I Presbiteriani

puritan-party

Di Indro Montanelli

Quando Charlie P. mi telefonò a Nuova York per invitarmi quel sabato a cena dai suoi genitori, ero ben lontano dall’immaginare i guai che aveva passato quel povero ragazzo per ottenere da loro il consenso alla mia venuta. Non credo che avessero nulla contro di me, personalmente; la loro era una diffidenza generica di pastori presbiteriani contro le categorie a cui appartenevo: straniero, cattolico e, colmo dei colmi, italiano. Un bipede che riunisse in sé tre qualifiche sospette come quelle non doveva aver mai varcato la soglia di casa loro, e dubito che il caso possa ripetersi in futuro.

Avevo conosciuto Charlie in casa dei miei amici Cowles, dove mi si era fatto ripetere per l’ennesima volta un certo aneddoto napoletano che, poche sere prima, aveva mandato in visibilio Samuel Goldwin. Erano un paio di settimane che io cavalcavo quell’aneddoto come una strega cavalca la scopa; e sebbene oramai di seconda mano lo conoscessero tutti, m’invitavano a turno per risentirlo dalla mia viva voce. A Nuova York si può avere un’ora di popolarità anche con una storiella. E Charlie, che la udiva per la prima volta, quando finalmente gli fu passata la colica provocata dall’orgia di riso cui si era abbandonato, cominciò a smaniare che dovevo venire a Boston per irpetere quel mio sketch davanti ai suoi. Siccome a Boston avevo già progettato d’andarci, accettai, e gli dissi di telefonarmi quando la mia venuta gli sarebbe stata più comoda.

I P. stanno in una vecchia casa di una vecchissima strada di questa che è l’unica città veramente “antica” degli Stati Uniti; e costituiscono non una famiglia, ma una dinastia, composta di un vecchio, che si chiama Abdenego, di due suoi figli, di cui uno è sposato, e di un suo cugino. Tutti e quattro gli uomini sono pastori; Fanny, madre del mio amico, è la sola donna di casa; e Charlie è insieme l’unico giovane e il solo laico.

Il misoneismo di questa curiosa stirpe era documentato in ogni dettaglio: nella cadente vastità dell’appartamento, nella sua totale mancanza di ogni comfort (non c’è neanche il termosifone, e d’inverno, affidati soltanto ai caminetti, ci si deve morir di freddo), e nella presenza di ben due servitori: la vecchia “tata” negra di Fanny, ora per l’età passata quasi nella riserva, e il suo figliolo, nato in famiglia, che si chiama Ichobald. “Ichobald” vuol dire “maledetto da Dio” ed è il nome che i puritani di Boston danno a coloro che vengono al mondo di domenica, perché ciò vuol dire, secondo loro, che di domenica sono stati anche concepiti, contro la regola che vuole quel giorno dedicato soltanto alla preghiera.

Nonostante la condanna senz’appelli appioppatagli nel momento stesso in cui vociferava il suo primo vagito, Ichobald era l’unica persona allegra di casa. Ma, dal modo come i suoi padroni lo guardavano e trattavano, si capiva che essi gli perdonavano il buonumore per la stessa ragione per cui il carceriere indulge agli ultimi desideri del condannato a morte. Poverino, sembravano dire i loro occhi, contentiamolo, finché si può, in questa breve pausa di vita terrena: sulle braci dell’inferno ha da arrostirsi per l’eternità.

Anche dal più ottimista dei conti, essendo padre di Mosè, che a sua volta era padre di Charlie il quale aveva una trentina d’anni, Abdenego doveva essere almeno sugli ottanta. Ma in fondo non sembrava più vecchio dei suoi figli, o forse erano i suoi figli che non sembravano più giovani di luui. Si rassomigliavano tutti come gocce d’acqua, compreso il cugino Elia, differenziato soltanto da una barba caprigna e dalla ventina di centimetri che gli mancavano a raggiungere il metro e novanta degli altri tre. Evidentemente per prevenire il complesso d’inferiorità che poteva derivargliene, egli non sedeva, a tavola, come tutti gli altri, ma su una pila di venerandi volumi che Ichobald tempestivamente provvedeva ad accumulargli sulla sedia.

La tavola era ovale e di sproporzionate dimensioni perché, mi disse Charlie più tardi, ogni domenica ospitava un numero variabile, ma sempre gigantesco, di altri preti presbiteriani, zii, nipoti e cugini, sparpagliati nei dintorni. A un capo sedeva Abdenego e all’altro la signora Fanny con alla destra il suo sposo Mosè, che quel giorno aveva ceduto a me il suo posto, e alla sinistra il cugino Elia. Il cognato Abraham non aveva seggio fisso e infatti lo chiamavano “l’itinerante”.

