Gianni Agnelli

Montanelli

Di Indro Montanelli

Da almeno due ore, cioè da quando era salito alla stazione di Pisa, il signore di fronte a me non alzava gli occhi dal fascicolo dattiloscritto che aveva tratto fuori da una borsa di cuoio. Poggiatolo sul tavolinetto ribaltabile che ci divideva, ne veniva scorrendo le righe e i paragrafi meravigliosamente allineati e senza cancellature, con coscienziosa lentezza. Doveva trattarsi di un rendiconto perché era irto di cifre. Egli le seguiva una per una con l’aiuto di una matita rossa che vi si appuntava sopra, spesso le trascriveva su un taccuino a fianco, e con una velocità e una precisione da macchina calcolatrice controllava l’esattezza delle somme, delle divisioni, dei riporti.

Fingendo di leggere un libro, lo spiavo, sorpreso da tanto scrupolo e tenacia. E a un tratto lo vidi inalberarsi di fronte a un “L. 175, c. 30” che non quadrava con una moltiplicazione da lui operata sul taccuino e che dava: “L. 175, c. 80”. Quella differenza di cinquanta centesimi gli fece intensamente aggrottare la fronte che aveva bella, bianca e spaziosa in una cornice di capelli neri e folti. Rifece due, tre volte l’operazione e, siccome le due cifre seguitavano a non quadrare, sottolineò con la matita rossa l’errore, a margine del dattiloscritto disegnò, pure in rosso, un punto interrogativo, e sul taccuino vergò un codicillo di almeno cinquanta parole, una per ognuno dei cinquanta centesimi che mancavano, o crescevano, nel rendiconto.

Quando ebbe finito, trasse giù dalla rete la borsa di cuoio, tornò a sistemarvi con multa cura i fogli, ne cavò fuori una rivista tecnica che riguardava l’industria automobilistica, l’aprì a una certa pagina marcata da un segnalibri di finto marocchino, e prese a leggere un articolo, il cui titolo bastava da solo a mettere sonno: I pneumatici e l’asfalto. I suoi occhi scuri e intensi discendevano di rigo in rigo con la stessa assorta attenzione con cui i miei avrebbero seguito la storia di un delitto in un romanzo giallo. A un certo punto trovò un intoppo. Allora afferrò tra i denti, orizzontalmente, la matita; con la mano libera si rimise a frugare nella borsa; ne trasse un opuscolo; lo consultò; sorrise; e, rasserenato, riprese la lettura.

Anzi, era così soddisfatto che, senza punto pensarci, si sbottonò la giacca di flanella grigia a doppio petto, di buono, ma non raffinatissimo taglio (seduto, gli faceva una brutta piccola piega sul bavero di dietro); e, gonfiando il petto in un gran sospiro di sollievo, se lo massaggiò sul gilè, attraversato da una catena d’oro con due sterline e un cornetto per ciondoli. Dal taschino di sinistra spuntavano i cappucci di una stilografica e di un lapis, e le unghie delle mani vidi ch’eran corte e pulite, ma fatte in casa, inguainate non direttamente nella carne, ma sotto un leggero coperto di callo.

Senza il minimo scrupolo di delicatezza sollevai gli occhi sulla valigia del mio dirimpettaio sulla rete di fronte per cercar di leggere il nome sul cartellino. Era una valigia abbastanza nuova, ma di fibra, rinforzata da due cinghie; e il cartellino c’era, incollato accanto alla maniglia; ma il nome non si leggeva. Deluso, tornai ad abbassare gli occhi, e mi avvidi che un altro cartellino pendeva dalla borsa abbandonata sulle sue ginocchia. Ma era rivoltato, e lo scritto era sull’altra faccia, quella che gli posava sui pantaloni.

La vettura in cui ci trovavamo era di seconda classe. Il treno non portava la prima e viaggiava a modesta velocità fermandosi a tutte le stazioni. Quando cominciò a rallentare in vista di Livorno, il mio compagno sollevò finalmente lo sguardo dalla sua rivista metalmeccanica, e trasse dal taschino del panciotto l’orologio, una grossa patacca dorata con le ore scritte a numeri romani. Era mezzogiorno e ventisei minuti.

“Speriamo di trovare un cestino,” dissi per avviare il discorso.

“Già,” fece lui allegramente, “è l’ora. Ma, se mi permette di darli un consiglio, il cestino lo prenda a Castiglioncello invece che a Livorno. Costa centocinquanta lire di meno ed è molto migliore, salvo il vino, che invece è meglio a Livorno. Io faccio sempre così: compro a Livorno un fiaschetto di Chianti, e a Castiglioncello il cestino caldo con l’acqua minerale…” “Bene,” dissi alzando il vetro del finestrino, “seguirò il suo esempio!”

