Evoluzione del Bigotto

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Di Enrico Sanna

Data la sua caratteristica funzionale all’interno della società, il giornalista è ciò che ai tempi nostri più si avvicina alla figura storica del bigotto di altri tempi. Quest’ultimo, il bigotto d’antan, il beghino, il guardiano della vecchia religione istituzionale, è una figura verso la quale la società moderna è diventata indifferente. Non ispira più neanche due fotogrammi distratti. Possiamo guardarla da lontano con lo stato d’animo che si ha per una vergognosa sbronza del passato. Vive una sua esistenza di ferro nero nei libri cuore e in vecchi film del neorealismo.

Pochi ricordano i tempi in cui c’erano figure intabarrate che andavano nei luoghi appartati della periferia a spaventare le coppiette. Come felini dell’ortodossia corrente, marchiavano il territorio infame dell’illecito con uno spruzzo di piscio celestiale. Certe persone avevano un dito indice molto sviluppato e nodoso che serviva all’uopo. I più ferventi avevano la bacchetta. Da qui il termine bacchettone.

Il bigotto moderno serve, come è ovvio che serva, una religione moderna. Ha la stessa anima. Soltanto la sua forma esteriore è cambiata, e ora è adeguata ai tempi che ricoprono la sua persona e quella dei nuovi peccatori. Da un punto di vista economico, è più efficiente. Un giornale parla a molte più persone di quante non ne possa contenere un oratorio, per quanto grande questo sia. Soltanto il crollo dell’informazione tradizionale, come sta avvenendo ormai da più di un decennio, potrà portarlo alla scomparsa. O all’ennesima mutazione.

Tra parentesi, la persistenza di persone bigotte dimostra, tra le altre cose, l’inutilità della battaglia contro le religioni istituzionali. Finché esisteranno istituzioni di massa che santificano il potere dell’uomo sull’uomo, ci sarà bisogno di una religione ufficiale. Il principio cuius regio eius religio è così confermato secoli dopo la fine delle guerre di religione. Il suo germoglio spunta proprio quando tutti celebrano la morte della pianta. Questo vale anche per i bacchettoni del nuovo. È ironico che molti di quelli che si sono battuti contro i vecchi bigotti siano diventati essi stessi moderni bigotti.

Nonostante l’interpretazione diffusa, il giornalista non crea opinione. Non ha la licenza per farlo. Il suo editore lo richiamerebbe all’istante. Il suo compito è di trasmettere opinioni che hanno il visto del sistema borghese. Perché le opinioni che pensa di trasmettere sono già nella mente dei suoi lettori. Egli non riempie botti. Cerca di evitare che evapori quello che è già dentro.

L’insensibilità è la precondizione della rivoluzione. I titoli dei giornali sono sempre più scatolari. La televisione urla le notizie con voce concitata. Il lettore della notizia televisiva sembra voler far capire di essere l’unico superstite di una tragedia immane. Richiama inconsapevolmente il messaggero di Giobbe. Sembra il ragazzino che annuncia trafelato l’arrivo dei saraceni. Le parole al minuto di oggi sono i decibel dell’alleluia di ieri.

Parole come catastrofe, apocalisse, allarme sono diventate più frequenti delle proposizioni articolate. Tragedia non basta più. Bisogna condirla con aggettivi come immane. I sostantivi sono diventati un semplice ricettacolo per i superlativi. È lo stesso meccanismo che spinge il popolino verso l’auto più scattante di sempre, il bianco più bianco, il miglior film di tutti i tempi, la droga di dio. Così il desiderio rinasce ogni volta dalle ceneri dell’illusione. Il pubblico ha bisogno di dosi sempre più forti per sentire lo stesso sballo elettrico di prima. I mass media del futuro faranno puzza sintetica di cadavere e esploderanno su spettatori attoniti.

La mente dello spettatore non reagisce. Ma vi sbagliate se pensate che sia col tempo diventata resistente come un guscio di mandorla. Che abbia fatto il callo. Al contrario, la tempesta ci passa attraverso. È come sparare uno spillo nell’acqua. Il cervello è diventato una schiuma.

Nella seconda metà del diciottesimo secolo, l’atteggiamento diffuso tra i francesi verso la nobiltà era di pubblico ossequio e privato odio. L’ossequio non resse. L’odio prevalse e diventò la filosofia predefinita.

Forse sarà così anche stavolta. Oppure no. Oppure mi sbaglio io. E il gioco continuerà all’infinito fino al prosciugamento dell’ultima pozzanghera di umanità. Fino alla sua trasformazione finale in cosa, che qualcuno baratterà in cambio di qualcos’altro. In questa realtà, il moderno bigotto sembra giocare con il fuoco. Come l’apprendista stregone, sembra uno che sveglia inconsapevolmente forze più grandi di lui.

Ogni atto del moderno bigotto è però, non solo deliberato, ma anche calcolato accuratamente. Prima di ogni azione di giudizio, si assicura delle dimensioni dell’oggetto. E misura il pensiero sulla base di queste dimensioni. Si agita facilmente contro il pensionato che butta l’immondezza nel cassonetto sbagliato. Tuona con parole di fuoco contro despoti distanti. Alza i pugni contro la stupidità di una generica “gente”. Ma sa bene qual è il suo padrone. E sa che può attaccarlo solo quando diventa il vecchio padrone. Soltanto dopo che il sistema, di cui il bigotto fa parte, ha decretato, dall’alto e con atto unico, la sua sostituibilità urgente. Ovvero quando il nuovo padrone appone il suo placet all’invettiva. Invettiva che è postuma tanto quanto inutile. Soltanto allora, il bigotto moderno può sfogare la sua rabbia di plastica con un atto simile allo sfondamento di una porta aperta.

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