Già alla stazione, dove era venuto a prendermi, Charlie mi aveva impartito ferree istruzioni sulla condotta da seguire in casa. Prima del pranzo, non avrei dovuto fare nessun accenno alla storiella napoletana. La conversazione si sarebbe riscaldata durante il pasto. Ma solo alla fine, quando Ichobald avesse servito il caffè, lui, Charlie, avrebbe esclamato, battendo le mani: “E ora, mio caro, raccontate quell’aneddoto…” Al Che tutti gli altri avrebbero piegato il tovagliolo e, ripostolo ciascuno nel proprio anello, si sarebbero raccolti in silenzio ad ascoltarmi.

Ero preparato a seguire questa procedura. Ma quando vidi le facce di coloro che avrebbero dovuto divertirsi alle mie parole, ogni fede nella potenza ricreativa della mia aneddotica mi abbandonò di colpo. Di dietro cinque paia di occhiali cerchiati d’oro (perché anche la signora Fanny li portava) mi fissavano dieci occhi gelidamente azzurri, che sembravano non aver mai conosciuto né il velo di una lacrima né il guizzo di un sorriso; e sotto cinque nasi adunchi c’erano, o meglio avrebbero dovuto esserci, cinque bocche, che in realtà non si vedevano, per via del risucchiamento in dentro cui erano sottoposte le labbra in una smorfia che denotava, verso la vita in genere, un atteggiamento di disgusto e di riprovazione senza venature di pietà.

Quando Ichobald ebbe depositato al centro della tavola un immenso soufflé, che poi risultò essere di patate e spinaci, ognuno si dispose dinanzi al proprio posto, in silenzio, e chiuse gli occhi. Allora la signora Fanny abbassò la testa in un segno di grave approvazione, e padre Abdenego attaccò con una voce che somigliava più a quella di un organo che a quella di un uomo: “Our Lord God of hosts, we thank thee this day for…” La lista delle cose per le quali il vecchio si sentiva in obbligo di ringraziare il suo Lord God of hosts era lunghissima, sembrava non dovesse più finire, perché non si limitava soltanto ad elencare i buoni cibi che la “tata” negra aveva preparato in cucina, ma spaziava su un’infinità di altri argomenti, che avevano ben poco a che fare con le ragioni per cui eravamo raccolti intorno a quella mensa. Una delle cose sulle quali padre Abdenego particolarmente insisté nelle sue espressioni di gratitudine fu il buon clima di cui stavamo beneficiando, caldo ma con moderazione e con frequenti piogge, che consentivano ai cammelli di tenere sempre al completo la loro riserva d’acqua, e al Nilo di fertilizzare il circostante deserto.

Non capivo perché il vecchio avesse tanto a cuore il Nilo e i cammelli; ma poi seppi che quello era il sermone che aveva fatto ogni domenica, per tanti anni, quando era stato missionario in Egitto. E ora continuava a farlo, imperturbabilmente e senza modifiche, invitando tutti i presenti ad ammirare oltre le finestre i fellah che, festosamente raccolti nell’ombra fresca dei palmeti, “costituiscono il vivente documento della presenza di Dio pur in mezzo a una umanità peccatrice e indegna.”

Tutti guardammo oltre i vetri, traverso i quali non traspariva che un’insegna luminosa intesa a esaltare i benefici igienici e plastici di un nuovo reggipetto. Solo il cugino Elia, pur volgendo la testa da quella parte, continuò a tenere di traverso gli occhi fissi sul soufflé come nel tentativo d’infondergli il coraggio e la pazienza necessari a restar gonfio. Ma per fortuna proprio in quel momento il vecchio, dopo essersi vivamente congratulato col Signore per aver fatto andar ogni cosa com’era andata, concludeva: “For Christ’s sake, amen!” E tutti, piombati a sedere, si avventarono sul soufflé, che stava purtroppo sedendosi anch’esso.

Il pranzo fu parco, ma abbondante. Dopo il soufflé di patate e spinaci, ci furono altri spinaci e altre patate; e da ultimo, in mio onore e del tutto eccezionale, come dimostrò la complicata liturgia cui diede luogo la sua spartizione, una torta di mele. Il tutto fu spolverato a una velocità che denunziava l’appetito dei convitati e insieme il senso di colpa che doveva derivargli da ogni indulgenza per i piaceri della gola. Infatti un mio debole e ipocrita tentativo di lodare l’abilità della cuoca cadde in un silenzio gonfio di costernazione.

