La Salamandrina

Saline di Cervia

Di Enrico Sanna

“Non credo che il suicidio sia una tragedia,” disse il vetturino senza voltarsi.

“No?” chiese Pedro che stava seduto con lui.

Il vetturino finse di non sentire. Continuò il suo pensiero così:

“Se solitamente, quando si parla di suicidio, ci si sente spinti, spesso senza pensarci, a metterci accanto la parola tragedia, è solo in retrospettiva. Guardiamo al suicidio non da protagonisti, ma da spettatori. Da sopravvissuti. Diciamo che il suicidio è una tragedia, e intendiamo, nella migliore delle ipotesi, che noi la sentiamo come tale. Pertanto, con questa sorta di falsa immedesimazione, siamo dispiaciuti perché non c’è più un amico, un conoscente, il cantante adorato o un’altra di quelle diavolerie che attacchiamo al petto.”

Il vetturino guardò il cielo che stava in alto. Stava per piovere. Era dalla mattina presto che stava per piovere. Anche Pedro guardò il cielo. Ma lui preferiva pensare a un uovo. Un uovo primordiale grande fino al cielo.

“Questo è vero,” disse Pedrito parlando da non vetturino. E poi aggiunse questo: “Ha sentito la storia di quell’uomo che si è gettato da una rupe con i suoi ventisette nipoti?”

Il vetturino non rispose alla domanda. E comunque non aveva mai sentito di uomini che si fossero gettati dalla rupe con ventisette nipoti. Così riprese il filo del suo discorso:

“Con uno sforzo di immedesimazione, immaginiamo che il suicidio di qualcuno, altro da noi, sia come la morte nostra, intendo di ognuno di noi separatamente, hic et nunc, qui ed ora. E arriviamo alla constatazione ovvia che, siccome non vogliamo morire, almeno non hic et nunc, la nostra morte immediata verrebbe accolta con un certo rimpianto. Da parte nostra e dopo la nostra morte, voglio dire.”

“Una bella fregatura davvero,” commentò Pedrito. Chissà perché guardò fugacemente il cielo.

Il vetturino proseguì incurante del cielo.

“È per questo che non possiamo neanche aspirare al suicidio. Neanche a quello nobile. Pensiamo ai nostri propositi, alle mille e mille cose che abbiamo da fare, e concludiamo che, forse, abbiamo bisogno di qualche tempo per tentare la sorte di quella che chiamiamo esistenza terrena. E anche se al momento non ci viene in mente alcunché da fare, immaginiamo che un giorno la sorte potrebbe beccarci mentre usciamo di casa. Come una tegola della provvidenza.”

“Bravissimo!”

“E tuttavia questo atteggiamento, che gli uomini chiamano illusoriamente ottimismo, potrebbe essere una falsa credenza. Arriviamo alla fine di un’esistenza magra e ci rendiamo conto che niente è cambiato dall’inizio. Che tutto quello che poteva andare male è andato peggio. Che forse avremmo fatto meglio a tentare la sorte altrimenti, e che il nostro ottimismo avrebbe dovuto rivolgersi non ad un altro tempo, a quello che vagamente chiamiamo domani, ma ad un luogo che sta altrove.”

“Tempus fugit. Domus evolat,” disse Pedrito, filosoficamente e latinamente. E allargò le braccia come un potente fenicottero. “Cro! Cro!”

“Ma il mondo, purtroppo, è pieno di finti aspiranti suicidi che fingono di aspirare al suicidio davanti a piazze gremite. Bisogna guardarsi bene da loro. Sono infidi e profittatori. Capaci di sfilare chiodi dalle pareti per lasciar cadere i quadri.

“Perché chi vuole suicidarsi veramente, e non vuole accendere una semplice lampada a carburo di quelle usate per attirare i pesci di notte, pianifica la propria fine terrena con la certezza e la precisione propria di un ingegnere della morte. Si sa di persone che si sono uccise con sistemi tanto ingegnosi quanto efficaci. A volte hanno affidato al vento il segreto della propria morte macchinosa. Hai mai sentito parlare di quel giudice in un romanzo di Agatha Christie, che prima di uccidersi scrive il segreto della sua morte in un bigliettino per affidarlo alle onde del mare? Ecco!”

E dicendo così fermò di colpo la carrozza, scese a terra e scomparve in un lampo.

“Ego sum custos et cultor domi cui fuero adscriptus,” declamò Pedritillo. “Nunc, nec quid nec quare, in caelum abiit et Trimalchionis topanta est et spectat et audit.”

Poi scese dalla carrozza e, tra l’esaltazione dei passeggeri, andò a cercare il vetturino. Lo trovò disteso con la pancia in giù sotto l’asse delle ruote posteriori. Aveva le gambe allargate e il braccio sinistro ripiegato sotto l’orecchio. Aprì la mano destra e mostrò un cosino simpatico, laccato, nero e giallo.

“È una salamandrina,” sussurrò con un sorriso puerile. “Quando ero bambino le campagne ne erano piene. Toccala. Ma piano, mi raccomando. Sono così delicate.”

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