I Forestieri

Ritratto di Enrico Sanna

Di Enrico Sanna

La casa era una casa sul serio. Lontana, sola, nota solo agli uccelli. Il bosco le si era cristallizzato tutto attorno come il fossile di un assedio.

Arrivarono un mattino con delle carte. Dissero in giro di aver comprato dei terreni per coltivarli. Qualcuno parlò di una segheria, non si sa perché. Nei villaggi c’è sempre qualcuno che inventa di queste storie. Il fatto è che non costruirono mai una segheria e non sembrarono averne l’intenzione, e poi il luogo sembrava completamente sbagliato. Come potevano costruire una segheria su una collinetta? Non c’erano fiumi o torrenti e l’unica strada per arrivarci era stretta e faceva non so quanti chilometri di curve per fare una distanza ridicola. Comunque non costruirono mai una segheria e chissà perché era nata quella storia.

A nessuno importavano le carte che avevano portato. Forse qualcuno le guardò, giusto per curiosità. Comunque non dovevano avere importanza per nessuno. C’era un terreno e una famiglia andava a farci qualcosa e questo era tutto.

Loro erano persone per bene. Si presentarono subito in società. Il villaggio aveva la sua società. Bastavano poche famiglie per farne una. Nelle città era un’altra cosa. Ma questa non era una città e la gente viveva qui perché viveva qui e basta e qui le cose andavano diversamente dalle città. Credo che sia così anche oggi.

Comunque, rimasero sempre forestieri. Non si sa perché. Forse perché non vivevano nel villaggio. Forse perché avevano un nome insolito. O più semplicemente perché erano arrivati qui un mattino con delle carte. Chissà perché la gente dei villaggi immagina che uno non possa arrivare da fuori. Come se un villaggio possa andare avanti riproducendosi da solo. Accettati, erano accettati. Ma forestieri. Anche i figli nati qua. Anche i figli dei figli. Forestieri. Comunque, non ci fecero caso. Sembrava quasi che ci provassero gusto. Forse gli dava un segno distintivo. C’è anche gente così.

footer_rob-e1466442074244Un giorno, sarà stato una settimana dopo il loro arrivo con le carte, portarono la roba per fare la casa. Quella notte gliela rubarono. La settimana dopo ne portarono altra e pagarono un ragazzino per fare la guardia. Un tipo del posto. Gliela rubarono, ma solo una parte. Il ragazzino si inventò una storia. Loro sorrisero. Alla fine riuscirono a costruirla, la casa, e andarono a viverci. Avevano un grande orto in cui coltivavano un sacco di cose che quasi nessuno coltivava nel villaggio. Facevano anche della roba artigianale. Andavano fuori regolarmente a vendere la verdura e la roba artigianale. Ci sapevano fare. E anche i figli, quando furono abbastanza grandi. E poi i nipoti, quando arrivarono nipoti.

Venivano su tutti uguali. Faccia uguale, capelli uguali, occhi uguali, mani uguali, passo uguale, voce uguale. Si ammalavano regolarmente delle stesse malattie e ne venivano fuori allo stesso modo. Quando parlavano di qualcosa ci facevano sopra gli stessi ragionamenti. Genitori, figli, nipoti, non faceva differenza. Erano forestieri. Forestieri fino all’ultima generazione. Impossibile immaginare un luogo in cui non potessero essere forestieri.

Si chiamavano Rougon, o Rugón, o Rugoni. Dipende. Avrebbero potuto essere francesi, spagnoli o italiani. Una qualunque cosa. Loro non lo dissero mai. O forse sì, lo dissero, ma tutto nel loro passato era così nebbioso che nessuno mai fu disposto a prendere le loro origini sul serio. E poi era meglio così. Era meglio immaginare vagamente che sapere per certo.

Era passato più di un secolo e mezzo dal mattino del loro arrivo con le carte. Nel villaggio capitava ogni tanto qualcuno che li ricordava. Qualcuno che ricordava del loro arrivo. E che perlopiù raccontava storie di fantasia su persone che non aveva mai visto. Era proprio così. Siccome nessuno sapeva nulla di loro, tutti raccontavano un sacco di storie. È bello inventare. È bello immaginare. Passiamo la vita ad immaginare.

Andarono via alla quarta o alla quinta generazione, quasi un secolo dopo quel mattino. Andarono a fare i forestieri altrove, sicuramente. Chissà come si chiamavano adesso? L’orto scomparve. Anche i loro oggetti artigianali scomparvero, e le idee su come farli. Lasciarono la casa. Quelli del villaggio la chiamavano la casa Rougon, o Rugón, o Rugoni. Non esistevano più neanche le carte. E poi, chi andava a guardare vecchie carte? Forse la collinetta si era sempre chiamata così e loro avevano preso il nome dalla collinetta. A volte capita.

Un giorno la casa invecchiò di colpo. Come certe persone. Una malattia, una notizia, un abbandono, una morte. Oppure niente. Così. C’è anche chi invecchia all’arrivo della felicità. Non c’erano finestre. Il tetto era incavato in due punti. Sulle pareti c’erano ancora chiodi a cui forse un tempo avevano appeso qualcosa che era stato prezioso per la famiglia e che ora era appeso chissà a quali chiodi in chissà quale parte del mondo. La grondaia pendeva e tagliava la facciata in diagonale. Forse un temporale notturno. Forse un ragazzino. Forse gli uccelli. Oppure era venuta giù perché tutte le grondaie vengono giù. E tutta la casa sembrava pendere a sinistra e non c’era neanche il terreno scosceso a compensare l’effetto ottico. Ma non pendeva. Era solo la grondaia, e i calcinacci, e un davanzale, e il ramo di un albero che entrava nella casa da una finestra.

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