Ma proprio in quel momento Ichobald sopraggiungeva col caffé, una brodaglia d’incerto colore lunga come le tazze in cui venne servita; e Charlie, battendo le mani, annunciò, come un direttore di teatro annuncia una celebre ballerina o un prestidigitatore famoso, il mio “numero”, clou della serata: “Ora, mio caro, raccontateci…”

E io cominciai a raccontare, mentre, come previsto, tutti ripiegavano il tovagliolo e, ripostolo ciascuno nel proprio anello, si raccoglievano in silenzio ad ascoltarmi. Evitavo di guardarli per non perdere quel po’ di coraggio che ancora mi restava; e, senza punta di speranza di veder disserrare al sorriso quelle bocche acerbe, svolsi il piccolo intreccio della storiella meccanicamente, copiandomi, senza calore, senza gesti. Con terrore mi accorsi che anche l’ultima frase, quella che conteneva la battuta a sorpresa, cadeva in un silenzio di morte.

Questo silenzio durò alcuni attimi. Poi d’un tratto sobbalzai sulla sedia con la vaga sensazione che un tuono, non preceduto né accompagnato dal lampo, fosse irrotto nella stanza dilaniandola. Mi guardai intorno sgomento, e mi ci volle del tempo prima di rendermi conto che quel boato e le smorfie con cui tutti l’accompagnavano erano soltanto una risata, ma come non ne avevo mai udite né mai ne riudrò: che nasceva, pantagruelica e rotolante come una frana di macigni, dal basso ventre, e dopo una lunga serie di convulsioni muscolari, intestinali e gastriche sfiatava fuori dalle gole a ululati di lupo, attacchi di tosse canina, singulti e ruggiti. Paonazzo in viso e squassato da quel parossismo, padre Abdenego si era addirittura tuffato sul tavolo, e dalla bocca gli pendeva la dentiera; mentre Abraham e Mosè si erano rovesciati indietro sulla sedia e s’inarcavano come sotto la scintilla dell’elettrochoc; a ad Elia, che, senza poter emettere vociferazioni di sorta, si dimenava tentando evidentemente di sfogare dal basso ciò che gli aveva fatto groppo di sopra, i volumi erano sfuggiti di sotto il sedere e lui li aveva accompagnati battendo il medesimo sul pavimento.

A quella vista l’orgia, che accennava un poco a placarsi, ricominciò più forte di prima, sincopata dai lamenti della signora Fanny che, in un disperato tentativo di ricuperare una parvenza di self-control, si reggeva la pancia singhiozzando come una puerpera: “Oh! Ohi! … No, no! … No, no! … Ohi, ohi! …” Abraham, più non resistendo, si era alzato e barcollava verso la porta. Mosè lo indicò col gesto balbuziando: “L’i… L’i… L’itinerante! …” E a quel nomignolo, cui pure erano abituati da sempre, la risata riprese quota come un pallone che si fosse liberato di un altro sacco di zavorra.

Io guardavo quella gente più con angoscia che con divertimento, domandandomi da quanti decenni non ridevano per poter ridere, ora, in tal modo, ad una stupidaggine come quella che avevo raccontato; e di colpo misurando a quali pericolose deflagrazioni può dar luogo l’austerità quando il suo involucro, per una ragione o un’altra, salta per aria. L’unico infatti che avesse conservato intatto il suo equilibrio era Ichobald perché, sebbene “maledetto da Dio”, lui a ridere e a sorridere era abituato da sempre.

Mi guardò. Lo guardai. Gli vidi scuotere la testa cresputa in un gesto d’indulgente commiserazione. Poi, pietosamente, prese a battere morbide manate sulle schiene dei suoi padroni, meno quella della signora Fanny, per placarvi i singulti che ancora le squassavano.

Il parossismo lentamente si quietò. Poi si riaccese quando ricomparve sulla soglia “l’itinerante”. Si quietò di nuovo; tornò ad accendersi al riemergere, da sotto la tavola, di Elia con i volumi in mano. Sembrava un temporale d’estate che si allontanasse, ma seguitando a minacciare con cupi brontolii di tuono. Ma alla fine si spense di colpo.

E fu quando la pendola in fondo alla stanza ebbe battuto il primo di dodici rintocchi. All’istante i volti e i corpi si ricomposero; le labbra, che la risata aveva gonfiate in fuori, si risucchiarono in dentro facendo risparire la bocca sotto il naso adunco in una smorfia di disgusto e di riprovazione verso la vita. Padre Abdenego si alzò in piedi, imitato disciplinatamente da tutti noi; e, preso il via dal grave cenno di testa che gli rivolse la signora Fanny, giunse le mani e attaccò con la sua voce d’organo: “Our Lord God of hosts…”

Aveva avuto inizio con quei dodici rintocchi la domenica, giorno che la regola vuole dedicato soltanto alla preghiera; e con essa un altro decennio, forse, di austerità.

Preso da: Indro Montanelli, Gli Incontri, ed. Rizzoli.

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