Ora che s’era tratto in piedi di fronte a me, vidi ch’era sul metro e ottanta, atletico e ben proporzionato, con un viso aperto e cordiale dai lineamenti signorili. Doveva avere fra i trentacinque e i quarant’anni e all’occhiello portava il distintivo del Club Alpino.

Il treno si fermò postandoci proprio di fronte alla buvette ambulante sul marciapiede. Ambedue chiedemmo il fiaschetto di Chianti. “Trecentoventi,” suggerì il mio compagno. Contai gli spiccioli e li consegnai al venditore. Il mio compagno porse un biglietto da cinquecento. Mentre aspettava il resto, i miei occhi caddero sul cartellino della borsa che ora posava sul velluto grigio e stinto del sedile. Il cartellino si era rivoltato e mostrava la scritta: “Ing. Gianni Agnelli”.

Gianni Agnelli? Il miliardario padrone della Fiat? Il re della gioventù dorata d’Europa, lo spericolato giocatore, l’irresistibile dongiovanni, il fastoso mecenate, il temerario automobilista: lì, nella vettura di seconda classe di quell’omnibus lumacone cabotante dall’una all’altra piccola stazione…!?

Ma l’ingegnere in quel momento si rimetteva a sedere reggendo in una mano il fiaschetto e nell’altra il resto delle cinquecento lire. Depose il primo accanto al mio sul tavolino ribaltabile che ci divideva e contò accuratamente i fogli da cinquanta e da dieci lire prima di riporli, ben piegati, in un portamonete di cuoio, piuttosto sdrucito, che trasse da una tasca posteriore dei pantaloni dove poi lo ripose abbottonandola. Gli offrii una sigaretta. Egli guardò il pacchetto, vide ch’era Chesterfield e rispose con un gentile sorriso: “Grazie, ma io fumo Nazionali e solo dopo i pasti, non prima.” Mi chiese invece il permesso di guardare i giornali che mi tenevo accanto. Glieli porsi. Vidi che di tutte le prime pagine guardò soltanto i titoli, poi corse al listino di borsa e lo consultò attentamente. Il resto lo sfogliò con distrazione e stava per restituirmi tutt’i fogli, quando l’occhio gli cadde, nella terza pagina del Corriere della Sera, su una corrispondenza di Tomaselli da Buenos Aires, e prese a leggerla con interesse ogni tanto scotendo la testa in un gesto d’approvazione.

“Ah, questo Perón!…” disse alla fine, con un sospiro. “È un grosso guaio averlo sul gobbo, ma sarà un guaio ancora più grosso quando non lo avremo più!… E questi sciocchi di americani del Nord che gli fanno la guerra come a un reazionario senz’accorgersi che bisogna fargliela invece per la ragione opposta!…”

Andò avanti per un pezzo, con convinzione e calore, su questo argomento, lodando l’articolo di Tomaselli. E io mi domandavo come mai Gianni Agnelli s’appassionava tanto a Perón, quando ricordai di aver letto proprio pochi giorni prima che il proprietario della Fiat era stato in Sud America, dove anzi aveva ingaggiato per la Juventus un calciatore italo-uruguaiano.

“Ma per gl’industriali,” obiettai timidamente, “Perón, anzi…” L’ingegnere mi fissò sorpreso. “Per gl’industriali!?” ribatté un po’ scandalizzato. “Una catastrofe… Se lo lasci dire da uno come me che in quel paese ha degli interessi appunto industriali… Parlo d’industrie serie, si intende, non di quelle nate all’insegna dell’avventura e dell’arraffa-arraffa immediato… Non è vero che Perón miri all’industrializzazione dell’Argentina. Mira soltanto alla sua proletarizzazione. Piani economici non ne ha; ha soltanto un piano sociale. Il suo justicialismo, per reggersi e fiorire, ha bisogno di un proletariato operaio e urbano, ch’egli tende a creare artificialmente al posto di quello agricolo. Ogni dittatura, per reggersi, ha bisogno di una industria da proteggere, e ogni industria, per reggersi, ha bisogno di una dittatura che imponga l’autarchia… Perché mi guarda così? Non è d’accordo?”

Oh, se ero d’accordo! D’accordissimo, ero. Solo, mi stupivo di sentir dire da Gianni Agnelli cose che il professor Valletta non avrebbe certo approvato, sebbene fossero sacrosante, o forse appunto per questo…

L’ingegnere andò avanti con calore e fervore appoggiando i suoi argomenti su dati precisi, citando cifre di cui ogni tanto andava a controllare l’esattezza in certi opuscoli che teneva dentro la borsa. E io mi consolavo all’idea che l’industria italiana avesse ancora alla testa uomini di questa fatta: uomini col gilè e la catena d’oro, che sapevano risparmiare centocinquanta lire sul cestino caldo e corrugare le sopracciglia per la differenza di cinquanta centesimi in più, o in meno, in un rendiconto dell’azienda, e vedere gli svantaggi di una dittatura e dell’autarchia.

