Bonifacio VIII

Storia dell’uomo che inventò la Chiesa cattolica

indulgenze

Di Indro Montanelli

Il Trecento debuttò con una grandiosa festa: il Giubileo. Essa non esisteva nel calendario della Chiesa, che fin allora non l’aveva mai celebrata. La inventò il Papa che in quel momento sedeva sul soglio: Bonifacio VIII.

Il momento era favorevole a una prova di forza, diciamo così, organizzativa e spettacolare. Sia pure attraverso momentanee crisi ed eclissi, la Chiesa era uscita bene dalle dure prove degli ultimi decenni. Il grande pericolo di venire asservita al potere laico era scomparso con Federico II, “ultima possanza dell’Impero”, come Dante lo chiamò con una sfumatura di rimpianto. Da Innocenzo III che aveva indossato la tiara nel 1198 a Gregorio X ch’era morto nel 1276, era stato un seguito di Pontefici vigorosi e risoluti, che avevano dato al Papato forza e prestigio.

Bonifacio sembrava l’uomo più adatto a raccoglierne i frutti. Era romano. Veniva dall’orgogliosa e prepotente dinastia dei conti Caetani. E di che pasta fosse, lo si vide dal modo con cui s’istallò sul Soglio. Alla morte di Niccolò IV erano seguiti due anni e mezzo d’interregno perché i Cardinali non erano riusciti a mettersi d’accordo sul successore. E come spesso capita in questi casi, si era scesi a un compromesso ricorrendo a una figura scialba che non desse noia a nessuno: un povero fraticello abruzzese, Pietro da Morrone, vissuto sempre da anacoreta in un eremo vicino a Sulmona.

Quando seppe cosa gli stava capitando, Pietro cercò di sottrarvisi con la fuga. Ma lo catturarono, lo trascinarono di forza a Napoli, e lo coronarono col nome di Celestino V. Fra gl’intrighi della Curia, il sant’uomo si sentì perso. La notte udiva una voce che gli rombava nell’orecchio: “Io sono l’angelo che ti sono mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantenente debbi rinunziare al Papato e ritorna’ ad essere romito.”

Quella voce non era dell’angelo, ma del Cardinale Caetani che aveva istallato nella parete una specie di rudimentale telefono. Il povero Celestino non chiedeva di meglio che “ritorna’ ad essere romito”. Ma, digiuno com’era di diritto canonico, non sapeva come compiere quel gesto di rinunzia che non aveva precedenti nella storia della Chiesa. A fornirgli gli argomenti per il “gran rifiuto” – come lo chiamò Dante – fu il Caetani, che invece di diritto canonico era maestro e nel Codice si rigirava molto meglio che nel Vangelo. Così, sei mesi dopo averla assunta, Celestino depose la tiara e ridiventò frate Pietro da Morrone senza mai aver messo piede a Roma. In capo a undici giorni il Caetani gli succedette col nome di Bonifacio VIII e come prima cosa mandò ad arrestare frate Pietro, tornato nel frattempo al suo eremo. Lo sventurato cercò di fuggire oltre Adriatico. Ma fu catturato e rinchiuso nel castello di Fumone, dove poco dopo morì di stenti.

Non risulta che Bonifacio abbia avuto il minimo trasalimento di rimorso. Egli non era oberato da una coscienza che potesse procurargliene. E, quanto a una giustizia divina cui rendere conto dei propri atti, ne negava risolutamente e apertamente l’eventualità. L’inferno e il paradiso, diceva, sono già su questa terra. Il primo è rappresentato dalla vecchiaia, dagli acciacchi e dall’impotenza; il secondo dalla gioventù, dalla salute, dalle donne e dai bei guaglioni, perché verso i due sessi era imparziale. Una volta, a un cappellano che implorava l’aiuto di Gesù, gridò inviperito: “Stolto, stolto! Gesù fu un uomo come noi. Se non poté nulla per sé, cosa vuoi che possa per gli altri?”

Era un Papa del Rinascimento un po’ in anticipo sui tempi, un Borgia avanti lettera, cinico e gagliardo, dispotico, teatrale e terrestre. Coltivava scrupolosamente tutti i peccati. Era ingordo: un giorno di digiuno maltrattò il cuoco perché gli aveva servito solo sei pietanze. Era avido di ricchezze: si faceva trapungere le vesti di gemme, e la sua tavola era addobbata con quindici alberelli d’oro. Era superstizioso e dedito ai sortilegi: i suoi coltelli avevano per manico corna di serpente, in tasca portava una piastrella d’oro egiziana, e al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi: tutti amuleti contro il malocchio. Era un giocatore arrabbiato: si era fatto fare dei dadi d’oro, ma guai all’avversario che osava batterlo. Ed era soprattutto assettato di dominio. Il giorno dell’elezione, indossò la tiara e chiese agli astanti se lo consideravano un rappresentante di Dio in terra. Avutane conferma, si mise in testa una corona, brandì una spada, e chiese se lo consideravano anche Imperatore. Dato il tipo, nessuno osò negarlo. La sua politica prese avvio da quel gesto.

