Il Dispetto Eterno

teodora

Di Enrico Sanna

Dante e Virgilio. L’Alighieri e il Marone. Raffigurati così: di spalle, mano nella mano. Come Totò e Peppino a Milano. Una coppia qua, una coppia là, eccoli che si incamminano verso il duomo dell’oltretomba. Metteteci anche un pizzardone a fare da Cerbero. Caninamente latrante.

Ma dicevo: Dante e Virgilio. Uno che sa qualcosa. L’altro che sapeva ma ha dimenticato. Uno alto e l’altro un tipetto. Uno con delle foglie sulla testa. Un figlio dei fiori dell’antichità. Che poi sta anche bene ad uno che ha scritto un carme bucolico. L’altro intabarrato. Sempre intabarrato, estate e inverno. Con il cappuccio da cui sporge solo il nasone. Le labbra sottili e il mento a forma di tagliamare. E una corda alla vita. Per tenere a bada la roba.

Io conosco un tipo che usa una cinghia di tapparella per tenersi i pantaloni. Sempre ben rasato. Cortese. Di quelli che mentre ti parlano inclinano la testa e ti guardano con un occhio solo. Gioviale. Ma con la tapparella. E Dante la corda. Perché ai suoi tempi non c’erano tapparelle. E dopotutto non c’erano neanche pantaloni da tenere su.

Un giorno l’uomo imparerà nuovamente ad appendere i vestiti alle spalle. Bisogna portare il vestito sulle spalle. Non intendo una magliettina che vola come una vela morta. Intendo tutto. Appeso alle spalle. L’anima ci guadagna in leggerezza. E invece no. Le calze aderenti da infilare, le scarpe da legare, i pantaloni che stringono, la camicia da abbottonare. Vestirsi non è vestirsi. Ogni mattina, l’uomo moderno si ingabbia.

Comoedia Dantis Alagherii florentini natione non moribus. La Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita e non di costumi. L’aggettivo Divina gli è stato appiccicato da un Boccaccio già in Parkinson mentre si trovava a Santo Stefano in Badia.

Il poemone è una storia di incontri. Lo vedi fin dall’inizio. Dante vuole incontrare il sole ma incontra tre animalacci brutti e feroci. Ruzzola e incontra Virgilio. La cosa è reciproca. Virgilio incontra Dante. Da qui è tutto un incontrare genti. Dante incontra Cavalcante, e noi già conoscevamo Cavalcante perché era il papà di Guido. Dante incontra Ulisse. E chi non conosce Ulisse?

Poi Dante incontra Filippo Argenti. Se non gli fosse venuto in testa di incontrarlo in visione, col cavolo che ne avremmo mai appreso l’esistenza. Alla faccia della dannazione, Dante gli dona l’eterna gloria della terzina concatenata. Dante ha questo di buono, che volente o nolente il suo passaggio reca doni. Doni poetici, si dirà, ma sempre doni. Anzi, vieppiù… eccetera. Perché quelli che incontra sono santificati in eterno, la loro anima scolpita sulla rocca dell’endecasillabo.

È o non è una pernacchia al demonio? Le anime dei dannati redente da un poeta. Da un vivo unico vivo tra i morti. Un vivo pesante. Le anime sono fatte belle. Le anime sanno che saranno belle. Le anime dell’inferno leggono il futuro. Questo sa farlo anche Dante, ma con il trucco. Solo perché scrive in retrospettiva. Corre con il calendario truccato.

Paolo e Francesca. Sono esistiti Paolo e Francesca? Andiamo per sillogismi. Esiste la sofferenza senza fine? Sì. Allora Paolo e Francesca esistono. Non è che sono esistiti in qualche tempo. Esistono ora. Sono sempre esistiti.

Quando arrivi al quinto canto, ci sono due cose di cui devi tener conto. Io le dico, ma sono così evidenti che le vedi subito da te. Ci sarebbe anche da dire molto sul fatto che Dante viene chiamato animale, ma questa la lascio all’iniziativa fantasiosa dei sette che leggeranno questa roba.

La prima cosa è che, nel turbine infinitamente durevole, girano, girano e girano tenendosi per mano. Ora, considerato che il turbine dura per l’eternità, anche loro due si tengono per mano per l’eternità. Chi ha provato a tenere per mano la persona che ama sa cosa voglio dire.

Lo so che Dante non dice che si tengono per mano. Ma volete che due persone che si amano e che condividono uno spicchio d’intimità nello scuro non si tengano per mano?

La seconda cosa è un po’ più in là. Francesca parla di Paolo e invece di fare il suo nome lo indica dicendo: questi, che mai da me non fia diviso. Qui Dante va in confusione. Anche Virgilio, credo. È per questo che Dante, dopo aver ascoltato queste parole, cade a terra svenuto.

C’è una contraddizione. Paolo e Francesco sono condannati alla dannazione eterna. E allo stesso tempo sono condannati ad amarsi in perpetuo. Ma è davvero una contraddizione? Io sono arrivato a credere che ce la siamo inventata noi. Siamo stati noi ad inventare le contraddizioni. Perché non avevamo niente da abbinare al punto interrogativo. E allora è una fantasia nostra, diciamo così. Perché tutte queste anime, che noi per stanchezza chiamiamo sofferenti, sono anime che amano.

Ci hanno garantito, fin da piccini, che esiste un luogo in cui l’amore non esiste. Ci hanno abituati a pensare che non può esistere e noi non abbiamo contestato nulla perché eravamo troppo impegnati. E invece esiste. Quello che non esiste è la contraddizione. Diciamo che Dante scende all’inferno se allo stesso tempo sale all’empireo. E che distruggiamo un sogno quando vogliamo edificarlo. Tutta l’esistenza è una contraddizione. Anche l’aldilà.

Ecco, questo è ciò che ho voluto dire fin dall’inizio, miei vispi lettori. Che forse non viviamo dentro una conchiglia vuota in fondo al mare. Che noi non siamo mai entrati in una conchiglia, magari sloggiando qualcun altro, e pertanto non possiamo neanche uscirne. Perché una conchiglia vuota non è mai esistita. E neanche il mare. E dunque non possiamo dire di essere dentro o fuori alcuna conchiglia. Né ora né mai.

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