Il treno tornò a rallentare: eravamo in vista di Castiglioncello.

“Lei lo vuole col risotto o coi maccheroni?” disse l’ingegnere a mezzo di un monologo sul valore d’acquisto del peso. “Cosa?” feci storditamente. “Il cestino.” “Ah, il cestino!… Lei come lo prende?” “Coi maccheroni perché il risotto, vede, dal Po in giù…” “Bene, allora coi maccheroni anch’io…”

Il mio compagno si sporse dal finestrino aperto mentre io contavo le ottocento lire che occorrevano. “Coi maccheroni ’un ce n’è più,” fece una voce dal basso. “Finiti. Sono rimasti solo quelli col risotto…” L’ingegnere ritrasse in dentro il volto atteggiato a una smorfia di accoramento e delusione. “Be’,” feci io allargando le braccia, “per una volta…” e consegnai al venditore le ottocento lire. “Ancora cento, ce ne vole…” disse sgarbatamente l’ometto. “È aumentato un’altra volta?” proruppe indignato il mio compagno. “Nello spazio di un mese!?” “Be’,” fece l’ometto, “lo vole o ’un lo vole?” e scoteva per aria il sacchetto. Gianni Agnelli esitò; poi, visto che io avevo già ritirato il mio, si decise. Ma aveva l’aria seccata di chi avesse subito un ignobile ricatto.

Ci dividemmo lealmente lo spazio del tavolino per disporvi ognuno le proprie vettovaglie, poi l’ingegnere frugò nella borsa e ne estrasse, rinvolti in due tovagliolini immacolati, cucchiaio, forchetta, coltello e un bicchiere di stagno lungo e stretto. Uno di questi due tovagliolini lo stese sul tavolino e servì anche per me, l’altro se lo appese per una cocca fra collo e colletto, mentre il treno ripigliava la sua lenta traballante marcia.

“Novecento lire!” brontolò dopo aver ingoiato la prima cucchiaiata di riso in realtà piuttosto scotto. “Novecento lire per questa colla!… Forse facevamo meglio a rifornirci a Livorno. Voglia scusarmi…” “Oh!” feci io. “Ma le pare?” “Sebbene,” proseguì lui, “se è aumentato a Castiglioncello, vuole che a Livorno non abbiano seguito l’esempio?” “Non c’è da dubitarne!” ribattei per consolarlo. Ci fu una pausa che ognuno di noi impiegò a disossare il proprio quarto di pollo che somigliava all’antenato di se stesso, tanto era coriaceo e imbastito di tendini. “Il pollo è discreto,” riprese Gianni Agnelli in un soprassalto di ottimismo. Ma subito aggiunse nello sconsolato tono di prima: “Però novecento lire!… Pensare che mio nonno mi raccontava sempre di quando, in un viaggio che fece da Torino a Roma, rimase a digiuno perché un cestino costava, sia a Genova che a Pisa, settantacinque centesimi, invece dei sessantacinque dell’anno prima… Rimase a digiuno per due giorni perché tanti ce ne voleva allora par andare dalla vecchia alla nuova capitale…” Mi fu facile riconoscere in quell’aneddoto il suo protagonista: il pioniere dell’industria automobilistica italiana, largo di milioni ma taccagno di centesimi, come son tutti i veri pionieri. E lo rievocai con una tenerezza uguale a quella di suo nipote. “Così muoiono le borghesie,” questi concluse melanconicamente, “a furia di accettare senza ribellione l’ascesa dei cestini caldi da sessantacinque centesimi a novecento lire…”

Guardai quel giovanotto: decisamente mi piaceva.

Egli trasse giù dalla rete la valigia quando il treno cominciò a rallentare in vista di Orbetello. “Io scendo qui,” disse, “per passare qualche giorno in vacanza da una mia zia, unica parente rimastami in Italia. Se lei càpita in Argentina, venga a trovarmi a Mendoza. Me e mio padre ci conoscono tutti, lì: abbiamo una piccola fabbrica di valvole per pneumatici; una ventina fra operai e impiegati in tutto… È un nome che si ricorda bene: Francesco e Gianni Agnelli…” Arrossì un poco e aggiunse timidamente, con modestia: “Da non confondersi, s’intende, con quelli veri, della Fiat…” E scomparve nel corridoio.

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