Questo Papa miscredente e blasfemo incarnava la maestà della Chiesa e non ammetteva che il suo primato terreno fosse revocato in dubbio. Essa era, secondo lui, padrona e proprietaria non solo delle anime, ma di tutto. Quindi anche i troni le appartenevano: i re non erano che momentanei appaltatori. Figuriamoci se poteva tollerare dissidenze dentro gli Stati pontifici. I Colonna, che ne tentarono una, furono scomunicati e costretti alla fuga. Bonifacio ne confiscò le terre, fece radere al suolo la loro roccaforte, Palestrina, e ne cosparse di sale le rovine in segno di purificazione. Quando l’imperatore Alberto d’Austria gli mandò come ambasciatore un semplice frate, Bonifacio gli ruppe il naso con un calcio procurandogli una grave emorragia.

Ma naturalmente non tutti erano disposti a subire simili prepotenze, e re Filippo di Francia, per esempio, vi rispose a tono proibendo al clero d’inviare a Roma le decime raccolte nei suoi Stati. Era un colpo grave per le finanze della Chiesa perché la Francia era la loro fonte più grassa. Ma lo era anche per il prestigio del Papato. Fu allora che Bonifacio indisse il Giubileo: un po’ per rivalersi dello smacco politico, un po’ per colmare i vuoti in cassaforte. E l’iniziativa non poteva essere più congeniale al carattere teatrale dell’uomo e alla sua vocazione di grande regista.

Il lancio pubblicitario fu perfetto. Per mesi e mesi, dai pulpiti di tutta Europa, i predicatori bandirono il pellegrinaggio vantando i benefici che c’era da aspettarsene: la salvezza dell’anima e i diletti turistici. Allo stambureggiante richiamo, si mossero centinaia di migliaia di persone, chi a piedi, chi su carri, chi a cavallo. I più, data la lunghezza e i rischi del viaggio, fecero prima testamento. E parecchi infatti morirono per strada, ma sicuri di volare in paradiso. Da un capo all’altro dell’anno, l’Urbe registrò un movimento di trentamila pellegrini al giorno. Andavano in colonna a prosternarsi sulle tombe degli Apostoli, dove ricevevano l’indulgenza plenaria e lasciavano cadere il loro obolo, che due diaconi armati di pala si affrettavano a rastrellare. La media giornaliera degl’introiti fu di mille libbre al giorno: cifra, per quei tempi, colossale.

Dove gli ospiti alloggiassero e dormissero, non si sa. Ma a quanto pare i romani ci fecero affari d’oro. Finalmente la città tornò a sentirsi caput mundi, la capitale del mondo, e ad assaporare il gusto delle folle poliglotte e multicolori, dell’abbondanza e della gozzoviglia.

Fra i pellegrini ce ne furono di gran marca, potenti Signori, Principi nel sangue. Ma a noi preme segnalare soprattutto due fiorentini, il cui nome non aveva ancora varcato le mura della loro città. Uno è Dante Alighieri che lì a Roma e in quella circostanza, si dice, trovò l’ispirazione per la sua grande opera. Quanto sia vero, non sappiamo. Ma che sia stato pellegrino del Giubileo è certo perché più tardi lo ricordò in due terzine famose in cui dice anche che il traffico era stato regolato con la circolazione a destra. L’avvenimento suscitò in lui, che aveva allora trentacinqu’anni, un’impressione indelebile. Non altrettanto invece se ne lasciò abbagliare il suo compatriota Giovanni Villani che, mercante e figlio di mercanti, guardò lo spettacolo con occhi più realistici. Egli scrisse poi di aver trovato a Roma i suoi maestri di stile: Virgilio, Tito Livio e Sallustio, sebbene le sue Croniche ricordino poco questi modelli. Ma sotto la grandiosa messinscena di quelle celebrazioni, colse i sintomi della decadenza romana e li annotò.

Estratto da: Indro Montanelli e Roberto Gervaso, Storia d’Italia volume II, dal 1250 al 1492.

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