Note su Gandhi

gandhi

Di Aldous Huxley

Estratto da: Dr. Sarvepalli Radhakrishnan, ed., Mahatma Gandhi: Essays and Reflections on His Life and Work. Mumbai: Jaico Publishing, 1998 – ninth enlarged edition.

Il corpo di Gandhi fu accompagnato alla pira con un camion militare. Al corteo funebre c’erano carri armati e mezzi corazzati, e poi distaccamenti di militari e di polizia. In alto volteggiavano i caccia dell’aeronautica militare indiana. Tutti questi strumenti di oppressione violenta sfilarono in parata in onore dell’apostolo della nonviolenza e del potere dell’anima. L’ironia è inevitabile. Perché, per definizione, una nazione è una comunità sovrana che ha i mezzi per fare la guerra contro altre comunità sovrane. Dunque un tributo nazionale ad un individuo, anche se si tratta di Gandhi, deve per forza assumere le sembianze di uno spiegamento militare e di forze coercitive.

Quasi quarant’anni fa, nel suo Hind Swaraj, Gandhi chiedeva ai suoi concittadini se capivano il significato di espressioni come “governo di se stessi”. Cosa volevano? Un’organizzazione sociale del genere allora prevalente, solo non in mani inglesi ma in quelle di politici e amministratori indiani? Se sì, volevano semplicemente liberarsi della tigre stando bene attenti a preservare per sé la natura della tigre. Oppure erano erano pronti ad intendere la parola “swaraj” come la intendeva Gandhi: la realizzazione delle potenzialità massime della civiltà indiana da parte di persone che avevano imparato a governarsi individualmente portando avanti un’azione collettiva con lo spirito e i metodi del satyagraha?

Difficile in un mondo organizzato per fare la guerra, quasi impossibile per l’India, scegliere una strada diversa. Le donne e gli uomini che avevano condotto una lotta nonviolenta contro l’oppressore straniero si trovarono improvvisamente al controllo di uno stato sovrano che possedeva gli strumenti dell’oppressione violenta. Gli ex carcerati, gli ex pacifisti si trasformarono dalla sera al mattino, volenti o nolenti, in secondini e generali. I precedenti storici lasciavano poco spazio all’ottimismo. Quando le colonie spagnole conquistarono la libertà diventando nazioni indipendenti, cosa accadde? Che i loro nuovi governanti allestirono eserciti e andarono alla guerra l’uno contro l’altro. In Europa, Mazzini predicò un nazionalismo idealistico e umanitario. Ma quando le vittime dell’oppressione conquistarono la propria libertà, diventarono subito aggressori e imperialisti a loro volta. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché l’ambito del pensiero determina la natura delle conclusioni, teoriche e pratiche, a cui si arriva. Partendo da postulati euclidei, non si può non arrivare alla conclusione che la somma degli angoli di un triangolo è pari a due angoli retti. E partendo da postulati nazionalistici, non si può non arrivare alle armi, la guerra e una crescente centralizzazione del potere politico e economico.

Gli schemi base del pensiero non possono essere cambiati rapidamente. Occorrerà probabilmente molto tempo prima che alla cornice di riferimento nazionalistica si sostituisca un insieme di termini con cui l’uomo può esprimere il proprio pensiero in termini non nazionalistici. Intanto, però, la tecnologia avanza rapidamente. Normalmente occorrono due generazioni, forse due secoli, per vincere l’inerzia mentale creata dall’abitudine inveterata di pensare in termini nazionalistici. Grazie alle scoperte scientifiche applicate alla pratica della guerra, ci restano soltanto due anni circa per compiere questa impresa erculea. Che si compia in un lasso di tempo così breve sembra, come minimo, molto improbabile.

Gandhi si ritrovò coinvolto in una lotta per l’indipendenza nazionale; ma sperò sempre di poter trasformare il nazionalismo nel cui nome stava lottando; trasformarlo prima sostituendo la violenza con il satyagraha, e poi applicando alla vita sociale e economica i principi del decentramento. Finora, le sue speranze non si sono realizzate. La nuova nazione somiglia alle altre nazioni in quanto dotata degli strumenti di oppressione violenta. E i programmi di sviluppo economico mirano alla creazione di uno stato fortemente industrializzato, completo di grandi fabbriche sotto il controllo capitalistico o statale, una crescente centralizzazione del potere, uno stile di vita in ascesa e, indubbiamente (come in tutti gli stati fortemente industrializzati) un’incidenza crescente delle nevrosi e di altri disordini psicosomatici invalidanti. Gandhi riuscì a liberare il suo paese dalla tigre straniera; ma fallì nel tentativo di modificare l’istinto tigresco del nazionalismo in quanto tale.

Dunque dobbiamo disperarci? Credo di no. La pressione esercitata dalla realtà è dolorosa e finalmente diverrà insopportabile, si spera. Prima o poi si capirà che questo sognatore aveva i piedi saldamente piantati per terra, che questo idealista era il più pratico tra gli uomini. Perché le sue idee sociali e economiche si basano su una valutazione realistica della natura umana e delle origini della sua posizione nell’universo. Da un lato, lui sapeva che i trionfi crescenti dell’organizzazione e del progresso tecnologico non possono cambiare il fatto che l’uomo è un animale di non grossa taglia e, perlopiù, di modeste capacità. Dall’altro lato, lui sapeva che questi limiti fisici e intellettuali sono compatibili con la possibilità praticamente infinita di progresso spirituale. L’errore di gran parte dei suoi contemporanei è stato di pensare che la tecnologia e l’organizzazione potessero trasformare il misero uomo in un superuomo e che potessero offrire un sostituto delle infinite vie dello spirito, negare la cui esistenza era diventato un atto ortodosso.

