma in un secchio sotto il bancone e mise altra birra. Asciugò i bicchieri. Mise i bicchieri sul bancone. Era un barista molto accurato. Pulì il bancone attorno ai bicchieri e il resto del bancone fino alle estremità. Era una persona rispettabile. Doveva avere una vera passione per la pulizia.

Per qualche tempo, i due uomini in fondo al bancone avevano parlato con il barista. Quel giorno erano saliti sul tetto del saloon per rimetterlo a posto dopo il temporale. Ad un certo punto l’acqua aveva cominciato ad entrare nelle camere sopra il saloon. Erano rimasti su tutta la mattina. Il barista era andato tre volte a vedere.

A quello con il cappello sul bancone erano venute le labbra secche, come di legno scadente.

“Benvenuti in città,” disse a George.

“Grazie per il benvenuto,” disse George.

“State andando a lavorare da Cox, vedo,” disse l’uomo con il cappello sul bancone.

“Come hai fatto a capirlo?” chiese George.

“Il mio nome è William,” disse l’uomo con il cappello sul bancone. “Questo tipo qui vicino a me è Douglas. Quello là davanti a tutte quelle bottiglie è Edward. Edward è il barista più bravo di questa contea.”

Edward il barista rise e la pancia gli andò di fuori. Douglas cominciò a ridere subito dopo il barista. William era di quelli che non ridono quando c’è qualcun altro che già lo fa.

I quattro messicani in fondo al saloon raramente dicevano una parola. I loro occhi erano neri e lucidi e prudenti. Profondi e prudenti e lucidi. Le loro voci avevano cadenza ed erano prudenti. Si capiva che erano messicani. Parlavano con prudenza da messicani.

“George,” disse George. “Questo ragazzo qui è Ernie.”

“Perché non gli dici che sei il più bravo della contea, Ed?” disse William.

“Perché non è vero,” disse Edward.

“Ed il più bravo di tutto lo stato,” disse Douglas. Era la prima volta che Doug parlava da quando George e Ernie erano entrati nel saloon.

George bevve un po’ della sua birra. Bevve anche Douglas e poi William. Ci fu calma. Il barista pulì il bancone. Stava sorridendo. Ancora una parola e avrebbe ripreso a ridere all’istante. Ernie si accorse dei quadri alle pareti.

“Perché hai detto che stiamo andando a lavorare da Cox?” chiese George.

“Cox stava aspettando qualcuno,” disse William. “Siete passati da Cruz, vero? Poi siete andati a Indianito e da Indianito siete venuti qui. Giusto?”

“Alla perfezione,” disse George.

Il barista non disse nulla.

“Abbiamo un appuntamento con Mr. Cox,” disse Ernie.

“Venite dal nord?” chiese Douglas.

“Baltimora,” disse George.

“Baltimora è a nord?” chiese William.

“Vuoi che non sa dov’è Baltimora?” disse Douglas.

Il barista lucidò una bottiglia scura. “Baltimora è nel Maryland,” disse alla bottiglia, filosoficamente. “E il Maryland è nel nord. Josh viene dal Maryland. Non so se viene da Baltimora. Qualche parte su nel Maryland di sicuro.”

“Oh, andiamo, Ed!” disse William.

“Perché non lo chiedi a lui?” disse il barista.

“Baltimora è un po’ a nord,” disse George.

Il barista lucidò la bottiglia scura ancora per qualche tempo.

Uno dei messicani alzò un braccio. “Señor, por favor,” disse.

Il barista uscì da dietro il bancone con una piccola bottiglia in mano. George girò la testa e cercò di leggere la scritta sull’etichetta ma la mano di Edward era proprio sopra.

William guardò i messicani con i pugni sui fianchi. “Adesso señor Edward va a avvelenarvi tutti, Juanito,” urlò.

Il barista si voltò. Non capì subito le parole di William. William parlava lo spagnolo molto bene ma in quel momento non era interessato a farlo. Lui aveva detto Huanito.

I quattro in fondo al saloon scoppiarono a ridere. “Ay que no,” dissero. Diventarono improvvisamente confidenziali.

George finì la birra.

I quattro uomini in fondo al saloon stavano ridendo con discrezione. Avevano i pantaloni bianchi e questa discrezione che imbarazzava George. George non sapeva nulla in fatto di messicani.

William era indomito.

“Seguro, Huanito. Niente senyoritas. Senyor Edward malo. Senyor Edward yankee. El yankee senyor Edward fa bum bum e prende senyoritas, Huanito.”

Il barista sorrise, sulle guance la calda indulgenza dei baristi. William era questa sorta di provocatore da saloon.

William non sapeva quale dei quattro fosse Juanito. Non lo aveva mai capito.

I quattro diventarono seriamente confidenziali. William era la stella del saloon. Uno dei messicani agitò una mano in aria. Disse:

“Ay, señor Julián.”

I messicani risero più forte. Adesso non erano più come prima. Qualcosa si era rotto. Avevano perso discrezione. Erano diventati confidenziali. Completamente confidenziali. Cantilenavano, ed erano tipici. Avrebbero voluto prendere argomento con lo yankee. Erano capaci di concetti divertenti. Non avevano molte parole yankee, però. Erano imbarazzati linguisticamente. Infine dissero:

“Ay, Miste Julián.”

Non dicevano molto altro.

Ridevano molto bene. Avevano i capelli molto fitti. Trovavano molto divertente tutto quello che veniva da William. “Ay, Miste Julián!”

Dopo qualche tempo il barista lasciò stare i messicani e tornò dietro il bancone. Strofinò a lungo le mani in un angolo apposito del grembiule.

Douglas andò vicino a George. I messicani venivano in città ogni due settimane, spiegò. Le altre settimane andavano in giro in altre città come capitava. La gente li conosceva bene. Vendevano qualcosa per le strade. Douglas disse che forse la roba arrivava dal Messico.

“Tornano in Messico ogni volta?” chiese George.

Douglas sollevò le spalle. “Boh, non credo.”

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