A questo essere anfibio, al confine tra l’animale e lo spirituale, che genere di arrangiamento politico e economico è più appropriato? A questa domanda Gandhi dava una risposta semplice e molto sensibile. Gli uomini, diceva, dovrebbero vivere e lavorare in comunità commisurate alle loro dimensioni corporee e mentali, comunità abbastanza piccole da permettere un vero autogoverno e l’assunzione delle responsabilità personali; comunità federate in unità più grandi così da evitare che nasca la tentazione di abusare del grande potere. Più una democrazia diventa grande e più scompare il potere delle persone e più è debole la capacità degli individui e dei gruppi locali di decidere il proprio destino. E poi amore e affetto sono relazioni essenzialmente personali. Di conseguenza, è solo nei piccoli gruppi che può nascere la carità nel senso paolino del termine. Inutile dire che la piccolezza del gruppo non garantisce affatto la nascita della carità tra i suoi membri; ma almeno ne offre la possibilità. Nei grossi gruppi uniformi questa possibilità neanche esiste per la semplice ragione che gran parte dei suoi membri non può, all’atto pratico, avere relazioni personali con altri. “Colui che non ama non conosce Dio, perché Dio è amore.” La carità è allo stesso tempo strumento e fine della spiritualità. Un’organizzazione sociale strutturata in modo da rendere impossibile il manifestarsi della carità in grossi campi dell’attività umana è chiaramente una cattiva organizzazione.

Il decentramento nell’economia deve andare di pari passo con il decentramento nella politica. Gli individui, le famiglie e le piccole società cooperative dovrebbero avere la terra e tutti gli strumenti necessari alla propria sussistenza e alla fornitura del mercato locale. Tra questi necessari strumenti di produzione, Gandhi voleva comprendere solo quelli manuali. Altri decentralisti, coi quali sarei d’accordo, non sono contrari alle macchine purché siano di dimensioni adatte all’individuo e alle piccole società cooperative. Ovviamente, per fabbricare queste macchine occorrono grosse fabbriche fortemente specializzate. Per fornire gli individui e i piccoli gruppi dei mezzi meccanici che servono a creare l’abbondanza, forse un terzo di tutta la produzione dovrebbe svolgersi in queste fabbriche. Non sembra un prezzo troppo alto da pagare se si vuole combinare il decentramento con l’efficienza meccanica. Troppa efficienza meccanica è nemica della libertà e il risultato è il caos e la povertà cronica. C’è una felice via di mezzo tra i due estremi, un punto in cui possiamo godere dei vantaggi più importanti della tecnologia moderna ad un prezzo sociale e psicologico non eccessivo.

È interessante notare che, se il grande apostolo della democrazia occidentale avesse prevalso, l’America oggi sarebbe una federazione, non di quarantotto stati, ma di molte migliaia di distretti autogovernati. “Come Catone concludeva ogni discorso con le parole Carthago delenda est, così io accompagno ogni opinione con l’ingiunzione ‘Dividete le contee in distretti’.” Il suo obiettivo, secondo John Dewey, “era di trasformare i distretti in ‘piccole repubbliche, con un guardiano a capo di ognuna, così da poter trattare tutti i problemi locali meglio di quanto non avvenga nelle più ampie repubbliche o nello stato’… In breve, avrebbero dovuto esercitare direttamente, nel loro interesse, tutte le funzioni di governo, civili e militari. E quando si deve decidere su una questione importante più ampia, tutti i distretti possono essere chiamati a consulto il giorno stesso, così da creare il senso della collettività. Il programma non fu mai adottato. Ma fu parte essenziale della filosofia politica di Jefferson.” E fu una parte essenziale perché quella filosofia, come quella di Gandhi, era un fatto essenzialmente etico e religioso. Da questo punto di vista, tutti gli umani nascono uguali in quanto figli di Dio. Essendo figli di Dio, hanno certi diritti e certe responsabilità; diritti e responsabilità che possono essere esercitati più efficacemente entro le gerarchie di una repubblica che si governa da sé, dal distretto allo stato fino alla federazione.

“Ogni giorno,” scrive Dewey, “porta nuove parole e nuove opinioni dietro le parole. I termini in cui Jefferson espresse il suo credo nella necessità di giudicare da una base morale tutti gli arrangiamenti politici, e la sua opinione secondo cui solo le istituzioni repubblicane sono le uniche legittime, non corrispondono all’opinione attuale. Ma non è certo che la difesa della democrazia contro gli attacchi a cui è soggetta non dipenda dal fatto di assumere, ancora una volta, la posizione che assunse Jefferson riguardo le sue basi morali e le intenzioni, anche se dobbiamo trovare parole diverse per formulare gli ideali serviti dalla democrazia. Una nuova fede nella comune natura umana, nelle sue potenzialità in generale e in particolare nella sua capacità di rispondere alla ragione e alla verità, è un baluardo contro il totalitarismo più sicuro dello sfoggio del successo materiale o dell’adorazione di particolari forme legali e politiche.”

Come Jefferson, anche Gandhi pensava alla politica in termini morali e religiosi. È perciò che le soluzioni proposte da lui somigliano così tanto a quelle proposte dal grande americano. Se è andato oltre, ad esempio raccomandando un decentramento politico ed economico e sostenendo l’uso del satyagraha in luogo del “semplice esercizio della milizia”, è perché aveva un’etica più radicale e una fede religiosa più profondamente realistica di Jefferson. Il piano di Jefferson non fu adottato; e neanche quello di Gandhi. Peggio per noi discendenti.

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